Livia Drusilla nacque probabilmente a Roma il 30 gennaio del 58 a.e.v., figlia di Marco Livio Druso Claudiano, esponente della gens Claudia che era stato adottato da un Livio. Egli, successivamente, fece rientrare la figlia nella sua famiglia d’origine dandola in sposa proprio ad un Claudio, precisamente a Tiberio Claudio Nerone. Livia era quindi una donna di stirpe nobilissima: i Claudii e i Livii erano infatti tra le famiglie romane più prestigiose dell’aristocrazia senatoria. Livia visse in un periodo assai difficile della storia repubblicana romana, in anni insanguinati dalle guerre civili.

Alle Idi di marzo del 44 a.e.v. Gaio Giulio Cesare venne ucciso in una congiura ordita da alcuni senatori, a cui seguì uno scontro tra cesariani e cesaricidi che si risolse a favore dei primi.I cesaricidi Bruto e Cassio assieme ai loro sostenitori fuggirono in oriente, mentre i tre personaggi più potenti del partito cesariano, Ottaviano, Marco Antonio e Lepido, un anno dopo i fatti nel 43, istituirono una magistratura straordinaria, il triumvirato, con la quale si attribuirono poteri assoluti. Successivamente, i rapporti tra il triumviro d’occidente Ottaviano e quello d’oriente Marco Antonio si deteriorarono sempre più fino a giungere allo scontro finale del 31 a.e.v. presso Azio.

Dettaglio di una statua di Livia Drusilla a cavallo fra i primi due secoli ante e post era volgare, con evidenti tracce di policromia. Trovata nella Villa dei Misteri a Pompei, oggi è custodita presso l’Antiquarium di Boscoreale

Nel corso delle guerre civili di questi anni, il padre e il marito di Livia si schierarono sempre dalla parte dei perdenti: il padre nel 42 a.e.v. combatté in prima persona a Filippi a fianco dei cesaricidi Bruto e Cassio contro Ottaviano e Marco Antonio e, dopo la sconfitta, si suicidò per non cadere vivo nelle mani dei vincitori. Il marito invece, nel 41, scoppiato un conflitto a Perugia che vedeva contrapposti da un lato Ottaviano e dall’altro Lucio Antonio e Fulvia – rispettivamente il fratello e la moglie di Marco Antonio –, si schierò dalla parte di questi ultimi e venne perciò inserito da Ottaviano nelle liste di proscrizione.

Chi veniva iscritto in questi elenchi perdeva immediatamente ogni diritto, i suoi beni venivano confiscati e se qualcuno lo avesse ucciso, sarebbe perfino stato gratificato con una ricompensa. Forse su questa scelta avevano pesato anche i sentimenti anticesariani di Tiberio Claudio Nerone il quale, all’indomani dell’uccisione di Cesare, si era alzato in senato ed aveva proposto un voto di ringraziamento a favore dei cesaricidi. Per avere salva la vita dunque, Tiberio Claudio Nerone fu costretto ad una rocambolesca fuga insieme alla sua famiglia. Ricongiuntosi con la moglie Livia, allora appena diciottenne, e il figlio Tiberio di soli due anni, trovò rifugiò prima in Sicilia e poi in Grecia, a Sparta. Svetonio riporta la drammaticità di questa fuga da Roma verso oriente:

“Presso Napoli, mentre tentavano di imbarcarsi segretamente per sfuggire ai nemici, con il suo vagito per due volte Tiberio rischiò di tradire i suoi genitori” (Svetonio, Vita di Tiberio, 6.1)

Busto marmoreo di Livia Drusilla, conservato presso la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen. I secolo a.e.v.

