Lemmy dei Motörhead. Fiumi di inchiostro gli sono già stati dedicati, ma uno shot in più non gli farà un grave torto. Misconosciuto a chi pensa che la musica sia ascoltare «quella merda che passa in radio» (cit.), amato da chi se ne intende di rock senza aggettivi, idolatrato come un eroe da chi ha fatto dell’essere sé stessi una fede, è stato il personaggio di culto che, in quarant’anni di onorata carriera, ha saputo incarnare lo spirito trasversale alle tribù rockettare

Irriducibile alle etichette, concentrato vivente di ironia cinica, sprezzante verso il business e lo star system, Lemmy è stato – ed è – i Motörhead: con quell’umlaut sulla seconda “o” e il nome che richiama le moto (significa invece “tossico di speed”, secondo lo slang americano degli anni ’60), la band britannica è stata sempre associata all’oscuro underground dei duri e puri, balordi e beffardi. Un esercito al servizio di una ribellione senza causa, il rockn’n’roll, poi quasi interamente assorbita e triturata dall’industria musicale.

Un giovane Kilmister vestito da prete. Erano gli anni di una dei The Rockin' Vickers

Un giovane Kilmister vestito da prete. Erano gli anni dei The Rockin’ Vickers

Se bisogna trovargli proprio una definizione, si può dire che Lemmy è l’estremista del rock. Se avete orecchie delicate, siete vecchi dentro o non capite il perfido umorismo inglese, la sua non è roba che fa per voi. I riff vengono dal blues, semplici e ossessivi, con continue citazioni dai maestri del rock primigenio, Chuck Berry e Little Richard su tutti. Il sound è distorto, potente, grezzo, reso unico dal basso suonato a tappeto come una chitarra ritmica. La voce, rauca e profonda, sa di milioni di sigarette, whisky e notti tirate fino all’alba.

Le canzoni mischiano la velocità e il nonsense del punk, e hanno certamente più cose in comune coi Sex Pistols (e ancor più coi Damned, non a torto da lui giudicati il vero idealtipo di punk inglese) che non coi Black Sabbath, anche se l’aspetto esteriore è tipico del metal vecchio stile: capelli lunghi, chiodo in pelle, iconografia a metà fra il militare e il western. Con, in più, la caratteristica passione di Lemmy per l’estetica tedesca e nazista, ovvero croce di ferro al collo e gran sfoggio di uniformi – magari customizzate secondo il tipico gusto del mixage strafottente di chi, la propria divisa, sa inventarsela.

Lemmy Kilmister e Joey Ramone

Lemmy Kilmister e Joey Ramone

Nato il 24 dicembre 1945 a Stoke-on-Trent in Inghilterra (la stessa località di nascita di un altro grande, il pluri-infartuato chitarrista storico dei Guns’n’Roses, Slash), all’anagrafe è Ian Fraser Kilmister. Abbandonato da piccolo, lui e la madre, da un padre che incontrò due volte in tutto («era un uomo viscido e ambiguo con gli occhiali e un principio di calvizie»), folgorato da ragazzino dal rock’n’roll americano, divenne presto uno dei tanti girovaghi di quel periodo vitalmente caotico dove si poteva vivere a scrocco a casa di amici, fare l’autostop e guadagnarsi la cena suonando in gruppi che duravano magari qualche anno, o anche solo qualche mese.

I suoi inizi furono nei Rocking Vicars, dove vestiva da prete e proponeva un garage ispirato ai Beatles (che preferì sempre ai Rolling Stones, perché più borgatari e originali), e successivamente nei Sam Gopal, capeggiati da un omonimo anglo-indiano che prediligeva sonorità oscure e psicotrope. In quegli anni ruggenti gli capitò anche, per un po’, di essere uno dei roadie di Jimi Hendrix (gli procurava la droga). scrive lui stesso nella sua autobiografia, “La sottile linea bianca”:

“Non c’era l’Aids, la gente non moriva così spesso per abuso di droghe ed era veramente un periodo di libertà e di cambiamento. Gli unici momenti in cui ho visto una vera ribellione sono stati gli anni Cinquanta, Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il resto potete tenervelo. I ragazzi di oggi assomigliano molto di più a quei genitori a cui, una volta, cercavamo di opporci!… Noi abbiamo cresciuto una generazione di agenti immobiliari, una stirpe di maledetti contabili”

Entrato per caso nei ranghi di un complesso di rock psichedelico allora abbastanza famoso, gli Hawkwind, nel 1971 imbracciò il basso e cominciò a comporre pezzi, fra cui “Motörhead” che darà il nome al gruppo che fondò nel 1975, dopo che gli Hawkwind lo aveva cacciato perché, a detta sua, non si faceva della «droga giusta», cioè di acidi. Lui infatti era per le anfetamine, che spacciava senza tanti rimorsi, dato che a quel tempo, fra i suoi simili, si facevano tutti (non crepandoci, in quanto allora più pura). E in ogni caso, doveva pur sopravvivere.

