La sera del 29 maggio 1453, dopo una giornata di aspri combattimenti e violenze di ogni genere, iniziò a diffondersi in Europa una notizia spaventosa: Costantinopoli era caduta per mano dei feroci turchi musulmani. Scrivendo al cardinale Niccolò di Kues (il famoso “Cusano”), Enea Silvio Piccolomini – segretario dell’imperatore germanico Federico III e futuro papa col nome di Pio II – temeva per la definitiva scomparsa della cultura classica:

“Fino ad oggi, era rimasto a Costantinopoli il ricordo vivo dell’antica sapienza e, come se in essa vi fosse la dimora delle lettere, nessuno dei latini poteva apparire sufficientemente istruito se non avesse studiato per un certo periodo di tempo a Costantinopoli. Quella fama che aveva avuto Atene come sede del sapere al tempo di Roma, l’aveva avuta Costantinopoli al nostro tempo. Di lì ci venne ridato Platone, di lì Aristotele, Demostene, Senofonte, Tucidide, Basilio, Dionigi, Origene – e molte opere di altri sono state svelate ai latini ai giorni nostri, molte altre speravamo che ci sarebbero state svelate in futuro. Ma ora, con la vittoria dei turchi, che hanno conquistato tutto ciò che possedeva la potenza bizantina, credo che sia la fine per le lettere greche…”

Lo stesso autore della missiva avrebbe pensato, il 19 agosto 1458, quando si trattò di scegliere il nome da pontefice, a Virgilio e al suo eroe (“Sum pius Aeneas – fama super aethera notus”) – e non al santo predecessore Pio I – ribandendo la propria fedeltà agli studia humanitatis. E proprio dalla Grecia e dagli ultimi resti dell’impero dei romani, ove si era conservata – pur fra mille contrasti e vicende – una continuità col mondo greco-romano, giungevano in Italia una mole di libri al seguito di avveduti mercanti e di intellettuali laici ed ecclesiastici, spinti dalla minaccia turca a cercare soccorsi in occidente nel tentativo di ristabilire l’unità tra la chiesa latina e quella ortodossa. Del resto, i rapporti con Venezia e le altre repubbliche marinare non si erano mai recisi del tutto e già dall’anno mille la riconquistata autonomia e il protagonismo politico dei comuni italiani, prosperi anche per industrie e commerci, aveva generato in questi un’appassionata ricerca, nelle proprie origini, di un patrimonio culturale capace di elevarne le aspirazioni. Non si trattò solo di riesumare statue o rispolverare preziosi volumi, ma di riappropriarsi, in luogo di una sterile grammatica, di antichi maestri di vita e di esperienze politiche esemplari, un ritorno alla fonte pura del mito per una nuova fioritura di civiltà.

Affresco sulla parete est del piano nobile di Palazzo Medici Riccardi a Firenze, ritraente il viaggio dei Magi. Opera di Benozzo Gozzoli risalente al 1459 circa

Tuttavia, già alla metà del trecento, quando Petrarca e Cola di Rienzo disperavano tra le rovine di Roma antica, la decadenza politica dei liberi comuni – stretti tra le pressioni straniere, papali e signorili, logorati dalla discordia interna e insidiati dal germe dell’economia capitalista – avrebbe prodotto una declinazione della “rinascita” sempre più limitata all’arte e alla letteratura, mentre il disimpegno politico diventava nuovamente il rifugio di ogni intellettuale degno di rispetto. Se da un lato prosperavano pittura, architettura, scultura e le produzioni letterarie si mostravano sempre più raffinate, dall’altro le libertà comunali vacillavano e poi scomparivano, le industrie e i commerci intristivano, la Chiesa sembrava corrompersi sempre più intimamente. In un secolo ricco di documenti circa la grandezza dell’uomo, troviamo un’Italia percorsa da guerre, congiure, cinismo diplomatico, fino al disincanto di un Niccolò Macchiavelli e alla forza tragica di un Michelangelo Buonarroti. L’avanzata turca e la caduta di Costantinopoli apparivano dunque come presagi di nuove invasioni barbariche e di ritorno a tempi oscuri; l’appello alla crociata di un pontefice come Pio II sembrava cadere nel vuoto del disinteresse e della stanchezza. L’Umanesimo era stato, da un punto di vista culturale e formativo, una risposta al programma educativo incentrato sulla logica e la grammatica, che aveva animato la filosofia del tardo medioevo. Invece di concentrarsi su questioni che consideravano astratte e insensate, gli umanisti preferivano indagare le relazioni concrete tra l’umano e il divino, vedendo nell’uomo il vertice e lo scopo della creazione. Persuasi che un frammento di verità fosse stato rivelato a tutti – cristiani e non – il loro disegno consisteva nel sottolineare le somiglianze tra filosofie e religioni di ogni tempo e luogo, mentre alcuni presentavano i politeisti come degli anticipatori di Cristo.