Nel 39 a.e.v., a seguito di un’amnistia generale indetta dai triumviri, Livia e il marito poterono rientrare a Roma; avvenne allora il primo incontro tra Ottaviano, futuro imperatore Augusto, e Livia che le fonti antiche presentano come un vero colpo di fulmine: Ottaviano volle sposarla immediatamente, nonostante fosse già sposato con Scribonia, che infatti ripudiò lo stesso giorno in cui la donna diede alla luce la loro primogenita Giulia. Restava però un ulteriore ostacolo al matrimonio: Livia era incinta del marito del loro secondo figlio, il futuro Druso maggiore, e secondo la consuetudine e il diritto romano avrebbe dovuto aspettare di partorire per poter convolare a nuove nozze. Ma Ottaviano non voleva aspettare nemmeno quei pochi mesi – pare fossero tre – e si rivolse al collegio dei pontefici, il massimo organo religioso, il quale rispose che le nozze potevano avvenire prima del parto, essendo certa la data del concepimento e quindi l’identità del padre.

Grazie a questo avvallo, Ottaviano e Livia poterono convolare a nozze a Roma il 17 gennaio del 38 ante era volgare. Non sappiamo se Ottaviano si innamorò di Livia a prima vista o meno, sicuramente la ragione di tanta fretta nel contrarre matrimonio stava nel fatto che quest’unione aveva un chiaro significato politico: essa dava infatti inizio ad una nuova fase politica per Ottaviano, la cosiddetta “politica dell’oblio” come l’ha definita il professor Augusto Fraschetti, in ragione della quale il futuro imperatore dimenticava gli aspri scontri che vi erano stati fino ad allora con i membri dell’aristocrazia senatoria e offriva loro la possibilità di far ritorno nei posti di comando che avevano ricoperto i loro avi, in cambio del loro appoggio nell’imminente scontro con Marco Antonio e, più generalmente, al suo progetto politico.

Busto di Ottaviano databile al 30 a.e.v. circa del tipo cosiddetto “Azio”. Proveniente dalla collezione Albani, oggi si trova presso i Musei Capitolini di Roma

Questo matrimonio fu un evento così importante che fu oggetto della “guerra di propaganda” che in quegli anni era in atto tra il triumviro d’oriente, Marco Antonio e Ottaviano stesso, come ha messo in luce la professoressa Francesca Rohr nel suo articolo “Le nozze di Augusto tra azione politica e strategie propagandistiche”. Mentre la versione della propaganda augustea tramandata dallo storico filo-tiberiano Velleio Patercolo e poi ripresa da Svetonio e Cassio Dione, sottolinea il sostegno alle nozze di Tiberio Claudio Nerone, il quale accompagnò persino l’ex moglie all’altare, una lettura totalmente antitetica invece ci è offerta da altri storici – Svetonio e Tacito – i quali rappresentano tale matrimonio come un vero e proprio rapimento perpetrato da Ottaviano ai danni di Nerone.

Evidentemente questo ramo della tradizione mantiene un ricordo della lettura filoantoniana, che aveva lo scopo di delegittimare questo evento poiché ben ne comprendeva la pericolosità delle ripercussioni sul campo politico. Lo stesso appello al collegio dei pontefici venne interpretato in due modi diametralmente opposti: come segno del rispetto del futuro princeps nei confronti delle leggi oppure come un ludibrium – uno scherno – verso i pontefici che furono costretti ad esprimersi a favore di Ottaviano per timore della sua ira. Il matrimonio tra Ottaviano e Livia durò per tutta la loro vita, nonostante la coppia non ebbe mai figli.

Dettaglio di una statua di Livia Drusilla della prima metà del I secolo e.v. nelle vesti della Dea Cerere

Livia ne perse uno in seguito ad un aborto e dopo di ciò non abbiamo alcuna notizia di ulteriori gravidanze. Nell’antica Roma la procreazione era la principale finalità del matrimonio e l’infertilità della coppia, la cui causa era sempre attribuita esclusivamente alla sterilità della donna – la possibilità che ad essere sterile fosse l’uomo non era nemmeno lontanamente concepita –, portava nella maggioranza dei casi al ripudio della moglie. Ciò non accadde in tal caso, a dimostrazione di un reale e profondo attaccamento di Augusto verso la moglie. L’imperatore tributò a Livia, come pure alla sorella Ottavia, onori straordinari che le conferirono un ruolo pubblico che mai nessuna matrona romana fino ad allora aveva avuto.

