“Alla fine, resterò un esempio, forse un cattivo esempio. E’ questo ad essere terribile, che qualcuno farà di me un eroe. Ma in fin dei conti non ci sono eroi nella criminalità, ci sono solo degli uomini marginali, che non accettano le leggi. Perché le leggi sono fatte per i ricchi e per i forti. Ne sappiamo qualcosa. Io ho scelto di essere facoltoso grazie al crimine, attaccandomi quasi sempre, penso, ai privilegiati e ai ricchi, ed ero più ricco di loro, perché io avevo l’amore in più. L’amore e poi, penso, il coraggio, il coraggio delle mie opinioni e poi quello di essere ciò che avevo deciso di essere” Jacques Mesrine

Jacques René Mésrine nacque il 28 dicembre 1936 – giorno dei santi innocenti (sic!) – a Clichy, un comune situato a nord-ovest di Parigi, da una modesta famiglia di estrazione piccolo borghese. Da subito insofferente  alla scuola, dalla quale fu riformato per un aggressione al preside, e più in là verso il carcere e la reclusione, conobbe l’uso delle armi durante la guerra d’Algeria. Rientrato in Francia piuttosto scosso, a partire dall’età di 23 anni frequentò i quartieri popolari parigini e partecipò a piccole rapine a mano armata, a rapimenti e a furti con scasso. Dopo la tentata estorsione al Crédit Agricole, venne arrestato nel 1962 e rilasciato un anno dopo. Decise di abbandonare la vita criminale per dedicarsi alla famiglia e trovò un impiego presso un’impresa di architettura per interni ma, poco dopo, un taglio al personale lo richiamò alla vita da strada. Svolse diverse rapine in Spagna, a Palma de Mallorca e in Svizzera, a Ginevra, per poi tornare in Francia dove fu riconosciuto durante una rapina ad un Hotel e ad una maison de haute couture. Nel 1968 si vide costretto a lasciare il Paese per recarsi in Canada, nel Quebec, più precisamente a Montréal. Insieme alla compagna Jeanne Schnider, ex ragazza squillo, i due rapirono, dopo essere stati licenziati, il miliardario handicappato presso cui lavoravano entrambi. Il facoltoso sequestrato Georges Deslauriers riuscì a fuggire e Mesrine si mise in fuga con Jeanne verso l’Arkansas in cui entrò illegalmente. Braccati, i due vennero estradati nuovamente nel Quebec e Jacques fu accusato, inoltre, dell’omicidio di Évelyne Le Bouthilier, trovata morta nell’Hotel a Percé in cui gli amanti avevano soggiornato prima di varcare la frontiera degli Stati Uniti. Evase dalla prigione di Percé ma fu catturato l’indomani stesso e portato nel 1972 nel penitenziario di Saint Vincent Paul, nei QHS, le cellule di massima sicurezza. L’accusa di omicidio non venne mai accolta da Mesrine che si dichiarò sempre innocente, e, da questa condanna a suo dire ingiusta nacque una profonda intolleranza per il sistema giudiziario. Il rapimento di Deslauriers segnò un nuovo corso per Mesrine che di lì in poi entrò nel giro del grande banditismo e fu dichiarato dal Canada “nemico pubblico numero 1”. 

Durante la sua detenzione a Saint Vincent Paul, il criminologo Alain Normendeau lo incontrò nella sua cella e disse: «Jacques Mesrine non era molto grande, ma aveva un carisma incredibile. Seduceva tutti, sia per i suoi propositi che per la sua prestanza. A dire il vero, ha anche convinto i celerini a ribellarsi contro l’amministrazione della prigione. Seguendo i suoi consigli, hanno organizzato una conferenza stampa molto seguita dai media”. In seguito all’esperienza delle carceri di massima sicurezza, Mesrine dichiarerà: «non è trattando il detenuto come un cane che questi avrà il desiderio di reinserimento sociale. Vedete, la prigione, nel senso largo del termine, non ha che uno scopo: distuggere l’individuo che ne varca la soglia. Che gli uomini ci si suicidino, ci si mutilino, ci muoiano di miseria psicologica non interessa alla società francese. Al contrario, questa si nasconde dietro le sue mura per darsi una buona coscienza.” La prigione deve bastare a se stessa” ha dichiarato Giscard d’Estaing. Ma che presa per il culo! […] Le carceri di massima sicurezza sono una tappa supplementare alla distruzione dell’uomo. Che dico? All’assassinio legittimato dell’individuo da parte dello Stato e della società». Grazie al suo contributo numerosi giornalisti si recarono nel penitenziario per verificare la veridicità delle affermazioni di Mesrine. Si arrivò sino ad aprire un’inchiesta sul caso che, sotto la presidenza Mitterrand, vide la soppressione dei QHS anche in Francia nel 1982. 