Busto di Pico della Mirandola attribuito ad Andrea del Verrocchio ed oggi conservato al Museo delle belle arti di Boston

E un giovane studioso, erede di un’importante famiglia dell’Emilia, portò a questo progetto una mente immensa, una curiosità insaziabile, una memoria infallibile e una fiducia nelle proprie capacità intellettuali che pochi (o nessuno) eguagliarono prima e dopo – fu Giovanni Pico dei conti della Mirandola. La sua casata vantava origini lontanissime e prestigiose. Un certo Manfredo, vissuto un millennio prima, funzionario alla corte di Bisanzio, innamorato di Euride, figlia dell’Imperatore Costanzo II, era fuggito con lei in Italia e si era stabilito nei pressi di Mirandola. Altre cronache medievali riferivano di un consorzio parentale del quale facevano parte cavalieri sprezzanti e litigiosi, in contesa per accaparrarsi terre. Nel 1115, alla morte di Matilde di Canossa, si creò un vuoto di potere nella vasta rete dei domini della celebre contessa e quindi una corsa violenta a sostituirsi nella signoria della bassa pianura reggiano-modenese. La famiglia dei Pico si gettò a capofitto nella lotta e riuscì a controllare il territorio, forti anche di un documento di Matilde che prima della morte aveva concesso loro gran parte della zona in feudo. Nel 1311 Francesco, in cambio dei servigi prestati all’imperatore Enrico VII, ottenne per sé e per i suoi discendenti il feudo della Mirandola, che rimarrà ai Pico fino al 1710, quando sarà tolto dall’imperatore Carlo VI al duca Francesco Maria Pico, accusato di tradimento per avervi fatto entrare i francesi. Gianfrancesco Pico, nella biografia dello zio Giovanni, narra di un fatto straordinario a proposito della sua nascita:

“Fu vista una fiamma di forma circolare stare ferma sopra il letto della madre che partoriva e tosto svanire”

L’’immagine alluderebbe, secondo il biografo, alla perfezione del pensiero di Pico:

“La cui mente come il fuoco si sarebbe sempre rivolta alle cose celesti”

L’albero della vita della cabala ebraica

Ma anche alla brevità della sua vita. Il padre di Giovanni Pico, Giovanni Francesco, era alla guerra, al servizio di altri signori, lontano da casa, quando il nostro futuro sapiente era un bambino e poi un adolescente affidato alla madre Giulia Boiardo, zia del poeta, donna colta e gentile. Su iniziativa di quest’ultima, che prevedeva per il ragazzo una brillante carriera lontana delle armi, a quattordici anni era già iscritto alla Facoltà di Diritto dell’Università di Bologna; ma Giulia muore dopo qualche mese e il figlio compie una scelta tutta sua: andrà a Ferrara a seguire i corsi di lingua latina e greca. Quindici mesi dopo sarà a Padova per approfondire lo studio della filosofia nella più famosa università italiana di allora, centro di studi aristotelici ispirati all’interpretazione di Averroè, dove rimase per due anni accademici, fino al 1482. Insegnava allora in quella città Elia del Medigo, ebreo nato a Creta, coetaneo di Pico e destinato come lui a morte prematura, che lo guiderà nel primo approccio alla Cabala, il movimento intellettuale di gnosi ebraica i cui testi richiedevano una speciale ermeneutica per decodificare le dottrine nascoste. Nel 1484, trasferitosi nella Firenze medicea, legge la Theologia platonica de immortalitate animarum di Marsilio Ficino e ne è entusiasta, e già medita su quella che sarà sempre per lui un’idea dominante, la concordia filosofica:

“Mi sembra che in Platone [via sia] un totale accordo con Aristotele, se si va a fondo. Perciò se guardi alla forma nulla vi può essere fra i due di più contrastante, ma se non badi alla forma nulla è più concorde fra loro”

Dettaglio dell’affresco di Domenico Ghirlandaio raffigurante Zaccaria nel Tempio, sito nella cappella Tornabuoni di Firenze. Da sinistra a destra sono rappresentati rispettivamente: Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Gentile de’ Becchi o Demetrios Chalkondyles

Nel 1438-39 si era tenuto a Firenze un concilio che avrebbe dovuto riunire la chiesa bizantina e romana. Uno studioso vicinissimo al politeismo, che si faceva chiamare Pletone – in modo da sembrare “un nuovo Platone” – faceva parte della delegazione greca. Sostenne un ritorno al platonismo classico e quest’idea fu ripresa dall’allora signore de facto della città Cosimo de’ Medici, che incaricò Ficino, figlio del suo medico personale, di tradurre le opere di Platone e dei neoplatonici, dal greco al latino. Ma proprio un anno dopo la richiesta di Cosimo, giunse dalla Macedonia, condotta dal monaco Leonardo da Pistoia, una copia del Corpus Hermeticum, giudicata opera di Ermetetre volte grande”, colui al quale si attribuiva l’Asclepius, conosciuto anche dai dottori della chiesa. Ficino ricevette l’ordine di sospendere la traduzione di Platone per dedicarsi al nuovo testo, al quale tutti in allora guardavano come ad una fonte antichissima della sapienza perenne. Molte idee univano Marsilio Ficino, di trent’anni più vecchio, al nostro Giovanni Pico: la centralità dell’amore nella storia del cosmo è uno dei temi forti e intensi che ritornano nei due, e che Pico svolgerà compiutamente nel “Commento sopra una canzone d’amore” dell’amico Girolamo Benivieni:

“… Amore, cioè il desiderio d’acquistare questa bellezza, commuove e stimola l’angelica mente a convertirsi verso Dio e a congiungersi quanto più può con quello, perché ciascuna cosa in tanto la sua perfezione acquista in quanto al suo principio si congiunge”

Opera quae exstant omnia di Pico della Mirandola, con sigillo dell’ordine dei Gesuiti

Attorno a Pico, nella sua casa fiorentina, sede di dibattiti, si affollavano filosofi ebrei, (fra tutti, Yohanan Alemanno) e aristotelici, intellettuali platonici e poeti, studiosi di Dante e Petrarca. Sopra tutti, domina Lorenzo il Magnifico, con la sua protettiva e generosa amicizia. Le Conclusiones (o “Tesi”) furono la prima opera a stampa del conte della Mirandola e la più sfortunata. Il progetto era coraggioso: nell’inverno del 1486 era partito alla volta di Roma con l’obbiettivo di tenere un dibattito sulle sue Novecento Tesi, di fronte ad un’assemblea di dotti nel campo della religione e della filosofia, laici ed ecclesiastici, riuniti nella capitale della cristianità. L’anno precedente aveva soggiornato a Parigi per approfondire alla Sorbona quei maestri medievali che aveva già avvicinato a Padova e a Pavia. Pico intendeva offrire alla discussione novantaquattro tesi della scolastica cristiana, ossia proposizioni sostenute dai maestri dell’aristotelismo latino come Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Enrico di Gand, Duns Scoto. La seconda sezione della prima parte, dedicata agli aristotelici arabi con la esposizione di ben ottantadue tesi, confermava la considerazione per questo indirizzo di pensiero tipicamente medievale. Si aggiunge poi il gruppo di ventinove tesi dei “greci che professano la setta aristotelica” come Teofrasto e Alessandro di Afrodisia. Infine, ecco le novantanove tesi dei “platonici”, ossia la dottrina dei filosofi amati e ammirati dagli intellettuali fiorentini, quella catena aurea che da Ammonio Sacca, passando per Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo giungerà, attraverso la mediazione dei bizantini Ermia, Damascio, Olimpidoro e infine di Giorgio Gemisto Pletone, fino al Rinascimento italiano e oltre.