I Motörhead nel pieno degli anni 70'

I Motörhead nel pieno degli anni 70′

La mistica del trip spiritualeggiante non lo affascinò mai: Ian, detto Lemmy per la sua cronica mancanza di denaro (il soprannome deriverebbe dalla pronuncia di una sua insistente richiesta, “let me a quid ‘ti friday”, dammi una sterlina fino a venerdì, anche se altrove sostiene gliel’avessero appioppato già a dieci anni in quanto pigro, pecorone, lemming), preferiva di gran lunga star sveglio a godersi la realtà fino in fondo, ultravigile e affamato, anche per interi giorni – la leggenda vuole che una volta rimase in piedi per un’intera settimana di fila. Per il resto, fu un feroce proibizionista solo verso l’eroina, che detestava.

I suoi Motörhead, dopo i primi sgangherati passi da «miglior peggior band del mondo» (così una rivista dell’epoca, Sounds) ispirati ai seminali MC5, un misto di blues, violenza e velocità, nel giro di qualche anno vissero un’ascesa inarrestabile: con la celebre tellurica Ace of spades (1980) e l’album live No sleep ‘til Hammersmith (1981), Lemmy e i suoi due compagni, “Fast” Eddie Clarke e Phil “Philty Animal” Taylor, nel 1981 arrivarono in cima alla classifica inglese.

Kilmister verso gli inizi degli anni 80' durante una esibizione

Kilmister verso gli inizi degli anni 80′ durante una esibizione

Fu l’unico momento di gloria commerciale di una band che di commerciale non ha mai avuto nulla. Ma che è diventata un mito per tutti coloro che – giustamente – disprezzano le mode da classifica. E che ad un concerto rock vogliono anzitutto divertirsi, poiché per un rocker «l’unica cosa importante è riuscire a mandare un brivido lungo la schiena di qualcuno».

“Rocknroll: è divertimento, è ribellione per il puro gusto di farla…. Non è fatto per vendere, è fatto per divertirsi”

Attraversando cambi di formazione, picchi creativi e depressivi, alti e bassi, Lemmy ha, a modo suo, sperimentato, arrivando a usare i violini in 1916 (un pezzo del 1991 dal testo commovente sulla solitudine dei giovani morti in guerra nella battaglia della Somme), i bonghi (la furiosa Assassin, 1998),  aprendosi alle ballate (I ain’t no nice guy, 1992), alcune delle quali con temi inaspettati come la pedofilia (Don’t let daddy kiss me, 1993), la religione (God was never on your side, 2006), o la propria stessa fine e il significato della propria esistenza (Till the end, 2015); citando John Lee Hooker in un classicissimo blues acustico in Whorehouse blues (2004), oppure virando verso il punk/hardcore più essenziale, con Sacrifice (1995) oppure Sex&death o Rock out (senza dimenticare l’omaggio agli amici Ramones con R.A.M.O.N.E.S). Ma sempre fedele alla gioia di vivere, adolescenziale e saggia allo stesso tempo, di chi si vanta di fare come gli pare (I’m so bad baby I don’t care). Anno dopo anno on the road, a macinare palchi su palchi a volumi altissimi – tanto da meritarsi la fama di “band più rumorosa del pianeta” – e a sfornare dischi che non lo hanno certo riempito di soldi, di cui si sbatteva allegramente:

“Sarò famoso, ma non sarò mai ricco. Se avessi un milione di dollari al giorno li spenderei tutti in cazzate”

E infatti fece più quattrini scrivendo letteralmente quattro canzoni per il suo amico Ozzy Osbourne agli inizi dei Novanta, che in tutto l’arco della sua esistenza. Così Lemmy è rimasto a galla: non prendendosi mai troppo sul serio:

 “Sono brutto, non mi invitano ai party”

Ma anche coltivando un lato, più personale e intimo, fatto di pile di libri, specie di storia di cui era avido divoratore, e di una sconfinata, ferina e assieme dolce passione per le donne, di tutti i tipi e tutte le razze, che correttamente considerava:

 “Superiori da sempre, visto che ci fanno fare quello che vogliono da sempre”