Mesrine, insofferente al trattamento riservato ai detenuti, il 21 agosto del 1972, con altri quattro compagni, decise di scappare dal carcere. Cinque giorno dopo rapinò due banche con l’intervallo di dieci minuti tra l’una e l’altra. Il 3 settembre tornò armato, assieme agli altri evasi, a Saint Vincent Paul per liberarne i prigionieri. In seguito ad uno scontro a fuoco fu costretto a ritirarsi e fuggì in Venezuela. Nel dicembre dello stesso anno tornò in Francia dove rapinò diverse banche. Venne fermato nel 1973 e riuscì a scappare rapendo il giudice durante l’udienza, ma quattro mesi dopo fu braccato nel suo appartamento parigino dal commissario Broussard. Dopo ore di negoziati attraverso la porta, Mesrine gli aprì con tanto di sigaro in bocca e champagne. Porgendoglieli esclamò: “non trova che questo arresto faccia bella impressione?”. Riuscì ad evadere nuovamente di prigione salvo essere catturato in breve tempo. Nel 1977, condannato a 20 anni , scrisse un’autobiografia, “L’istinto di morte”. Venne poi trasferito nella cella di massima sicurezza del penitenziario prison de la Santé. Da qui cominciò una vera e propria campagna mediatica e giudiziaria contro i metodi usati in questi “istituti di recupero” giudicati inumani e degradanti. Nel 1978, con il suo complice Besse, evase in condizioni poco chiare, e rapinò il casinò di Deauville. Dal rapimento di un ulteriore miliardario ottene un riscatto di 6 milioni di franchi, poi lasciò in fin di vita un giornalista (un flic-journaliste come lo descrisse, un piede in redazione, l’altro nel commissariato) che l’aveva diffamato: è durante questo periodo che si legò al militante nelle fila dell’estrema sinistra francese Charlie Bauer, che diede una tinta rivoluzionaria all’operato di Mesrine che si definì, in termini camusiani, “un tipo rivoltato che vive la sua rivolta”. Tuttavia di lì a poco la polizia creò un’unità Anti-Mesrine e il 2 novembre del 1979, i tiratori scelti sparano 21 colpi sul parabrezza della macchina di Jacques completamente inerme.

Mesrine era violento, macabro, un gangster divenuto “caso nazionale” tanto che lo stesso Giscard d’Estaing si interessò alla sua cattura. Oggi viaggia nell’immaginario dei giovani banlieusard francesi alla pari di Scarface, mentre a livello mediatico è stato liquidato in  breve e si ha molta difficoltà a rinvenire le interviste e le dichiarazioni. Il recente lungometraggio in due parti di Jean-Francois Richet (L’instinct de mort, 2008) riesce ad adempiere al compito di far luce sui mille volti di un personaggio così controverso, dandone finalmente una prospettiva veritiera, come sostiene lo stesso Bauer. Ma Bauer, anch’esso, non può che parlare dell’ultimo Mesrine. Detto ciò è evidente che “l’uomo dai mille volti”, come fu soprannominato per le sue capacità trasformiste, sfugge alla sua sintesi cinematografica. Fuoriesce dagli schemi prestabiliti, come fuoriesce dall’orbita della legge, dei tribunali, del diritto. Se ci sono uomini nati per rispettare l’ordinamento e altri per infrangerlo, lui, infrangendolo, ne ha anche mostrato, più o meno consapevolmente, le contraddizioni.

E perciò se Mesrine non è una personalità da cui trarre ispirazione, la sua morte ci lascia comunque in eredità un retroscena amaro, il dietro le quinte di una società che si mangia la coda e “che prepara in quella scuola del crimine che è la prigione, i suoi futuri nemici pubblici numero uno di domani, invece di aiutare i giovani delinquenti a riuscire nella vita”. Di fatto dopo la sue lotte contro i QHS, il carcere, più che un istituto di correzione, sembra essere la spazzatura di una società borghese in cui si scaricano gli spettri della propria cattiva coscienza. Ma un problema di fondo, come quello sollevato da Mesrine, un uomo rivoltato e che non aveva paura di esserlo, incapace di accettare gli standard di vita di una società classista, in cui il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povera, fatta di diritti per gli uni e obblighi per gli altri, di un ordinamento legislativo che mantiene questo status quo invariato, rimane tutt’ora valido. La verità è che Mesrine, come Vallanzasca, è difficile da espiare; ergerlo a mito crea un pericolo, liquidarlo a bandito disadattato e senza scrupoli risulterebbe terribilmente conciliante, perché, in definitiva, Mesrine si muove in quel campo d’azione che è l’umano, con tutto il suo eroismo e la sua fragilità.

“Io non volevo che la mia vita fosse scritta prima o decisa da altri. Se alle sei di mattina avevo voglia di fare l’amore, volevo prendermi il tempo di farlo senza guardare il mio orologio. Volevo vivere senza ore, considerando che la prima imposizione dell’uomo ha visto il giorno in cui si è messo a calcolare il tempo. Tutte le frasi usuale della vita comune mi guizzavano in testa… Non c’è il tempo di…! Arrivare in tempo…! Guadagnare tempo…! Perdere temps…! Io volevo “avere il tempo di vivere” e il solo modo di arrivarci era non esserne schiavo. Sapevo dell’irrazionalismo della mia teoria, che era inapplicabile per fondare una società. Ma cos’era poi, questa società, con i suoi bei principi e le sue belle leggi?”.