Fratello raffinato e multiforme del più famoso Napoleone, Luciano Bonaparte fu un uomo colto e politicamente ambizioso, che giocò un ruolo indispensabile nell’ascesa al potere del futuro imperatore. Quando quest’ultimo gli impose di rinunciare a sua moglie per la ragion di Stato, egli rifiutò e perciò – a differenza degli altri fratelli – non sedette mai su di un trono. Trascorse la maggior parte degli anni imperiali in esilio con la sua grande famiglia, curando le proprie vanità letterarie e archeologiche.

Nato ad Ajaccio, in Corsica, il 21 maggio 1775, Luciano fu il terzo degli otto figli di Carlo Buonaparte e Maria Letizia Ramolino. Educato nella Francia continentale, nel collegio di Autun, poi alla scuola militare di Brienne, finì al seminario di Aix-en-Provence, ove da poco aveva terminato gli studi suo zio, il futuro cardinale Joseph Fesch (fratello uterino di Letizia), di dodici anni più anziano. Trascorse due anni in seminario, poi fece ritorno in Corsica per continuare gli studi sotto la direzione di un altro, omonimo zio.

La famiglia Buonaparte, con un passato blasonato in diverse città italiane, era caduta in disgrazia a causa, in particolare, delle spese eccessive di Carlo – incallito giocatore di carte, sempre vestito con ricercatezza, amante del gentil sesso. Divenuto dottore in legge a Pisa, aveva esercitato l’avvocatura presso il Tribunale di Ajaccio e il 13 settembre 1769 veniva riconosciuto nobile di “nobiltà provata” da oltre duecento anni dal Consiglio Superiore della Nobiltà Còrsa – istituito a Bastia da Luigi XVI per ingraziarsi l’isola – riconoscimento che consentì ai figli maschi di frequentare le migliori scuole in terra di Francia. Morì nel 1785 non ancora quarantenne, per lo stesso male che affliggerà anche i figli Napoleone, Luciano e Paolina.

Con appetito per la politica, Luciano abbandonò presto i suoi studi clericali e divenne un fervente giacobino, circostanza che non fu approvata né da Napoleone né dalla madre. Condusse una campagna contro il leader patriota còrso Pasquale Paoli, portando così alla faida tra bonapartisti e paolisti.
In Corsica, Pasquale Paoli si opponeva al centralismo del governo di Parigi. Il padre di Luciano, una volta, era stato un fedele seguace del Paoli e persino Napoleone lo aveva stimato per un certo periodo; tuttavia, la famiglia Buonaparte stava iniziando a sostenere la causa francese, in parte perché i fratelli erano stati educati nel continente, in parte perché Napoleone si era arruolato nell’esercito reale, poi rivoluzionario. Dunque, per salvare le loro vite, decisero di riparare a Marsiglia nel 1793.

In quel momento l’avvenire sembrava oscuro, tanto più che il blocco stabilito dagli inglesi aveva rovinato il commercio delle città costiere del Mediterraneo, dove anche il pane cominciava a scarseggiare. Una soluzione per i Bonaparte arrivò grazie a Napoleone e ad Antonio Saliceti, nato in Corsica da genitori piacentini, deputato per il Terzo Stato nelle assemblee del 1789. Fu così, che Giuseppe ottenne un posto di commissario nell’esercito, mentre Luciano iniziò ad amministrare per la Convenzione la sussistenza militare a Saint-Maximin-la-Sainte-Baume in Provenza, dove era diventato politicamente molto attivo, iniziando a mostrare le proprie abilità oratorie.

I rivoluzionari a Saint Maximin erano in fermento perché i realisti e le altre forze anti-convenzionali avevano invaso Tolone e occupato la città, aprendo alla marina britannica che si era stabilita nel porto. Quando Luciano parlava alla folla, sebbene avesse solo diciannove anni, i suoi discorsi conquistavano grandi applausi. In quel periodo divenne moda prendere nomi “antichi”: Luciano scelse quello di Bruto e i suoi amici nel comitato rivoluzionario seguirono l’esempio, prendendo un nome greco o romano. Il comitato decise anche di rinominare la città “Maratona”.