Mentre a Roma alle donne era riconosciuto un ruolo sociale solo all’interno dello spazio chiuso delle proprie domus familiari, Livia godeva del diritto di ricevere statue a sua immagine, quello di agire in giustizia autonomamente senza bisogno dell’intervento di un tutore e la protezione della sacrosantitas, per cui chiunque le avesse arrecato danno, anche solo verbalmente, avrebbe potuto intercorrere nella pena capitale. Nel 9 a.e.v. Livia dovette subire un duro colpo personale: la morte del figlio Druso maggiore, morto durante una campagna militare contro le popolazioni germaniche. L’atteggiamento assunto in tale circostanza le procurò le lodi, alcuni decenni dopo, del filosofo Seneca:

“Appena lo depose nella tomba, vi depose assieme a lui anche il proprio dolore e non ebbe a soffrire più di quanto fosse dignitoso per un Cesare o fosse giusto se si fosse salvato” (Consolazione a Marcia, 2.2)

Dettaglio di un affresco parietale proveniente dalla Villa di Livia detta “Ad gallinas albas” a Prima Porta ed oggi custodito presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme

A differenza di Ottavia, sorella di Augusto, che dopo la morte del figlio si ritirò in un lutto perenne, Livia si chiuse nel privato, nel momento di dolore più acuto, per poi tornare ad assumere il suo ruolo da “first lady dell’Impero”, come l’ha definita lo storico Anthony A. Barrett. Livia faceva politica come a Roma poteva far politica una donna: operando dietro le quinte ed influenzando le scelte degli uomini a cui era legata. Pare avesse un’effettiva influenza politica sul marito, il quale spesso la consultava, le chiedeva consigli sulle decisioni da prendere e la portava con sé anche nei suoi viaggi nelle province.

Ci sono stati tramandate da Svetonio – Vita di Claudio, 4 – delle lettere in cui Augusto chiede alla moglie un parere su quali ruoli pubblici attribuire al tanto impacciato nipote Claudio, il futuro imperatore. Questa notizia è un’evidente bufala ante litteram inventata dalla storiografia filo-senatoria per dileggiare il povero imperatore Claudio che aveva osato aprire le stanze del potere a liberti ed élites provinciali; ciononostante è assai probabile che questa notizia fasulla sia stata costruita su un fatto vero, ovverosia l’abitudine dell’imperatore Augusto di consultare la moglie, anche in forma scritta, sulle decisioni da prendere.

Livia Drusilla orante, statua successiva al 29 e.v. ritrovata nella cosiddetta basilica di Otricoli tra il 1778 e il 1779, oggi custodita presso i Musei Vaticani

Rivelatore a tal proposito un prodigio tramandato da Cassio Dione (48, 52, 3-4): nel 37 a.e.v. sarebbe apparsa in cielo un’aquila che teneva nelle zampe una gallina bianca con un ramoscello d’alloro in bocca. L’aquila venne identificata con Livia e la gallina con Ottaviano: “Livia era destinata ad accogliere nel suo grembo anche la potenza di Ottaviano e a guidarlo in tutti i suoi atti”. Significativamente questa visione provocò hedonè – piacere – a Livia, ma dèos – paura – a tutti gli altri. Parte della tradizione letteraria (Tacito, Annali 1, 3, 3; Cassio Dione 55, 10a, 10; 55, 33, 4) tramanda un’immagine di Livia più a tinte fosche: un’astuta ingannatrice senza scrupoli, un “Ulisse in gonnella” (Svetonio, Vita di Caligola 23, 3), una temibile noverca – matrigna – che mandò in rovina ed avvelenò tutti i possibili successori al trono del marito per far posto a suo figlio Tiberio. In ordine Livia avrebbe avvelenato: Marcello, il nipote di Augusto, figlio della sorella Ottavia; Gaio e Lucio Cesare, nipoti di Augusto, figli della figlia Giulia ed infine il marito stesso, per timore che l’avvicinamento tra Augusto e il nipote Agrippa Postumo potesse risolversi in un ripensamento circa la successione.

