Il percorso intellettuale di Kostas Karyotakis si sviluppa negli anni venti del Novecento durante un periodo di profonda crisi nella storia greca: la catastrofe microasiatica del 1922 e il conseguente afflusso dei profughi greci fuggiti dalla Turchia, la fine dell’infatuazione irredentista della Grande Idea, la dittatura militare di Theodoros Pangalos – 1925 – ed una serie di crisi di governi dalla vita molto effimera. Karyotakis nasce nel 1896 a Tripoli d’Arcadia, nel Peloponneso. Il lavoro del padre, ingegnere civile, costringe la famiglia a continui spostamenti. Nel 1913 si iscrive alla facoltà di legge dell’Università di Atene. Conclusi gli studi, nel 1920 trova lavoro come impiegato statale, prima presso il ministero dell’interno, poi al ministero della salute. Pubblica le sue poesie su varie riviste e dà alle stampe le raccolte Il dolore dell’uomo e delle cose nel 1919, Nepenti nel 1921 ed Elegie e Satire nel 1927. Viaggia in Germania, Italia e Romania. Karyotakis affianca all’attività letteraria una vigorosa attività sindacale ed in un articolo arriva a denunciare la corruzione all’interno del governo.Ne viene individuato come autore e per ritorsione viene trasferito prima a Patrasso, poi a Preveza, nella profonda provincia epirota.

Qui si toglie la vita sparandosi il 21 luglio 1928. Attraverso le eleganti traduzioni che Karyotakis inserisce nelle sue raccolte possiamo chiaramente identificare i modelli, principalmente francesi, a cui si ispira la sua poesia: Villon, Heine, Lenau, Baudelaire, Hugo ed Edgar Allan Poe. Abbiamo notizia anche di una lunga ode dedicata a Giacomo Leopardi. L’alta letterarietà che si rivela nel dettato di queste poesie non deve però mettere in ombra la loro natura eminentemente autobiografica. Agras Tellos, attivo promotore culturale contemporaneo di Karyotakis, attribuendogli la qualifica di “realista“, evidenziava la stretta connessione, quasi giustapposizione identificativa, nell’opera di Karyotakis tra la produzione poetica e le sue esperienze biografiche:

“Per un poeta vero, e per di più un poeta rappresentativo, la vita e la poesia diventano una sola cosa. Per un poeta vero la sua opera è parte del suo corpo […] La sua arte è la sua vita e la sua vita è la sua arte”

(Karyotakis e la Satira)

Kostas Karyotakis nel villaggio di Sykia presso Corinto, assieme alla sorella, il nipote e la cognata, anno 1927

In Nepenti, il cui titolo più che al pharmakon dell’Odissea, rimanda a quello della poesia decadente e al Baudelaire dei Paradis artificiels, in un componimento che si impone con forza programmatica all’inizio della raccolta, Karyotakis afferma:

“Sono miei figli, i Versi, del mio sangue…

E languono, si spengono, e giammai

non smettono di piangere piano piano”

(I miei versi)

Sono dunque poesie sofferte, che sgorgano da un taedium vitae genuinamente doloroso. Da questa sorta di ennui esistenziale non potranno che nascere poesie dissonanti:

“Siamo chitarre sgangherate,

quando le attraversa il vento

si odono versi, disarmonie risvegliate

sulle corde, come catene che cadono”

In “Critica” la poesia non è più un canto e viene privata anche della qualifica di umana: i versi che esprimono il dolore di Karyotakis sono come:

“l’ultimo grido, a notte fonda,

di qualcuno che è morto”

Anche se i versi scaturiscono dai sentimenti e dalle situazioni del reale, rispetto a questi rappresentano, però, quasi un mondo a parte. La dicotomia tra poesia e realtà è evidente nella metafora di “Poeti“, dove gli artisti vengono tramutati in “pallidi fiorellini” trapiantati in “remoti giardini“: di fronte alla durezza della realtà la letteratura diventa, allora, il “rifugio che odiamo con ardore“. D’altra parte, lo scrittore si dimostra scettico su ogni pretesa di preminenza dell’attività intellettuale. Beffardo rappresenta i poeti che monomaniacalmente sono alla ricerca della rima perfetta, principale scopo della loro vita, mentre con sprezzatura rivendicano la loro superiorità rispetto alla gente comune. Secondo il loro ego smisurato, il creato è destinato solo ai poeti che sono:

“saliti in cielo per inviare

corrispondenze a Terra dalle stelle”

La delizia del poeta, capolavoro di Giorgio De Chirico, 1913

Egli è convinto che il lascito poetico non garantirà alcuna immortalità: “forse rimarranno dieci versi“, una testimonianza esigua in confronto ad un dolore incomparabilmente grande. Forse non rimarrà nulla, come sostiene nella “Ballata per i poeti senza gloria d’ogni tempo“, dal tono marcatamente villoniano, dedicata alla folta schiera di coloro che a differenza “dei Verlaine, degli Hugo, dei Poe e dei Baudelaire”, non hanno avuto la fortuna di ricevere fama, neanche postuma, in cambio della propria sofferenza. Notevole, proprio per l’ingombrante assenza, è la mancanza in Karyotakis di qualunque riferimento agli scrittori e al mondo dell’Ellade antica. Coerentemente, la cupa visione del mondo di Karyotakis non può ammettere la facile via di fuga in un passato mitico. L’unico accenno è un sarcastico epigramma in cui ironizza sulla spettacolarizzazione del passato: la messa in scena del Prometeo incatenato di Eschilo, organizzata da Sikelianos, vuol far rivivere lo spirito degli antichi tragici ma, in realtà, si risolve in una pacchianeria trash, buona per esaltati e turisti, tra:

“lorgnons, Kodaks, opérateurs”

(Festa delfica)

Per Karyotakis una forza oscura domina l’esistenza, una potenza enigmatica che si adopera attivamente affinché nell’universo trionfi il male. Forse la realtà, come sostenuto dal dualismo delle dottrine gnostiche, è l’invenzione di un cioraniano “funesto demiurgo“. La risposta agli interrogativi sulla divinità che governa “i giorni vuoti” della nostra esistenza, vissuta per “cattiva abitudine“, è un simbolo di violenza che si staglia da lontano in alto:

“C’è in mezzo al cielo un gran pugno di ferro,

un grande pugno che non sa distruggere,

ma che punisce e senza posa opprime”

La natura, anche nei suoi elementi apparentemente più positivi, desidera la morte dell’uomo:

“Vuole la nostra morte la natura infinita

la chiedono le bocche purpuree dei fiori

La nostra morte aspettano il sole e la sua luce”

(Fama postuma)

Vengono in mente le elucubrazioni del Leopardi più cupo, il Leopardi dell’Inno ad Arimane, quello che sostituisce all’indifferenza della natura per la sorte umana l’intenzionalità di una forza malefica:

“il brutto

Poter che, ascoso, a comun danno impera”

(A sé stesso)

E ancora:

“Ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male”

(Zibaldone 4174)

Konstantinos Maleas, Veduta di Aswan sul Nilo

Nel prosieguo della riflessione – Zibaldone 4175-4176 – Leopardi aveva indagato da vicino l’infelicità che affligge ogni elemento della natura, dilungandosi in una puntigliosa analisi della sofferenza che si nasconde persino nell’apparente amenità paradisiaca di un giardino, in un grande spettacolo di morte, patimento e distruzione. Sul contrasto tra apparenza e realtà del “giardino di sofferenza“, Karyotakis costruisce due poesie. In “Primavera” le rose sfioriscono nei vasi che sono “sarcofaghi“, gli alberi del pepe si allineano in un “corteo funebre“, l’acacia “malata” si strugge nei ricordi di gioventù e un mandorloannega” in una palude torbida:

“è il nostro giardino il giardino della malinconia”

Nella prima strofa del secondo componimento paragona la sua vita di un tempo ad un giardino “un tempo fragrante dei suoi fiori”, mette poi in contrapposizione questa descrizione col pietoso stato attuale: ora è “sepolto da rovi“, soffocato dai serpenti, un giardino dove gli “usignoli tacciono“.

