Un francese come non se ne trovano più da tre secoli a questa parte”. Così Simone Weil elogiava l’amico Gustave Thibon. Crescente è la popolarità, tanto in patria quanto all’estero, di cui gode Simone Weil, filosofa francese che ripudiò la vita alto-borghese scegliendo quella di fabbrica al fine di sperimentare nella sua fragile carne la condizione operaia. Sconosciuta invece ai più è la luminosa figura di Gustave Thibon, l’erudito contadino che la accolse nella sua fattoria nell’estate del 1941, quando la Weil, debilitata fisicamente e impossibilita ad insegnare per via della sua ascendenza ebraica, scelse di ritirarsi nella campagna del Midi

E pochi sanno che è proprio a questo rude conservatore dalla vena anarchica che Simone Weil deve la sua notorietà. Fu infatti Thibon a far pubblicare L’Ombra e la Grazia (La Pesanteur et la Grâce, 1947), raccolta di pensieri che fece conoscere Simone Weil al grande pubblico quando la filosofa già riposava nel cimitero inglese di Ashford. 

Gustave Thibon (1903-2001)

Tanto rocambolesca e affascinante fu la breve vita di Simone Weil, tanto apparentemente ordinaria e priva di eventi significativi fu la lunga vita di Gustave Thibon. “La mia vita non ha nulla di esemplare e non amo le confidenze pubbliche” scrive Thibon nella sua autobiografia. Ed è forse questa mancanza di spettacolarità, in questa ottusa epoca in cui o si è eccezionali o non si è, che spiega l’immeritata marginalità di cui soffre la figura di questo lucidissimo anatomista della natura umana e delle dinamiche sociali.

Non che a Thibon siano in realtà mancati i riconoscimenti istituzionali. Si ricordano, in particolare, il Grand Prix de Littérature e il Grand Prix de la Philosophie, attribuitigli rispettivamente nel 1964 e nel 2000 dall’Accademia Francese per la sua vasta produzione saggistica. Un risultato notevole per un autodidatta provvisto della sola licenza di scuola elementare che divise la sua vita tra la campagna e la biblioteca.  

Simone Weil (1909-1943)

Nato il 2 settembre 1903 a Saint-Marcel-d’Ardèche, nel sud della Francia, da una famiglia di notabili locali ritornati alla terra, Thibon dovette interrompere gli studi allo scoppio della Prima Guerra Mondiale per prendersi cura delle terre del padre chiamato in trincea. Adolescente scanzonato, dopo la fine del conflitto, rimasto orfano di madre e scampato all’influenza spagnola, mentre a Parigi ruggivano gli anni Venti, Thibon abbandona la casa paterna per cercare fortuna all’estero: l’Inghilterra, l’Italia, infine l’Africa settentrionale. Dopo due deludenti anni vissuti al limite del vagabondaggio, coronati della riforma militare per problemi di salute, Thibon prende la via del ritorno a casa.

Con il ritorno al lavoro rurale Thibon si apre alla fede cattolica, abbandonata durante l’adolescenza, e ritrova il gusto per lo studio. Apprende da solo il latino, il tedesco, l’italiano e lo spagnolo, leggendo con passione Céline, Proust, Hugo, Baudelaire e il poeta provenzale Mistral, per citare alcuni dei suoi autori preferiti, di cui conosceva migliaia di versi a memoria. Decisivo fu l’incontro con Jacques Maritain che lo introdurrà nel mondo intellettuale cattolico d’Oltralpe e lo incoraggerà a leggere Tommaso d’Aquino, consiglio che Thibon seguirà alacremente. “La visione tomista del mondo e di Dio rispondeva pienamente alle mie esigenze intellettuali per via del suo matrimonio armonico fra natura e grazia” annoterà poi nelle sue memorie.

Il suo primo saggio di “fisiologia sociale”, Diagnostics, la cui introduzione porta la firma del filosofo esistenzialista e amico Gabriel Marcel, viene dato alle stampe nel 1940, mentre i tedeschi sfilano sugli Champs Elysées. Thibon, che abita nella Francia non occupata, difenderà a più riprese la figura del Maresciallo Pétain, in particolare in Ritorno al Reale (1943), suo saggio socio-politico più noto, rimanendo ostile tanto all’invasore quanto alle critiche sterili rivolte al governo di Vichy. Una posizione che spingerà molti dei suoi detrattori a relegarlo tra gli infamanti ranghi del collaborazionismo ma che non gli impediranno di dedicarsi a una feconda produzione, prevalentemente saggistica e tematicamente variegata, che attraverserà tutto il secondo Novecento.