Di qui il suo odio per le femministe:

 “Hanno rotto i coglioni”

Se l’anarchia non fosse un’utopia, sarebbe stato anarchico. Di qui il suo radicale anti-razzismo:

 “Il razzismo è da tonti”

I Motörhead nel 1990

I Motörhead nel 1990

La sua ilarità un po’ infastidita per la voce metropolitana che lo voleva nazi:

 “Io sono la cosa più lontana da un nazista che ci sia. Hitler non beveva e non fumava. Era vegetariano. Aveva un’uniforme bella ed elegante, con dei capelli corti ben pettinati. L’uomo perfetto. E ha massacrato milioni di persone. Qualche domanda?”

La sua anti-omofobia, non scontata nell’ambiente machista dei backstage affollati di groupies:

 “Se fossi bisex l’avrei già messo nel culo a un bel po’ di gente”

Il suo amore per gli States, non per la politica Usa, ma per la brulicante diversità e varietà di tipi umani, gli spazi vasti, il sole della California, dove viveva in una specie di stambugio, ma proprietario di un panzer tedesco perfettamente funzionante. La strenua difesa del proprio stile di vita, anche se non lo consigliava a nessuno: nel 1980 provò, come pare avesse fatto Keith Richards, un ricambio completo del sangue, e il medico glielo negò:

 “Lei non ha più sangue umano nelle vene”

Una delle ultime provocazioni del grande "Lurch"

Una delle ultime provocazioni del grande “Lurch”

La sua apertura mentale verso chiunque, fatta eccezione per «quei bastardi al potere». Un personaggio multiforme e unico, coi suoi baffi a manubrio, la cartucciera di proiettili alla vita e gli stivaletti bianchi. Brian May, chitarrista dei Queen, lo ricorda così:

 “Un mix vivente di diversi tipi di personalità. La sua musica era ruggente, abrasiva, senza compromessi. Ma, come persona, era pacifico, un grande pensatore, un uomo che teneva molto ai suoi amici. Uno dei miei più cari amici ha vissuto con Lemmy per dieci anni, e l’ha sempre descritto come un uomo gentile, molto diverso da come appariva in pubblico, quello che non abbandonava mai il suo sguardo cattivo sul mondo. Lemmy era una persona molto colta, letterata, ma non lo avresti mai detto vedendolo per una notte intera a giocare a un cabinato al Rainbow Bar and Grill della Sunset Strip”

Un ribelle integrale. Ribellarsi, in musica, può seguire due vie. Una è quella tradizionale, degli inni alla pace, delle parole d’ordine politicamente schierate e delle iniziative umanitarie. L’altra è quella puramente esistenziale. Senza addentrarsi nel giudizio su quanto siano o non siano ipocriti i musicisti che fanno le prediche dal palco («“Oh, avevo qualcosa da comunicare”. Ma vaffanculo, volevi solo scoparti quella biondona in quarta fila!», cit.), il “cattivo” Lemmy, dell’impegno sociale con ritorno di cassa, se n’è sempre fregato. Ha dato alla sua personale barbarie un valore assoluto, di rivolta assolutamente individuale. E proprio per questo, nei suoi sottovalutati testi (fra i tanti, leggersi Death or glory o Keys to the Kingdom, prego), affiorano di continuo la polemica contro la politica come bugia sistematica e contro la guerra come distruzione inutile di vite umane, rispettando tuttavia il sacrificio delle vittime.

I Motörhead a ridosso del loro tour mondiale del 2015

I Motörhead a ridosso del loro tour mondiale del 2015

La musica, che in sostanza è un’arte applicata al tempo, immateriale e di puro godimento, può essere una via d’uscita per riappropriarsi della vita, ridotta altrimenti a routine d’automi. Così la intese Lemmy, morto il 28 dicembre 2015 a settant’anni appena compiuti, dopo 23 album, un’infinità di live (il vero rock è live o non è, e le performances dal vivo dei Mötorhead erano come ballare in un fottuto delirio, ma ridendoci sopra), senza mai essersi sposato:

 “Fare una famiglia andando in giro spingendo una carrozzina? No, non fa per me”

Considerandosi sempre un perdente che aveva vinto:

 “Io non rientro in nessuna categoria. Io sono Lemmy, suono quello che suono ed è finita lì».

Born to lose. Live to win.

PS: probabilmente a Lemmy non sarebbe piaciuto del tutto un ritratto laudatorio. Ma ci avrebbe sicuramente offerto da bere. Jack&coke, of course.