In un ritratto fattogli alcuni anni più tardi da François-Xavier Fabre, Luciano appare di bell’aspetto, alto, capelli lunghi e neri, dai tratti regolari, naso lungo ma non sproporzionato, bocca sottile, occhi grandi e melanconici – mentre teneva in mano, semichiuso, un volume della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Uno degli elementi salienti della personalità di Luciano era la capacità di parlare in pubblico, di accattivarsi rapidamente le simpatie, di convincere gli uditori – abilità che spiega i grandi successi futuri come deputato, presidente di assemblea e ambasciatore. Come suo padre, era però vanesio, amante del lusso e delle donne, sensibile agli onori, alle manifestazioni di rispetto. Ma la sua fierezza non fu mai gelosia o invidia, essendo ben consapevole della grandezza del fratello.

All’epoca del soggiorno a Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, Luciano aveva incontrato la futura prima moglie Christine Boyer, figlia di un oste, di due anni più anziana, descritta come alta, snella, scura, con una grazia innata. Coloro che ebbero modo di incontrarla notarono la sua gentilezza, l’affetto e l’amore per il marito. Il diciannovenne Luciano, profondamente innamorato, sposò Christine il 4 maggio 1794, senza chiedere alcun permesso alla madre o ai fratelli maggiori. Lasciata la cittadina provenzale per la soppressione del suo magazzino, seguì Napoleone a Parigi nel 1795, approfittando per introdursi subito negli ambienti politici della capitale.

Napoleone si servì della propria influenza per spingere la nomina di Luciano a commissario di guerra del nuovo governo del Direttorio, entrato in funzione il 2 novembre 1795, presso l’esercito del Reno, sotto il talentuoso generale Jean Victor Marie Moreau. Christine accompagnò Luciano nel suo nuovo quartier generale. La performance di Luciano non fu tra le migliori: non era interessato a una carriera militare, spesso teneva discorsi stimolanti e provocava liti con chiunque avesse un’opinione diversa dalla sua. Quando le vittorie del fratello in Italia cominciarono a rendere celebre il nome Bonaparte (ora francesizzato), i benèfici effetti si estero ovviamente anche su Luciano, che ottenne l’autorizzazione a tornare in Corsica, deciso a rimettere piede nella politica isolana. In quella circoscrizione fu eletto nel Consiglio dei Cinquecento e ne divenne membro nell’aprile del 1798, venendo accolto calorosamente a Parigi da coloro che sostenevano il fratello generale.

Lo stesso anno in cui Luciano divenne deputato, Napoleone decise che il potere navale della Francia non era abbastanza forte per affrontare la Royal Navy britannica e pianificò una spedizione militare per impadronirsi dell’Egitto, al fine di difendere gli interessi commerciali francesi e indebolire l’accesso britannico all’Oriente. Invitò Luciano ad accompagnarlo, ma questi era più interessato a perseguire una carriera politica, quindi declinò l’offerta. Il suo ruolo a Parigi nei mesi successivi divenne fondamentale: si ritrovò alleato con coloro i quali tramavano per ottenere una nuova costituzione e comunicò gli sviluppi al fratello con una fitta corrispondenza in cui lamentava delle debolezze e dei malintesi del Direttorio, invitando Napoleone a tornare in Francia.

“Il generale Bonaparte al Consiglio dei Cinquecento, a Saint Cloud. 10 novembre 1799” di François Bouchot

Ciò accadde quando Luciano aveva ottenuto la presidenza del Consiglio dei Cinquecento, giocando un ruolo decisivo nel colpo di stato del 18 Brumaio (9 novembre 1799) che rovesciò il Direttorio. In effetti, le abilità oratorie di Luciano salvarono i piani dei cospiratori e portarono Napoleone a essere nominato Primo Console in un quadro di apparente legalità. Nel mezzo dell’agitazione, con un colpo di teatro, davanti alle truppe chiamate a “proteggere” i deputati riuniti a Saint-Cloud, Luciano prese un pugnale, lo puntò al cuore del fratello e giurò che gli avrebbe piantato la lama nel petto se mai avesse avuto la sensazione che egli potesse rappresentare una minaccia alla libertà dei francesi. Napoleone fu soddisfatto dell’assistenza prestata da Luciano e lo nominò ministro degli affari interni nel nuovo regime. In realtà, egli non era molto indicato, a causa del proprio carattere indipendente, per essere un mero esecutore; svolse comunque con diligenza e intelligenza il proprio ufficio, mostrando risolute capacità di organizzatore.