La coscienza del reale carattere dell’esistenza e lo stanco “male di vivere” hanno reso Karyotakis un vecchio. Scrive al fratello:

“Sei un uomo. Invece io resto sempre quello:

gli anni che passano m’hanno lasciato

come uno strano bambino invecchiato”

(A mio fratello)

Il poeta riesce a rapportarsi alla vita solo con una ineffettiva volontà puerile o con la saggezza rinunciataria del vecchio, entrambi atteggiamenti passivi. Un invecchiamento precoce, tema caro ai decadentisti. Kariotakis sperimenta la stessa disinteressata anedonia che ha sopraffatto il sovrano di cui parla Baudelaire, “giovane scheletro“:

“Je suis comme le roi d’un pays pluvieux,

Riche, mais impuissant, jeune et pourtant très vieux”

(Spleen III, Fleurs du mal)

Autoritratto del 1923

La giustapposizione tra giovinezza e vecchiaia è violenta, il trapasso brusco e inaspettato. La nave si allontana, perdendosi nel cuore dell’immensità, abbandona i protagonisti della poesia su uno scoglio e questi lamentano:

“Quanto giovani, siamo giunti qui, all’isola deserta,

ci spegniamo, partiamo, così giovani, quasi ragazzini”

L’unica via d’uscita da quest’impasse sembra l’autodistruzione:

“Diventare nell’aria una polvere d’oro,

semplice, puro, libero elemento”

Secondo il desiderio di annullamento mediante scomposizione espresso nel soliloquio shakesperiano:

“Oh, that this too, too sullied flesh would melt,

Thaw, and resolve itself into a dew”

(Amleto, Atto I, vv. 129-130)

In “Ultimo viaggiospera di allontanarsi su una barchetta che si perde al largo senza far ritorno, “nell’abbraccio di notte ed infinito“. In “Marcia funebre e verticale” il poeta è steso sul letto, contempla gli stucchi del soffitto e ne è attratto: i meandri, le rose, la cornucopia e le foglie d’acanto, anche se realizzati con un’arte senza stile, sembrano delineare un mondo felice. Un mondo ideale contrapposto al mondo reale, dove:

“In ogni angolo della terra,

lotte per il pane e per il sale,

amori, noia”

La soluzione alla stanca ripetitività planetaria rimane solo il suicidio e il poeta sardonico immagina di impiccarsi cingendosi il capo con “quella bella corona di gesso” degli stucchi, “avendo da cornice il soffitto“:

“La mia felicità, penso, sarà

questione d’altezza”

La band “Mora stin fotia” ha messo in musica la poesia di Karyotakis “Marcia funebre e verticale”

Un’arma di difesa contro la “commedia orrenda” dell’esistenza può essere paradossalmente la follia. “Spirocheta pallida“, componimento affine a diverse prove grottesche della scapigliatura lombarda e agli strani divertissement dei minori del barocco, prende il titolo dal batterio che provoca la sifilide, causante cecità e pazzia, al tempo morbo incurabile. Vi è narrato l’incontro con una prostituta, “amica prezzolata” che, con un ghigno enigmatico, trasmette la malattia al poeta. Il contagio rende il malato folle e segna una cesura nella sua vita, orientando il cambio di prospettiva da una vita ingenua ad una cosciente:

“La nostra vita è ormai storia vecchia, strana”

Un simbolo della vita colpevolmente ignara sono le donne. “Ripugnanza” scaturisce da un violento sentimento misogino. Le donne, delle demi-vierges, indossano le maschere dell’apparenza e dell’ipocrisia e sanno essere a tempo opportuno, con falsa naturalezza, caste o provocanti al fine di raggiungere i propri obiettivi:

“Detesto la vostra sorte, creature

privilegiate, bambole giapponesi

Un sogno avete: un buon

marito e il letto legittimo”