“Augusto, dunque, si ammalò e morì. Livia fu oggetto di qualche sospetto riguardo la sua morte, per via del fatto che egli si era recato segretamente presso l’isola in cui si trovava relegato Agrippa e sembrava che si fosse riconciliato del tutto con lui. Pertanto Livia, avendo temuto, come dicono, che il principe lo richiamasse per associarlo alla monarchia, cosparse con del veleno alcuni fichi che si trovavano ancora sugli alberi dai quali Augusto era solito coglierli di persona, e mentre lei stessa mangiò quelli che non ne erano stati cosparsi, propinò invece a lui quelli avvelenati” (Cassio Dione 56, 30, 1-2)

Cammeo intagliato in un turchese, raffigurante Livia Drusilla un con busto di Augusto o Druso maggiore, I secolo e.v. Museo delle Belle Arti di Boston

Queste accuse di avvelenamento sono oggi rigettate dagli studiosi: appare probabile che siano state orchestrate contro di lei dal ramo giulio della famiglia imperiale e dai loro sostenitori, i quali mal digerivano di vedere succedere ad Augusto il figlio di primo letto di Livia, Tiberio, anziché un suo discendente di sangue. Inoltre su questa accusa gravava il tradizionale pregiudizio maschilista contro le donne di essere delle avvelenatrici: detenendo le donne nel mondo romano l’esclusiva conoscenza delle erbe officinali che veniva trasmessa di generazione in generazione per via femminile, vi era il timore che tale conoscenza potesse essere utilizzata per danneggiare anziché guarire. Questa accusa in età imperiale ricevette nuova linfa e divenne il modo consueto utilizzato dagli storiografi latini per rappresentare come una donna della famiglia imperiale potesse fare politica, muovendosi nei meandri della corte.

Livia Drusilla e Tiberio in trono, gruppo statuario scolpito fra il 14 e il 19 e.v. da Paestum e oggi al Museo Archeologico Nazionale di Spagna

Augusto dunque morì, probabilmente di vecchiaia e per via di svariate complicazioni di salute, il 19 agosto del 14 e.v. Subito dopo la sua morte il nipote Agrippa Postumo, l’unico di sangue dell’imperatore rimasto in vita, il quale si trovava in esilio sull’isola di Pianosa, venne ucciso dal suo guardiano, non si sa se su ordine di Livia, di Tiberio o di entrambi. In questo modo madre e figlio uccisero l’unico possibile rivale di Tiberio e ne assicurarono la successione. Nel suo testamento, Augusto adottò la moglie, che prese il nome di Giulia Augusta, un cambiamento di nome che comportò un suo innalzamento di stato. La donna divenne una figura politicamente ingombrante per il figlio, che tentò in ogni modo di limitare il suo ruolo pubblico, per non venirne oscurato, opponendosi ad esempio alla sua titolazione quale “madre della patria”:

“Mal sopportando sua madre Livia, che egli accusava di voler dividere con lui il potere, evitò di frequentarla troppo assiduamente e di intrattenersi troppo a lungo con lei” (Svetonio, Vita di Tiberio 50, 2)

Cammeo sicuramente successivo al 49 e.v. commissionato da Agrippina minore, dopo il matrimonio con Claudio. Il prezioso artefatto doveva ornare una insegna militare o fungere da mezzo propagandistico per saldare il legame fra i divini Augusto e Livia ed il giovane Nerone, raffigurato in alto al centro

Livia morì il 28 settembre del 29 e.v. a ben 86 anni, un’età straordinaria considerando l’aspettativa media di vita a quel tempo. Morì sola nella sua casa sul Palatino, lontana dal figlio Tiberio che non vedeva da tre anni, mentre Roma era nelle mani del perfidamente ambizioso prefetto del pretorio Seiano. La sua figura venne successivamente divinizzata nel 42 e.v. dal nipote Claudio quando divenne imperatore, mentre nella parte orientale dell’Impero la Thea Liouia – Dea Livia – veniva già venerata da quando la prima imperatrice era ancora viva e vegeta, secondo una usanza tutta ellenistica che sarebbe diventata sempre più parte del costume romano.