Luciano fu pure uno dei protagonisti più convinti del ritorno all’antichità classica nell’arte, nel costume, nel teatro, nel mobilio, che caratterizzò i primi lustri del secolo. Numerosi furono anche gli artisti da lui protetti. Oltre a essere un collezionista e buon intenditore di arte, si cimentava sulla scena teatrale, facilitato dalla voce altisonante e da una bella presenza. Sperava di essere nominato successore del Primo Console, se questi avesse ottenuto il diritto di nominare il proprio erede.

Quando Napoleone, nel maggio del 1800, decise di assumere personalmente il comando delle operazioni militari in Italia, vi si recò con Giuseppe, Luigi e Murat. Dunque, Luciano rimase l’unico Bonaparte di rilievo a Parigi. In quel momento, la potenza del giovane ministro raggiunse l’apice. Tuttavia, non avendo l’astuzia e l’ipocrisia dei Fouché e dei Talleyrand – anziché acquistare preziose amicizie, attirò odi. Si mostrò arrogante con gli altri due consoli. Nel frattempo, in quello stesso mese, a Parigi, era morta la moglie Christine, dalla quale aveva avuto due figli.

La questione della continuità delle nuove istituzioni rimaneva aperta. Luciano riteneva che il neonato regime andasse rafforzato e che occorresse studiare una formula per la successione e su questo si illudeva – come fratello del Primo Console e personalità di spicco – di avere buone possibilità di riuscita. Durante l’assenza di Napoleone non aveva esitato a prendere contatti in tal senso. Ad ogni modo, egli seppe organizzare egregiamente, dopo la vittoria di Marengo, i festeggiamenti al rientro delle truppe, rafforzando il regime consolare. Sindaci, deputazioni e cittadini da ogni angolo della Francia si riunirono a Parigi nella più grande manifestazione dai tempi della rivoluzione.

Speculando sull’impressione suscitata da vari complotti e attentati alla vita del Primo Console, Luciano, nel mese di ottobre del 1800, fece diffondere tra le prefetture e gli organi legislativi un opuscolo con il quale paragonava Napoleone a Cesare, per la sua grandezza sia militare che politica; ma la tesi principale dell’opuscolo concerneva i pericoli interni ed esterni che sarebbero esistiti per la Repubblica qualora chi ne reggeva le sorti – e l’aveva salvata dall’anarchia e dai nemici stranieri – fosse improvvisamente scomparso. Occorreva pertanto pensare alla sua successione.

I tempi non erano ancora maturi per una discussione del genere. Fouché, ministro di polizia, denunciò subito i pericoli insiti nell’opuscolo a Napoleone, che acconsentì a sequestrare le copie in circolazione e quelle ancora in stampa. Il 2 novembre, Luciano, convocato alle Tuileries, messo sotto accusa alla presenza del Primo Console e del ministro di polizia per l’inopportuno componimento, cui si aggiungevano i ripetuti biasimi per una vita di lussi che danneggiavano i Bonaparte presso l’opinione pubblica, lasciò il palazzo da dimissionario dopo un’accesa discussione. Tuttavia, Napoleone non desiderava rompere con il brillante fratello e pertanto gli offrì una via d’uscita come ambasciatore a Madrid, con l’intento di incoraggiare il re spagnolo a combattere contro il Portogallo, alleato degli inglesi – riuscendo a ingraziarsi Carlo IV. Così, quando l’esercito franco-spagnolo entrò in Portogallo, Luciano aprì i negoziati e, nel giugno 1801, firmò un accordo di pace a Badajos che prevedeva la chiusura dei porti alle navi battenti bandiera del Regno Unito.

Nei mesi precedenti aveva ottenuto un altro successo diplomatico con l’esecuzione delle ultime disposizioni previste dal Trattato di San Ildefonso (che era stato concluso il 1 ottobre 1800): il Primo Console aveva promesso la creazione di un Regno d’Etruria in Italia, la cui corona avrebbe cinto il capo di un Borbone di Spagna; in cambio, quest’ultima avrebbe messo a disposizione la propria flotta per la guerra contro il Regno Unito. Inoltre, Nuova Orleans e il territorio della Louisiana, acquisito dalla Spagna nel Trattato di Fontainebleau del 1762, veniva retrocesso alla Francia. Il 9 febbraio del 1801, la Repubblica francese e l’imperatore Francesco II d’Asburgo-Lorena firmarono il Trattato di Lunéville, confermando le condizioni preliminari stabilite nel Trattato di San Ildefonso e dando così vita al Regno di Etruria (l’odierna Toscana), creato appositamente per Ludovico I di Borbone, figlio di Ferdinando I e Maria Amalia d’Austria, ex duchi di Parma.