In generale per Karyotakis, ogni opera umana è vana ed illusoria secondo un distico che riecheggia la sapienza eraclitea – fr.22B52 Diehls-Kranz –:

“Sulla sabbia si innalzano le grandi opere degli uomini

e, come un bambino, il Tempo le distrugge col piede”

(Distruzione)

Kultur-Terror, manifesto propagandistico nazionalsocialista dell’illustratore norvegese Harald Damsleth, 1944

Anche la fiducia negli ideali astratti non convince il poeta. Chi si consacra ad un determinato ideale è come un re che combatte per un regno inesistente, un miope visionario che non ricorre alla logica, ma si perde nella fantasia di un abbaglio onirico:

“I Don Chisciotte vanno avanti e vedono

fino alla cima dell’asta: lassù

hanno appeso l’Idea, loro bandiera”

(I Don Chisciotte)

Michelino” critica la violenza della vita militare. Il componimento ha una struttura tripartita. Nella prima strofa il povero ragazzo di campagna si trova catapultato nell’esercito, assieme ai commilitoni Maris e Panaghiotis, non si adegua alla disciplina e ripete triste “Generale, fammi tornare a casa“. Nella seconda lo troviamo, dopo un anno, disteso su un letto d’ospedale mentre fissa il soffitto collo sguardo perso ed anche qui sembra esprimere lo stesso desiderio: “Fatemi tornare a casa“. Nell’ultima Maris e Panaghiotis assistono al funerale, la terra ricopre il corpo di Michelino, ma il soldato è troppo alto ed un piede rimane fuori, ultima macabra protesta libertaria ed estremo rifiuto di adattarsi ad una irreggimentazione forzata.

Su uno schema in tre parti è costruita anche l’ode, davvero profetica, “Alla Statua della Libertà che illumina il mondo“. A dispetto del titolo, la statua acquisisce connotazioni malefiche: minacciosa con la sua corona chemorde i cieli“, piuttosto che illuminare, “acceca” colla sua fiaccola i popoli. Il poeta dice che gli statunitensi, seguendo la loro mentalità grettamente materialistica, “calcolano oggi quanto vale il tuo metallo“. Il soggetto della seconda strofa non è più la statua, ma l’idea stessa di libertà, una libertà però fittizia, che, come il ritratto di Dorian Gray, appare immacolata e desiderabile camuffando una realtà di nefandezze, violenza e sopraffazione. Un’ideale mercenario:

“Libertà, libertà, ti compreranno

i mercanti, i consorzi e i Giudei”

Nell’ultima parte della poesia viene espressa la nostalgia della libertà vera, del nome a cui corrisponde la sostanza, distrutta dalla libertà falsa, la nostalgia che ne provano i boschi, gli orti distrutti e gli uomini, i quali in cambio della loro fatica e della loro lotta ricevono solo dolore. L’esistenza quotidiana si insinua nell’opera di Karyotakis come affaticata abitudine. Il poeta rende icasticamente l’asfissiante monotonia del lavoro del funzionario pubblico:

“Lavoro salariato, mucchi di carte, piccole premure,

misere pene, al solito, anche oggi mi attendevano”

Venditori di giornali (Disgrazie del lavoro), opera di Georg Sholz, 1920-1921

Scrive con ironia all’amico Charilaos Sakellariadis nel 1925 parlando del suo lavoro e della sua esistenza che procede quasi per inerzia:

“La mia vita è come un’orologio che Dio ha ancora la gentilezza di caricare ogni giorno”

La stessa meccanicità stanca muove in “Scrivano” il protagonista pallido, curvato sul tavolino, mentre respira tra la polvere delle sue carte e, confuso nella vista e nella mente, continua tenace a scrivere come un triste automa. Alla stanza-prigione in cui è rinchiuso lo scrivano si oppongono il sole che appare dalla finestra, i rumori di una vita allegra che provengono dalla strada e la bellezza dei gigli che osserva sul tavolo dove lavora, “come nati su una tomba“, la tomba della sua stanza. L’atmosfera di soffocante oppressione viene intensificata dal confronto col modello della poesia. In una prigione vera era rinchiuso il criminale dell’accorato lamento di “Le ciel est, par-dessus le toit” di Verlaine, di cui il componimento di Karyotakis si rivela magistrale rielaborazione:

“Le ciel est, par-dessus le toit,

Si bleu, si calme!

