Purtroppo sembra esser diventato consuetudine seppellire nell’oblio personaggi storici di grande caratura morale. Mohammad Mossadeq senza dubbio fu uno di questi. Dimenticato dall’Occidente perché uomo scomodo, perché uomo integro, nazionalista, idealista e determinato nella sua missione di restituire all’Iran la propria sovranità, liberando il paese dal giogo colonialista. L’attivismo politico di Mossadeq ha inizio quando di ritorno in Iran dagli studi universitari giuridici ed economici eseguiti in Francia e Svizzera, si unisce al movimento costituzionalistico, nato in quegli’ anni e impegnato a porre fine ad una forma di governo monarchica segnata dall’arbitrarietà dei propri regnanti, per sostituirla con una monarchia costituzionale. La sua presenza nel panorama politico iraniano viene fortificata dalla nomina ad alti incarichi del Majles (parlamento iraniano) come ministro della finanza e degli affari esteri. Dopo un forzato allontanamento dalla scena politica dovuto all’ascesa al potere dell’autoritario scià Reza Shah, nel 1944 viene nominato all’unanimità dal Majles, primo ministro dell’Iran, allora ancora fortemente dominato dalla dinastia dei Pahlavi. Inoltre l’Iran degli anni ’40 è un Iran ancora chiaramente caratterizzato dalla presenza militare ed economica britannica. Presenza che si manifesta palesemente nella più grande azienda d’estrazione petrolifera del paese: l’Anglo-Iranian-Oil Company, una “società mista” in cui la gestione è condivisa in maniera talmente “equa” da garantire all’Iran l’ingente percentuale del 6% dei proventi petroliferi totali. É proprio in questo contesto storico che Mossadeq inizia la propria lotta nazionalista di liberazione dal neocolonialismo straniero. Il primo ministro è subito spinto da una determinazione ferrea nella volontà di restituire ad ogni costo al proprio paese la supremazia sulle preziose ricchezze del proprio sottosuolo. Posta dinanzi all’ostinata fermezza del primo ministro, L’Inghilterra risponde con le solite armi di coercizione economica: capitali iracheni depositati in banche inglesi vengono congelati, davanti alle coste viene dispiegata la potenza militare britannica istituendo un blocco navale col fine di impedire l’esportazione di petrolio via mare e come misura ancor più incisiva viene deposto un embargo economico sulle esportazioni irachene.

Tutto ciò avviene sotto il consueto atteggiamento di assoluto permissivismo adottato delle Nazioni Unite. Ma nemmeno l’assedio economico e l’inerzia di strutture internazionali riescono ad attenuare la perseveranza del primo ministro, tanto inviso ai potenti dell’Occidente quanto stimato dal proprio popolo. Cosi Mossadeq continua la sua lotta, ottenendo nel 1950 una schiacciante vittoria diplomatica sopra la Gran Bretagna grazie ad un discorso pronunciato davanti alla Consiglio Nazionale di Sicurezza dell’ONU.
Le parole espresse dal Primo Ministro riecheggiano nell’opinione pubblica internazionale a tal punto da farlo eleggere, nel 1951, “uomo dell’anno” dalla noto rivista inglese TIME. Ma il successo di Mossadeq insieme al raggiungimento della tanto agognata e infine raggiunta istituzione della National Iranian Oil Company sono destinati a fallire sotto al peso insostenibile delle vessazioni economiche dettate della smaniosa cupidigia britannica. La precaria situazione economica mina cosi alle radici la stabilità della società civile iraniana e le riforme progressiste adottate da Mossadeq aumentano lo scontento specialmente nelle cerchia degli abbienti latifondisti e del clero sciita, che vedono minacciati i loro privilegi dal progetto nazionale di modernizzazione varato dal primo ministro. Nel 1953 Mossadeq viene destituito da un colpo di stato chiaramente orchestrato sotto la copertura e la collaborazione di servizi segreti anglo-americani, e cosi Mohammad  è costretto ad abbandonare  il proprio incarico politico per fare posto ad un governo reazionario di stampo filo-occidentale. Nonostante ciò Mohammad Mossadeq non può essere visto come uno sconfitto, e la sua figura resta ancora oggi una personalità simbolo di rettitudine morale e di quel genuino coraggio proprio degli uomini onesti, qualità preservate persino dinanzi alla più rapace avidità delle più grandi potenze globali. Per ricordare al meglio un uomo che ha svolto un ruolo decisivo nella storia del proprio paese, dedicandovisi con passione e forza di volontà, ecco alcune parole  pronunciate dal politico che avrebbe potuto garantire benessere economico e prosperità ad un paese dalla cultura millenaria come l’Iran:

“Sì, il mio peccato – il mio peccato più grande è che ho  nazionalizzato l’industria petrolifera iraniana e scartato il sistema di sfruttamento politico ed economico del più grande impero del mondo. Questo a costo di me stesso, della mia famiglia, e con il rischio di perdere la mia vita, il mio onore e la mia proprietà. Con la benedizione di Dio e la volontà del popolo, ho combattuto questo sistema selvaggio e terribile di spionaggio internazionale e di colonialismo.”