Esaurita la propria funzione in Spagna, Luciano venne accontentato nelle sue insistenze per un richiamo a Parigi, bramando la presidenza della nascente Repubblica italiana – aspirazioni che erano ben note anche agli spagnoli. La partenza fu l’occasione per ricevere dalla corte spagnola dei magnifici doni, con i quali i Borbone di Madrid vollero non solo testimoniare la propria stima e riconoscenza, ma per accattivarsi per quanto possibile i Bonaparte: centomila scudi d’oro, diamanti, preziosi dipinti. La sera del 14 novembre, l’ex ambasciatore rientrava a Parigi immensamente più ricco di quando era partito un anno prima. Prese residenza nel fastoso Hotel de Brienne nella rue St. Dominique.

Repubblica italiana (1803-1805)

Svanita la presidenza della Repubblica italiana, appannaggio di Napoleone che seppe riparare alle disaffezioni che gli errori del Direttorio avevano suscitato nelle élite italiane all’epoca della prima Cisalpina, Luciano ebbe più fortuna con la nomina a membro del Tribunato, una delle due assemblee legislative previste dalla Costituzione del 1799, e conobbe Alexandrine de Bleschamp, moglie del banchiere Ippolito Jouberthon, che morì nel 1802, e divenne la sua seconda consorte. Il primo figlio di Luciano e Alexandrine, Carlo Luciano, nacque il 24 maggio 1803. Si sposarono cinque mesi dopo, il 26 ottobre. Ebbero altri otto figli: Letizia Cristina (1804), Giuseppe Luciano (1806), Giovanna, (1807), Paolo (1808), Luigi Luciano (1813), Pietro Napoleone (1815), Antonio Luciano (1816), Alessandrina Maria (1818) e Costanza (1823).

Apprendendo del matrimonio, Napoleone era furioso. Aveva sperato di associare Luciano ad una principessa spagnola. I fratelli litigarono anche, nel 1804, sulla successione imperiale: Napoleone consentì solo a Luciano di entrare nella linea successoria, estromettendone i figli avuti con Alexandrine. Luciano si trasferì a Roma, rinunciando a qualsiasi ulteriore ruolo negli affari imperiali. Tuttavia, nel 1807, Napoleone sperava ancora in una riconciliazione. Chiese alla madre Letizia di scrivergli e lei incoraggiò Luciano ad abbandonare la moglie. Napoleone promise che, se lo avesse fatto, i suoi diritti imperiali sarebbero stati ripristinati e i suoi figli sarebbero stati riconosciuti nella linea della successione. Ancora una volta, Luciano rifiutò di scendere a compromessi. Quando l’imperatore dei francesi annetté lo Stato Pontificio e incarcerò Pio VII, del quale Luciano era amico, Napoleone trovò fastidiosa la presenza del fratello a Roma.

Nel 1810, Luciano tentò di raggiungere in nave gli Stati Uniti d’America, con famiglia al seguito. Furono catturati dagli inglesi, che permisero loro di vivere a Ludlow e più tardi nella dimora di Thorngrove a Grimley, nel Worcestershire. Luciano si stabilì con facilità nella vita di un gentiluomo di campagna inglese: trasformò la sua casa in un salotto ben frequentato e si interessò all’astronomia, così come all’educazione dei figli. Sperando di farsi una reputazione letteraria, compose un poema epico su Carlo Magno, pubblicato a Londra nel 1814, ma ebbe un’accoglienza fredda. Scrisse anche una tragedia e un paio di commedie, che furono rappresentate in un teatro privato con circa duecento spettatori. Quando Napoleone abdicò nell’aprile del 1814, Luciano scrisse a Pio VII chiedendo di tornare in Italia e di avere un titolo nobiliare. Gli venne assegnato quello di Principe di Canino, con i relativi feudi.