Un arbre, par-dessus le toit,

Berce sa palme”

In “Impiegati pubblici” i poveri lavoratori sono delle pile scariche che hanno esaurito la loro energia in attività ripetitive e saranno presto sostituiti dalla morte o dal governo. Consumano la loro vita in mansioni alienanti, la loro responsabilità è scrivere inutili lettere in un ridicolo tono enfatico. Quando la sera tornano a casa, tentano di scrollarsi di dosso i pensieri in cui erano assorbiti durante il giorno, le leggi, il cambio valutario, pensieri che subiscono passivamente.

Veduta di Mitilene, opera di Spyros Papaloukas

L’incubo della profonda provincia greca prende forma in “Preveza“, capolavoro di Karyotakis. Il componimento è costruito sulla anafora del termine “thanatos” ed è percorso da un ininterrotto brivido di repulsione. In una accumulatio di correlativi oggettivi, che amalgama le singolarità del reale in un tutto indifferenziato, ogni elemento vegetale, animale ed umano, quasi ogni molecola della noiosa vita provinciale, rappresenta un simbolo e insieme la forma sensibile della morte. I corvi neri, che invece di volare tentano di suicidarsi schiantandosi sui muri e sui tetti, le donne che svogliate, meccanicamente, “fanno l’amore come se pelassero cipolle“, le strade dai nomi altisonanti e dall’aspetto, invece, sudicio ed insignificante, l’olivo, il mare e persino il sole, che qui non è datore di vita, ma “morte tra le morti“, il maestro col giornale, il poliziotto che ottuso come un personaggio di Gogol controlla le razioni dell’albergo. Il poeta ha aperto un conto in banca e vi ha versato 30 dracme. La domenica va ad ascoltare la banda. Passeggiando sul molo, gli fa capolino un dubbio ed arriva a dubitare della sua stessa esistenza:

“Esisto”, dici, e poi dici: “No, non esisto!”

La poesia si conclude con una ironica esplosione di rabbia: se, tra tanti, qualcuno morisse di disgusto per tutto ciò, “almeno al funerale ci divertiremmo“. Andreas Embirikios, poeta surrealista, nella raccolta “Octana” in un poème en prose in cui omaggiava la figura di Karyotakis, aveva ben espresso il carattere ubiquitario e metaforico del degrado ineludibile della cittadina, la Preveza dentro di noi ai margini della periferia dell’esistenza:

“Non dite parole che possano equivalere ad accuse o condanne, per questo giovane morto a Preveza, perché Preveza vi seguirà ovunque voi vi troviate. Vi spaventerà con le sue foschie e l’afa, con le sue case in rovina, i muri luridi, i cani magri e pidocchiosi, la gente e le zanzare inutili, la malaria, la tubercolosi, le emottisi e l’orribile insopportabile noia, con un qualcosa come il suono della lama della ghigliottina nel silenzio assoluto, come l’eiaculazione senza orgasmo, l’odore dell’acetone in aria, con un qualcosa come le linee delle navi meno frequentate e le attese”

(Quando gli eucalipti mormorano nei viali)

Vasilis Papakonstantinou interpreta Preveza, testo di Karyotakis e musica di Theodorakis

Kostas Karyotakis ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della letteratura greca. Il poeta ha contribuito a superare il sovraccarico retorico della produzione di Kostis Palamas, il grande vecchio delle lettere greche ed, introducendo elementi di novità come il liricismo elegiaco-autobiografico e il realismo della satira, ha potuto rappresentare un modello, seppur spesso contestato, per la “Generazione dei Trenta“, una presenza con cui hanno dovuto fare i conti, direttamente o indirettamente, i grandi della letteratura del Novecento greco come Elytis, Ritsos e Seferis.