“Simón Bolívar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione, giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino a vedere l’America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima fino a quando non sarà salva l’umanità.” (Hugo Chavez)

Simon Bolivar era prima di tutto un rivoluzionario, e, come tutti i rivoluzionari, aveva un sogno.

Aristocratico ed intellettuale di formazione illuminista, Bolivar nacque nel 1783, a Caracas. Ma la sua casa non era solo il Venezuela, il Liberador, così fu soprannominato, aveva un sogno grande quanto l’America Latina, un sogno che lo portò ad impugnare le armi per l’indipendenza di quella nascente e fertile regione sommessa ai coloni della penisola iberica, alla corona spagnola e a quella portoghese.

Venezuela, Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù: Simon Bolivar fu uno dei grandi attori dei moti indipendentisti, ed oltre ad essere un valoroso generale, fu uno dei principali architetti politici del nuovo continente liberato.

“Prima inviato nel 1810 in Europa per richiedere aiuti per la Juntas di Caracas divenne in seguito presidente della gran Colombia, e nel 1824 dittatore del Perù. Volle abolire la schiavitù e mettere in atto una confederazione di nazioni indipendenti sud americane per riunificare le tensioni frammentarie della caduta dell’impero. Il grande conflitto tra popolazioni ribelli latinoamericane e il sovrano spagnolo si estinse solo nel 1824, con la battaglia di Ayacucho, pilotata dall’esercito indipendentista del generale Antonio José de Sucre, esercito dai contingenti militari provenienti dal Perù, dalla Colombia, dal Cile e dall’Argentina. Ma questi popoli furono prima liberati dalla prorompente ascesa di Bolivar, che dalle regioni del Nord sconfisse le truppe spagnole sino all’Ecuador, per poi fermarsi in Perù, dove si asserragliavano le ultime forze conservatrici. Ad attenderlo vi era José de San Martin, generale argentino, che oltrepassò le Ande e il Cile per arrivare anch’egli in Perù dove proclamò l’indipendenza e inflisse numerose perdite tra le file realiste fedeli alla corona, senza però arrivare al loro crollo definitivo. I due liberatori unirono i loro eserciti a Guayaquil nel 1822, seppur l’uno, Bolivar, ambiva ad una confederazione di repubbliche unite ma indipendenti, e l’altro proponeva una soluzione monarchica sotto la corona di qualche principe europeo. Bolivar ne uscì vittorioso e prese in mano le redini dell’operazione che sconfisse definitivamente gli spagnoli nella sierra peruviana.” (L’Indipendenza dell’America Latina)

Anche dopo l’indipendenza, però, per il Liberador non fu una passeggiata. Rimase in effetti deluso dalla prima repubblica venezuelana. Un tentativo troppo azzardato per una realtà sociale ancora ignorante ed arretrata e dalla prima Costituzione, da lui redatta, Bolivar optò per un governo forte e centralizzato, con alla testa un monarca illuminato in grado di mantenere ordine e sicurezza per gli Stati nascenti, e, allo stesso tempo, capace di insegnare al popolo le virtù repubblicane.

Quello che la storia ci lascia è un Simon Bolivar in bilico tra una politica conservatrice ed autoritaria, e una vita rivoluzionaria, animata dalla profonda voglia di libertà per un continente oppresso dalla colonizzazione.

Sull’impronta del Liberador si calca tutt’oggi la politica del Venezuela chavista. Un Venezuela che, con tutte le sue forze, cerca di tenere lontana l’influenza, se non oppressione, del liberalismo occidentale, sempre a caccia di mano d’opera a basso costo, materie prime e petrolio, per dare vita al sogno che Simon Bolivar non riuscì mai a vedere realizzato: la grande unione sudamericana, sia economica che politica, tra Stati liberi e indipendenti.

Con la Celac e le nuove organizzazioni intergovernative estese su tutto il territorio, tra intese politiche e piani di cooperazione commerciale, chi più chi meno, i paesi latinoamericani sembrano avvicinarsi al sogno di Bolivar.

Fonte: Storia dell’America Latina contemporanea, Laterza