Luciano Bonaparte, principe di Canino (Robert Lefèvre)

Durante l’esilio di Napoleone all’Elba, l’atteggiamento dei fratelli si addolcì. Quando l’imperatore tornò a Parigi nel marzo del 1815, Luciano decise di riunirsi a lui, arrivando il 9 maggio. Dopo la sconfitta a Waterloo, quando le Camere discutevano sulla deposizione dell’imperatore, Luciano consigliò a Napoleone di sciogliere le assemblee. Invece, mandò Luciano a rivolgere loro un discorso, sperando che le sue abilità oratorie lo avrebbero aiutato a ripetere l’acrobazia del 18 Brumaio. Luciano salì sul podio dei deputati e disse, tra le altre cose, che non era Napoleone a essere attaccato, ma il popolo francese, e che ora veniva chiesto a questo popolo di abbandonare il suo imperatore, esponendo la nazione davanti al tribunale del mondo a un severo giudizio sulla sua leggerezza e incostanza. Luciano si inchinò rispettosamente e si sedette. Il dibattito proseguì, ma i colleghi non accettarono la proposta. A lui, giorni dopo, Napoleone dettò l’abdicazione in favore del figlio, Napoleone II.

Con Napoleone destinato a Sant’Elena, gli alleati permisero a Luciano di tornare a Roma, a condizione che rimanesse nello Stato Pontificio. Nel 1816 fece richiesta di passaporto per gli Stati Uniti, ma fu respinta. Si rassegnò dunque alla vita in Italia. La sua situazione era comoda, sebbene le entrate tendessero a rimanere indietro rispetto alle spese. Oltre ad Alexandrine e ai bambini, aveva la compagnia di sua madre, di suo fratello Luigi, di sua sorella Paolina e dello zio Joseph Fesch, che erano anch’essi a Roma. Possedeva notevoli proprietà e terreni intorno a Canino, particolarmente ricchi di resti etruschi, e si dedicò agli scavi. Mantenne un museo e una galleria, che includeva alcuni reperti preziosi. All’approssimarsi della morte a Sant’Elena, Napoleone espresse a Luciano il suo desiderio affinché smettesse di comporre poesie e si impegnasse a scrivere una storia della Rivoluzione e dell’Impero. Essendo un gran lavoratore, poteva facilmente scrivere quindici o venti volumi sull’argomento. Nel 1824, papa Leone XII lo fece principe di Musignano.

I fratelli Bonaparte furono sorpresi dagli eventi in Italia e in Francia nel 1830: Luciano, le cui condizioni finanziarie erano migliorate grazie agli scavi etruschi, era immerso nei suoi studi, Giuseppe era in America, Girolamo e Luigi dediti alla mondanità tra Roma e Firenze. Su consiglio di Luciano, il fratello maggiore Giuseppe inviò una lettera al maresciallo Jourdin, pari di Francia, e un’altra all’ex generale di cavalleria Bélliard, fedelissimi di Napoleone, affinché venisse elevato al trono Napoleone II. Tali missive non ebbero seguito, ma riuscirono a tenere agitate le acque e a mantenere viva la candidatura bonapartista, anche dopo l’avvento al trono di Luigi Filippo d’Orléans.

Luigi Filippo d’Orléans

Quando scoppiò un’insurrezione anti-papale nel 1831, lui e la sua famiglia rimasero al di sopra della mischia. Protagonista ne fu il secondo figlio di Luigi e Ortensia, Carlo Luigi Napoleone, futuro Napoleone III, che riuscì a sfuggire all’arresto degli austriaci, giunti in soccorso del papa nel marzo del 1831, grazie all’aiuto dell’arcivescovo di Spoleto Giovanni Maria Mastai Ferretti – futuro papa Pio IX – che lo fece uscire dalla città nella propria vettura, assicurandosi così un credito che sarebbe stato onorato in seguito.

Il 10 aprile 1832 era stata promulgata nel Regno di Francia una nuova legge che poneva al bando tutti i pretendenti al trono francese non orleanisti. Tale legge mirava principalmente a Carlo X e ai Borbone, ma l’articolo 6 ne estendeva la validità anche agli ascendenti e discendenti di Napoleone Bonaparte, ai suoi zii, nipoti e fratelli, alle sue sorelle e ai loro mariti. I principali membri della famiglia Bonaparte decisero, pertanto, di riunirsi a Londra, con i loro maggiori sostenitori, per esaminare la situazione politica. Poco prima dell’incontro, tuttavia, era morto improvvisamente a Schoenbrunn, ventunenne, il duca di Reichstadt, figlio di Napoleone, speranza di tutti i napoleonidi. Tutti i piani di restaurazione bonapartista, centrati sulla figura leggendaria del Re di Roma, crollarono nel momento in cui il regno di Luigi Filippo appariva assai fragile.