Tra i saggi più rilevanti, dopo quelli già citati, ricordiamo, Quel che Dio ha unito (1945), uno scritto sull’amore e sul matrimonio; Nietzsche o il declino dello spirito (1948), un saggio dedicato al pensiero del filosofo tedesco di cui Thibon rimase anche dopo, e nonostante, la conversione un profondo ammiratore; Simone Weil. Come l’abbiamo conosciuta (1952), in cui Thibon ripercorre l’amicizia con la Weil che, come ebbe egli stesso ad affermare, fu l’incontro della sua vita. Tra le opere tardive si distinguono diverse raccolte di aforismi quali Il nostro sguardo che manca alla luce (1970), L’ignoranza stellata (1974), Il velo e la maschera (1985), L’illusione feconda (1995). È un secolo di storia francese che se ne va il 19 gennaio 2001 quando Gustave Thibon chiude gli occhi a questo mondo, a Saint-Marcel-d’Ardèche, dove era nato quasi cent’anni prima. 

Gustave Thibon (1903-2001)

Gli scritti di Thibon non seguono un approccio sistematico. Se si eccettuano i primi saggi in cui Thibon espone il suo pensiero socio-politico, le sue opere, in particolare quelle tarde, sono un susseguirsi di brevi e folgoranti riflessioni, più che lo svilupparsi di una serrata argomentazione filosofica. La cronologia degli scritti esprime l’evoluzione di un pensiero, meno veemente nei toni con l’avanzare dell’età ma sempre profondamente coerente a se stesso, intriso di una viscerale passione per la realtà. Dichiaratamente anti-democratico perché troppo conoscitore della natura umana, amico di Charles Maurras (1868-1952) ed estimatore del suo pensiero politico, Thibon non fu, come vorrebbero certi suoi detrattori, un conservatore segretamente compiaciuto della decadenza contemporanea, né un nostalgico passatista, ma un uomo immerso nelle contraddizioni del suo tempo:

Questo secolo, io lo abito, ne sposo l’agitazione e ne subisco ogni giorno dei principi di contagio.

Fece suo il motto di Simone Weil secondo il quale non vi è epoca migliore di quella in cui tutto è andato perduto, non per piangere sterilmente su quello che fu, ma è perché proprio in tale epoca che tutto può essere recuperato. Non vi è traccia né di voluttà né di rassegnazione nelle critiche che egli muove ai suoi contemporanei. Thibon non è un cantore del passato, è un cantore dell’eterno. Eternamente diviso tra nobili desideri e meschine passioni è, infatti, il cuore dell’uomo. Gli scritti di Thibon sono tutti animati dal medesimo realismo rispetto alla fallibilità strutturale della creatura umana, così nostalgica del bene eppure così incline al male.

Non voglio altra prova della rottura tra l’uomo e se stesso di quella che il Cristianesimo chiama peccato originale […]. Non ho nemmeno bisogno di crederci: l’evidenza dispensa dalla fede.

Anatomista impietoso dell’animo e dei suoi moti, Thibon rifiuta l’ottimismo antropologico caratteristico di un certo pensiero moderno, “desiderio immaturo di felicità”, che predica la bontà naturale dell’uomo e attribuisce la corruzione morale alle strutture sociali. Tuttavia, quello di Thibon non è un realismo cupamente pessimista:

Non dimenticare mai che l’uomo è uscito dal nulla e non dimenticare anche che è Dio che l’ha tirato fuori da là. La prima di queste verità ti salverà dall’utopia, la seconda dalla disperazione.

Quello di Thibon è un realismo cristiano, che rimane aperto all’intervento della Grazia e alla speranza nella redenzione, una speranza senza né consolazioni né complicità naturali, scevra, dunque, del risentimento di cui, secondo Nietzsche, si nutre la cattiva coscienza del credente. Quel che preme a Thibon è infatti la ricerca della verità, nuda e cruda, in tutti gli ambiti esperienza umana: nella ricerca di Dio, nell’amore umano, nelle relazioni sociali e politiche. 

Charles Maurras (1868-1952)

Verità nella ricerca di Dio vuol dire, innanzitutto, prendere sul serio la critica, tanto distruttiva quanto purificatrice, che Nietzsche muove al cristianesimo. Nietzsche, “immoralista per moralità secondo le parole di Thibon, obbliga il credente a smascherare la propria mediocrità, senza ammantarla di presunti meriti e virtù. Così prega Thibon:

Che la mia fede cristiana e tutti i valori divini non diventino mai il travestimento della mia miseria! Che la mettano a nudo invece di dissimularla! Che io non giunga mai a farmi una maschera della luce!

