“Non c’è nessuna strada facile per la libertà.”

Ha pagato con ventisette anni di carcere Nelson Mandela, il coraggio di sostenere i diritti di una popolazione segregata, maltrattata, estraniata per troppo tempo dalle conquiste dei tempi moderni. Egli aspira alla libertà sin da giovane e, se ne accorge per la prima volta quando lui e il cugino si trovano in condizione di dover sposare le donne che gli erano state destinate in matrimonio dal capo tribù. Tra il recare offesa e disonore a famiglia e tradizioni e far spiegare le ali a quello spirito di libertà che gli abitava dentro, non ci pensò troppo il giovane Nelson, che presto fugge per Johannesburg, dove partecipa attivamente a movimenti giovanili in opposizione al minoritario gruppo di governo che negava i diritti alla popolazione nera. Dopo essersi inserito nel ANC (african national congress), nel 1942 fonda l’associazione giovanile Youth League. E’ solo negli anni cinquanta che però si distingue non solo per i propri obiettivi egualitari, ma per una meno comune forza di volontà accompagnata a coraggio, che lo rese pacificamente attivo nel contestare l’apartheid, tanto da divenire uno dei principali volti nella campagna di resistenza organizzata dalla stessa ANC. Protagonista di vari progetti, tra cui la creazione dello studio legale Mandela & Tango specializzato nel fornire assistenza legale gratuita o a basso costo a neri rimasti privi di tale supporto.

Tra le tante proteste e scontri, il cinque dicembre del 1956 fu arrestato insieme ad altre 150 persone ed accusato di tradimento; dopo un lungo e violento processo tutti gli imputati furono assolti. Tempo dopo si verifica il massacro di Sharpeville, di fronte al quale è impossibile per uno come Mandela restare inerti, tanto da decidere, dopo tale evento, di appoggiare la lotta armata. La manifestazione era stata infatti organizzata da un comitato pacifista contro il cosiddetto pass law, un decreto governativo secondo cui i cittadini neri avrebbero dovuto esibire un lasciapassare-concesso solo ai neri che lavoravano nella determinata area in questione- se fossero stati fermati dalla polizia in luoghi riservati ai bianchi. Si incontrarono tutti alle 10 di mattina, in quel territorio volontariamente violato, per farsi arrestare. La polizia iniziò a sparare sulla folla di manifestanti disarmata, uccidendo un elevato numero di persone, alcune delle quali colpite alla schiena mentre tentavano di sfuggire al massacro. Da questo momento in poi si intensificherà l’astio tra il governo e i neri, seguirà la legge marziale, nuovi attriti, violazioni, arresti. L’ANC viene interdetta insieme ad altri gruppi anti apartheid. Disarmato di fronte a tanta violenza, Mandela arriva ad una triste consapevolezza: è necessario, in situazioni simili, imbracciare le armi anche per combattere per i propri diritti, a costo di volgersi alla stessa guerra a cui era sempre stato contrario. Così nel 1961 diventa comandante della armata della ANC coordinando varie campagne contro esercito e numerosi sabotaggi atti a porre fine a quell’assurdo regime. Nel 1962, tramite l’intromissione della CIA, Mandela viene catturato e arrestato con l’accusa principale di spionaggio e sabotaggio. Le parole:

Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”

ispirarono il grido di libertà che ben presto ebbe eco in tutto il mondo, in tutti i cuori di coloro che aspiravano alla libertà, sognando un mondo nuovo e diverso, non segregazionista e più civile. Mandela rifiutò di barattare la libertà condizionata con l’abbandono della lotta armata, destinandosi così al carcere per quei ventisette anni che furono sempre colmi di incitamento alla resistenza, sacrificio della propria personale vita, rinuncia alla stessa libertà che aveva sempre tenuto in vita i suoi sogni, nella speranza nella speranza di una libertà che fosse più grande e duratura. Mandela era libero in catene di ferro. Libero per  aver potuto soffrire mantenendo dignità, per aver giurato fedeltà alle sue promesse, per aver perseguito una vittoria che non era premio ma legittimo diritto, una vittoria che è simbolo di svolta in un paese finalmente democratico. Nel 1993 Mandela divenne il primo presidente di colore del Sudafrica, dando il colpo di grazia al segregazionismo, ormai definitivamente estinto, ed esercitando un mandato presidenziale di forte impatto mediatico e sociale, che designò l’avvento di una nuova era per i neri, nonostante il suo successivo ritiro dalla vita politica. Il premio Nobel per la pace 1993, insegna, non troppo tra le righe, a lottare a costo di tutto,  per quello in cui si crede. Oppositore del governo, privo di libertà, vita privata, affetti, ha trascorso ventisette anni risarciti dal nuovo volto di quel popolo che per amore, ha voluto salvare. Perché in fondo, quei ventisette anni, non sono stati che l’inizio …

“Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine.”