L’anno seguente, Luciano pubblicò a Londra, nel quadro di un rilancio della causa bonapartista, un appello al popolo francese con il quale – dopo aver rivendicato i grandi meriti del Primo Console che aveva salvato la nazione dal baratro – venivano esaminate le principali questioni politiche da risolvere. Si trattava di un vero e proprio progetto di costituzione, con finalità non solo francesi ma europee, ritagliato sulla costituzione consolare del 1799, con l’aggiunta di un capo del governo eletto dai cittadini – un sistema politico abbastanza forte da dominare sia l’anarchia sia i tentativi di assolutismo, simile a quello degli Antonini nell’antica Roma. Nella lunga premessa al progetto costituzionale, inviato a numerosi parlamentari, Luciano invocava anche una riforma economica e fiscale che abolisse ogni privilegio ingiustificato e introducesse sgravi nei confronti delle fasce più deboli della popolazione al fine di ridurre l’ineguaglianza dei patrimoni. Sia pure in modo indiretto e confuso, le idee di Luciano e dei costituzionalisti del 1799, miranti a un regime consolare fondato sul consenso popolare, fruttificarono all’epoca dell’acclamato restauratore dell’impero napoleonico, consentendo a Napoleone III di contribuire al raggiungimento dell’unità politica della nazione italiana.

Nel 1836, Luciano, avvertendo i primi sintomi del male allo stomaco che aveva colpito anche Napoleone, Paolina e il loro padre, si accinse, invano, a completare le sue Memorie, preoccupato di difendere il proprio ruolo storico. Morì a Viterbo il 29 giugno 1840.

Dalle memorie di Luciano emerge un pensiero liberal-conservatore, propenso all’allargamento del suffragio quanto più l’elemento aristocratico era in grado di conferire solidità all’edificio politico. Un ceto nobiliare nel senso napoleonico, protettore della libertà, posto per il suo merito, per la sua influenza e per la ricchezza al di sopra degli interessi volgari, offrendo alla cosa pubblica più di quanto avesse ricevuto dalla sua elevazione, ispirandosi ai pari d’Inghilterra, ai patrizi romani, alle nobiltà cittadine del medioevo. La Francia uscita dalla rivoluzione gli sembrò assomigliare allo stato romano descritto da Gaio Sallustio Crispo nell’epoca d’oro che precedette la congiura di Catilina:

… lo Stato – quasi incredibilmente – ottenuta la libertà, in breve tempo diventò prospero, mentre gli animi dei cittadini erano catturati dal desiderio di gloria. I giovani, in primo luogo, non appena pronti per la vita militare, si istruivano all’arte della guerra nell’aspro rigore degli accampamenti e traevano piacere più dalle armi lucenti e dall’equitazione militare che dai bordelli o dai banchetti. Infatti questi uomini si sottoponevano spesso alla fatica; nessun posto era per loro aspro o arduo; mai avevano terrore del nemico: il coraggio superava ogni ostacolo. Fra loro vi era una grande competizione per raggiungere la gloria: ciascuno si affrettava ad assalire il nemico, a salire per primo sulle mura della città, a mettersi ben in risalto mentre compiva queste imprese. Per costoro questo tipo di valore era sacro: la buona fama, la grande nobiltà. Erano avidi di lodi, e generosi nello spendere il danaro. Desideravano glorie smisurate e un moderato benessere.

Ma il disordine, la sovversione, la cupidigia, sono sempre in agguato:

… proprio quando tutti i mari e le terre erano aperti alla conquista, la fortuna cominciò a mostrarsi nemica e a mescolare le sorti. […] l’avidità annientò la lealtà, l’onestà, ogni virtù; e al posto dei parchi costumi presero il sopravvento la superbia, la crudeltà, l’irreligiosità, il mercimonio. L’ambizione indusse molti alla falsità […]. Questi vizi si diffusero poco a poco; talvolta furono anche puniti, ma poi il contagio si diffuse come una peste, la città fu mutata e il governo, il più legittimo e benefico dei governi, diventò crudele e intollerabile […] L’avidità non ama che il denaro, cosa non certo tipica dei saggi; questa forma di avidità è simile ad un veleno mortale: illanguidisce il corpo e l’animo dell’uomo; è sempre inesauribile e insaziabile, né l’abbondanza, né la penuria di mezzi riescono a placarla.