Smascherarsi, rifuggire una visione illusoria della condizione umana, ma poi rendere tutto a Dio. Non vi è infatti scelta che tra il vicolo cieco della disperazione, o della follia, e il sentiero che porta l’uomo al di là delle sue speranze spezzate, verso quel mistero dell’Essere dove si sciolgono, in una insondabile unità, tutte le contraddizioni dell’esistenza. Al marxista che predica l’auto-redenzione dell’uomo, al liberale che ne sbandiera l’autonomia assoluta, Thibon ricorda che l’uomo è capace di grandezza e pienezza nella misura in cui accetta di non salvarsi da solo, nella misura in cui riconosce che le cose di quaggiù non bastano a compiere il desiderio infinito del suo cuore. Neanche l’amore.

Fedele al suo realismo, Thibon pone l’accento sull’incapacità dell’uomo ad amare realmente un altro essere in quanto tale:

Ciascuno ha un’intuizione di se stesso in quanto sostanza (io sono); degli altri non conosce che il lato accidentale e relativo. È ciò che spiega perché vogliamo essere amati di un amore incondizionato, cioè di un amore che si volge in noi alla sostanza invisibile, al noumeno irrivelabile e inafferrabile, mentre possiamo amare negli altri solo gli oggetti della nostra esperienza sensibile e spirituale: l’apparenza, il fenomeno.

È la pretesa di essere amati da un’altra creatura in modo assoluto e perfetto, di essere amati, in altre parole, come Dio ama l’uomo, che sta alla radice di molti amori infelici. Pertanto,

[…] il segno di un grande amore consiste non nel mantenere ma nell’intrattenere una promessa divina. Si ama non nella misura in cui si possiede ma nella misura in cui si attende.

La modernità, con il suo culto della velocità e dell’immediatezza, fa venir meno un ambiente sociale favorevole all’attesa, alla formazione di relazioni salde e durature (“[…] la fretta riduce il potere creatore del tempo e dilata il suo potere distruttore).  L’uomo (post-)moderno è, difatti, incapace di radicamento, il bisogno più importante e sconosciuto dell’animo umano, come nota Simone Weil. È nel radicamento, ovvero nel perdurare fecondo di legami organici, di quelle realtà che alimentano e superano l’individuo (la famiglia, la comunità), che l’uomo può realizzare la propria vocazione socio-politica. L’uomo senza legami, l’isolato, lo sradicato, è un uomo che manca del senso comune, ovvero del senso della realtà.

Non è un caso, sostiene Thibon, che nelle epoche sradicanti, come quella presente, abbondino ideali incapaci di incarnarsi e di fiorire in atti precisi, che condannano l’uomo ad un senso di frustrazione ed impotenza proprio in un’epoca in cui egli crede di aver tutto a portata di mano. Lo sradicamento si traduce in sterilità, letteralmente. Con una lungimiranza che ha del profetico, Thibon anticipa la crisi della natalità occidentale già negli anni Quaranta del Novecento:

[…] Per l’essere senza legami, separato e divenuto un dio lui stesso, il figlio, questo elemento di continuità, non ha più ragione di essere. Un dio non crea altri dèi! Lo sradicato ha perduto questa fiducia oscura nella vita, questo sentimento di sicurezza profonda che accompagnava il compimento dei grandi doveri naturali.  

Léon Bloy (1846-1917)

Dotato di una verve polemica alla Léon Bloy (1846-1917), di una vena ironica alla Georges Bernanos (1888-1948), e di un’inclinazione al misticismo alla Charles Péguy (1873-1914), per citare alcuni dei suoi illustri maestri e compatrioti, Thibon non rientra nella categoria dell’intellettuale politicamente impegnato, troppo legato alla quiete rurale e troppo conscio dei pericoli del potere per cedere al richiamo di un impegno politico attivo. Né tantomeno volle egli rientrare in quella di maestro spirituale:

Dei giovani vengono da me per chiedermi non so quale formula di vita che gli consentirà di vederci chiaro e di camminare diritti nel loro destino. Ho voglia di rispondergli: Amici miei, sono ancora più povero di voi; tutte le luci che ho potuto ricevere non hanno fatto altro che ispessire le tenebre attorno a me; ogni bagliore mi ha tolto un’illusione senza portarmi una verità.

Umiltà che è misura della saggezza di cui sono ricche le pagine dei suoi scritti, che per l’attualità, la profondità e l’acutezza di pensiero meriterebbero una fama ben maggiore di quella goduta finora. Speriamo che il lettore giunto fin qui possa cercare e trovare in Thibon una voce amica, compagna in questo viaggio, fino al giorno in cui “la maschera cadrà dal volto dell’uomo e il velo dal volto di Dio.