di Daniele Frisio

Guardando alle biografie degli uomini che hanno fatto la storia della filosofia occidentale, è molto frequente imbattersi in evidenti casi di incoerenza tra teoria e prassi, tra pensiero e azione. Non è questo il caso di Jan Patocka. Allievo di Edmund Husserl e successivamente attento studente di Martin Heidegger, Patocka si inserisce in quella corrente fenomenologica che ha caratterizzato il pensiero anti-positivista nella prima parte del secolo scorso. Tuttavia l’interesse di questo articolo nei suoi confronti nasce anzitutto in quanto testimone dei grandi avvenimenti del novecento, ancora prima che come filosofo. Testimonianza, come vedremo, che non si traduce per Patocka nell’atteggiamento dello spettatore passivo, ma piuttosto nell’azione come segno che trasmette un messaggio, una storia.

Patocka nasce nel 1907 a Turnov, in quella Moravia che fu terra natia dello stesso Husserl. Trasferitosi prima a Parigi e poi a Berlino per seguire da vicino le lezioni dei due grandi maestri, fece infine ritorno in patria, dove visse in prima persona l’occupazione e l’oppressione del suo popolo da parte dell’Unione Sovietica e del partito comunista cecoslovacco. Il filosofo sviluppò insieme ad un gruppo di patrioti un documento, intitolato Charta 77, attorno a cui sorse un’associazione semi-clandestina di attivisti per la lotta in favore dei diritti umani fondamentali. Il coinvolgimento in Charta 77 costerà a Patocka la vita: morì a Praga il 13 Marzo del 1977 a seguito delle brutali percosse subite nel corso di uno dei numerosi interrogatori ai quali era sottoposto. Il suo sacrificio non simboleggia soltanto una dimostrazione esemplare di coraggio, ma rappresenta anche il perfetto coronamento di una costruzione filosofica che faceva proprio del sacrificio  l’apice di un’esistenza autenticamente vissuta.

Per poter meglio comprendere il significato di questo estremo atto di coerenza, conviene però fare un passo indietro concentrandoci su uno degli ultimi saggi del filosofo, vale a dire L’uomo spirituale e l’intellettuale.

In questo scritto redatto nel 1975, a soli due anni dalla morte, Patocka è mosso in maniera evidente dalla necessità sempre più incalzante di alzare la voce contro il sistema opprimente che stava schiacciando la sua gente: quello stesso sistema che aveva represso con brutalità la richiesta di cambiamento che aveva incendiato le piazze di Praga nella primavera del 1968 e che ora esercitava il suo dominio con la minaccia. Per spezzare il ricatto della paura Patocka fa allora appello ad un particolare tipo umano, l’uomo spirituale appunto. Egli si distingue dalla figura dell’intellettuale poiché, a differenza di quest’ultimo, non si limita ad occuparsi di cultura interpretando questo compito come un lavoro qualsiasi fra gli altri, ma piuttosto come una vera e propria missione: per l’uomo spirituale la realtà non è mai un’evidenza da descrivere, ma un oceano di problematicità da indagare. Scopo dell’uomo spirituale è allora sospendere ogni pretesa di validità sul mondo che lo circonda, per mettere in discussione ogni verità preconfezionata che viene posta innanzi.

In questo senso l’uomo spirituale è anche filosofo, poiché vive nell’atteggiamento della ricerca, sceglie come Socrate di immergersi con coraggio nella problematicità senza per altro avere la presunzione di poterla risolvere in maniera definitiva. Il suo obbiettivo non è tanto quello di trovare delle risposte giuste, ma anzitutto delle domande giuste. Chi agisce nella disposizione al sacrificio, non si preoccupa anzitutto dei risultati che riuscirà ad ottenere, il suo intento non è meramente politico, ma di natura trascendentale: il cambiamento più importante è quello che adoperiamo su noi stessi nel momento in cui ci mettiamo in discussione e siamo pronti a rischiare per le nostre idee, non tanto quello che riusciremo o meno ad attuare nel mondo. Anche perché, in effetti, la rivoluzione interiore è la porta d’accesso che precede ed anzi rende possibile ogni mutamento sociale. Il cuore dell’insegnamento filosofico ed esistenziale di Jan Patocka lo si rintraccia quindi nella figura del soggetto spirituale, un individuo che ha compreso che la vita è si un valore fondamentale, ma che completa il suo significato solo nel momento in cui si mette a disposizione di qualcosa di più grande della sua conservazione.

<<L’uomo spirituale è colui che, in qualunque circostanza, si trova in cammino. Egli è consapevole che non bisogna perdere di vista l’esperienza negativa, a differenza di quanto fa l’uomo ordinario che cerca di dimenticarsene, passandoci sopra istintivamente: nella vita, in  qualche modo, uno se la cava sempre, in qualche modo tira avanti. L’uomo spirituale segue invece il cammino opposto: egli si espone realmente a questa problematicità; la sua vita consiste nel fatto di essere una vita allo scoperto>>

E’ proprio su questa caratteristica di vita allo scoperto che viene quindi posto maggiormente l’accento per accedere alla spiritualità. Vivere è ciò che ci rende uomini in un senso compiuto, è il progetto esistenziale che si realizza nella sua autenticità. Sopravvivere, al contrario, significa rimanere legati ad una logica di mera vita per la vita, significa cedere al ricatto della paura. L’appello di Patocka si configura qui come un tentativo evidente di risvegliare le coscienze oppresse del suo tempo, una chiamata ad uscire allo scoperto, a correre i propri rischi nella disposizione al sacrificio: come Jan Palach, il giovane studente universitario di Praga che Patocka conosceva bene, il quale si diede fuoco alla maniera dei monaci buddisti vietnamiti il 16 Gennaio del 1969  in piazza Venceslao, per denunciare la tirannia a cui era sottomesso il popolo ceco. Un atto simbolico estremo che vide riunite ai funerali oltre 600.000 persone accorse da tutto il paese per commemorarlo. La stessa Chiesa Cattolica si pronunciò sull’accaduto, assolvendo il suicidio di Palach, interpretato come martirio.

L’attualità di questa filosofia è sorprendente: mai come oggi si avverte infatti un’esigenza crescente di recupero della spiritualità, che noi intendiamo anzitutto come capacità di problematizzare se stessi ed il contesto in cui si è calati, di una rottura di quegli invisibili dispositivi che si sono prodotti attorno a noi, sempre pronti a bombardarci con una massa di risposte precostituite che anticipino le grandi domande dell’esistenza. Ecco allora sorgere la necessità di un agire conflittuale, di un porsi in contrasto rispetto alla deriva in atto. Questo principio valeva per la Praga infuocata 68’ e per quella che vide l’omicidio di Patocka nel 77’, come può valere anche oggi per noi Europei dell’era della tecnocrazia. Come può valere per ogni tempo e per ogni luogo della Storia.