“Uno Stato in preda al neocolonialismo non è padrone del proprio destino. È questo fattore che rende il neocolonialismo una minaccia tanto seria per la pace mondiale”

Kwame Nkrumah nacque il 21 settembre del 1909 nell’Africa Occidentale, in quella terra che ai tempi veniva chiamata Costa d’Oro e che oggi chiamiamo Ghana. A partire dal XVI° secolo fu una colonia in mano ai portoghesi e successivamente agli Olandesi, quando divenne infine nel 1874 il “fiore all’occhiello” dell’Impero Britannico. Importante riserva di giacimenti aurei, i coloni inglesi sfruttarono il territorio per le sue materie prime e per la coltivazione di Cacao. Le imprese britanniche trovarono terreno fertile per i loro investimenti grazie alle politiche economiche liberali del governo coloniale che fino al 1942 possedeva nel suo Consiglio Esecutivo membri unicamente europei.

Nkrumah si diplomò in un collegio del luogo per poi partire nel 1935 negli Stati Uniti, dove ebbe un primo contatto con la sociologia e le scienze politiche. Qui fu vittima della segregazione razziale che fino agli anni Sessanta negava nella maggior parte degli Stati americani i diritti civili dei neri, e si trasferì così in Gran Bretagna per perseguire gli studi.  Intanto nelle colonie inglesi (Costa d’Oro, Togo e Asante) le aspettative economiche e sociali del popolo furono diverse volte tradite dal governo coloniale, tanto che il malcontento cominciò ad organizzarsi, e nel 1947 nacque il partito politico UGCC (United Gold Cost Convention), d’ispirazione nazionalista ed indipendentista – finanziato dai commercianti ghanesi per garantire i loro interessi – con l’obiettivo di sottrarre il Paese dal giogo coloniale. Come segretario del partito fu nominato proprio Kwame Nkrumah, detto Osagyefo, “il redentore”, che accettò l’incarico e tornò in patria.

Leader del partito comprese le contraddizioni del governo britannico, apparentemente sostenitore della democrazia, dei diritti e dell’autodeterminazione del popolo, ma allo stesso tempo sovrano in toto sul territorio. Kwame Nkrumah, da una prospettiva generale del continente, fu il primo in Africa a parlare di neocolonialismo, ovvero dominazione politico-militare e sfruttamento economico da parte delle multinazionali.  La forte influenza politica e il carisma del nuovo leader si espansero rapidamente nel Paese, e il popolo cominciò ad indire numerose manifestazioni e scioperi contro le imprese straniere ed il Governo. Ma in seguito all’uccisione di tre manifestanti da parte della polizia nel mezzo di un corteo pacifico ad Accra, le tensioni salirono finché, per placare gli animi, non furono arrestati sei dirigenti del UGCC (tra cui Nkrumah). Ma con questo gesto la loro popolarità crebbe tanto da costringere il governo a scarcerarli.

Tuttavia succederono a questi eventi una serie di compromessi tra il governo coloniale e l’UGCC, e Nkrumah, che aveva una visione più grande per fermarsi al semplice compromesso, decise di lasciare il partito per fondarne un altro: il CPP (Convention Poeple’s Party), che vinse nel 1951 le elezioni con 34 posti su 38 all’Assemblea. Fu eletto primo ministro l’anno seguente e modificò la Costituzione in modo che l’Assemblea legislativa divenisse una camera eletta interamente a suffraggio universale e così nel 1954, il CPP vinse nuovamente. Nel 1957 la Costa d’Oro, la regione Asante, e il Togo (tutti sotto l’egemonia britannica) si unificarono sotto il nome di Ghana e furono il primo Paese africano ad ottenere l’Indipendenza. La politica, di ispirazione socialista, del neo-nato Ghana si incentrò a questo punto sullo sviluppo delle infrastrutture che se prima erano destinate al settore imprenditoriale ora sarebbero servite per quello sociale. Così il primo presidente ghanese Nkrumah, indisse una politica delle grandi opere con la costruzione di reti stradali, televisive, radiofoniche e portò a termine l’enorme diga di Akosombo che fornì energia elettrica elle aeree più rurali e alle fabbriche sparse sul territorio. Ma cosa più importante, il Ghana, da territorio eterogeneo e tribale, puntò sul sentimento di unità per divenire una Nazione:

“Al nazionalismo va riconosciuto il merito di aver consolidato lo stato così come era, impedendo l’insorgere di forze centrifughe con effetti ancora più distruttivi. Il prodigio del nazionalismo africano è di aver fatto credere che lo Stato creato dal colonialismo – che era in sostanza uno stato “territoriale” – fosse o potesse diventare una nazione”.

L’Osagyefo, però, non volle liberare soltanto il proprio Paese dalle catene del neocolonialismo, ma si impegnò a divenire un’icona fondamentale per ogni popolo africano, un simbolo d’indipendenza per un Africa grande e unita, sia politicamente che economicamente, in grado di pensare e costruire il proprio futuro, capace di emanciparsi e perseguire lo sviluppo di un continente che da oppresso avrebbe potuto dichiararsi finalmente libero. Ma Kwame Nkrumah, quel grande e primo fautore del panafricanismo (scelse appunto una moglie egiziana), fu destituito da un Golpe militare nel 1966, e costretto all’esilio si ritirò in Guinea per poi morire a Bucarest nel 1972. La sua idea di Africa però non morì con lui, ma continuò a brillare nel cuore di tutti quei rivoluzionari che lottarono per l’indipendenza del proprio popolo, da Lumumba, Sankara e  Nasser, sino a Gheddafi.