Dettaglio di un mosaico pavimentale della cattedrale di Siena, risalente al XVI secolo e raffigurante Ermete Trismegisto

Le ultime quattro sezioni della prima parte rappresentano l’apporto più originale e anche più “scandaloso”: Pico si rifà a Pitagora, ai teologi caldei, alla dottrina di Ermete Trismegisto, alla magia e alla Cabala. Le proposizioni della seconda parte, quelle “secondo la opinione propria”, svelano il fine di tutta l’opera, costruire una filosofia nuova che richiami le grandi dottrine del passato e del presente, ispirata a quel grande progetto di conciliazione sempre perseguito nella sua breve vita. Qualche accortezza Giovanni Pico l’aveva presa, dichiarando di attenersi alla dottrina della chiesa cattolica e al giudizio del suo capo, il sommo pontefice Innocenzo VIII, ma furono cautele inutili. Era il 20 febbraio quando il papa comunicò la sospensione temporanea dell’adunata e un mese dopo ci fu la condanna per eresia. Il programma era stato giudicato audace, temerario, vanaglorioso, per la sua vastità e pretesa di abbracciare ogni filosofia in un’eccezionale sintesi. L’autore, un ventitreenne che non poteva non sembrare troppo sicuro di sé, era inoltre definito empio per la sua attenzione alla Cabala, al neoplatonismo e alla magia, ma respinse le accuse. La filosofia del suo tempo gli sembrava sonnolenta, incapace di percorrere strade non ancora battute, di appassionarsi al confronto. Con le nuove aperture e il nuovo metodo, attraverso una discussione filosofica a più voci, la luce della verità poteva arrivare a splendere più chiara. Le Conclusiones avevano un tono “accademico” e si inquadravano in una circostanza storicamente determinata e condizionata, ma il Discorso sulla dignità dell’uomo, che doveva fungere da premessa alla discussione, si innalzava sopra l’occasione, presentandosi come autentico manifesto dell’uomo rinascimentale. Dal profondo di una antichità che i platonici fiorentini credevano lontanissima, Ermete Trismegisto tornava a riecheggiare solenne:

“Grande miracolo è l’uomo, o Asclepio!”

Una edizione dell’Oratio de hominis dignitate edito dalla Normale di Pisa

Pico medita su queste parole e gli argomenti che vengono alla sua mente, reperiti tra i filosofi e i saggi delle varie epoche, non lo accontentano: per alcuni, l’uomo è tramite fra le creature tutte, dialoga con le superiori, regna sulle inferiori, è posto tra il tempo e l’eternità, “copula del mondo”, interprete della natura attraverso lo strumento dei sensi e quello della ragione. Ma questo non spiega ancora il miracolo che egli rappresenta: gli angeli sarebbero comunque tutto quello che si è detto dell’uomo, ma in grado più alto e ammirevole. Infine, ecco sorgere nella mente dell’autore un’idea tratta dalla lontanissima sapienza religiosa.  Al termine della sua creazione, Dio Padre pensò da ultimo di creare l’uomo; non aveva più tesori ai quali attingere per dare alla nuova creatura qualcosa di peculiare, tutti i doni erano stati già distribuiti. Perciò guardò all’uomo come ad un’opera dalla natura indefinita e lo pose nel centro del mondo con queste parole:

“Non ti abbiamo dato, o Adamo, una sede determinata, né una figura tua propria, né alcun dono peculiare, affinché quella sede, quella figura, quei doni che tu stesso sceglierai, tu li possegga come tuoi propri, secondo il tuo desiderio e la tua volontà. La natura ben definita, assegnata agli altri esseri, è racchiusa entro leggi da noi fissate. Tu, che non sei racchiuso entro alcun limite, stabilirai la tua natura in base al tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho consegnato. Ti ho collocato come centro del mondo perché da lì tu possa osservare meglio tutto quanto è nel mondo. Non ti creammo né celeste né terreno, né mortale né immortale, in modo tale che tu, quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa foggiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine”

Dettaglio dell’adorazione dei Magi di Sandro Botticelli, opera del 1475 oggi conservata agli Uffizi di Firenze. Il eprsonaggio al centro, con il braccio in movimento e in posizione orizzontale, si pensa possa essere Giovanni Pico

Non del tutto nuovo il tema dello speciale stato dell’uomo nel creato, ma nuovo l’accento che Pico metteva sulla estrema potenzialità di esso che può, dopo aver disprezzate le cose materiali appartenenti alla terra, oltrepassare anche i gradi più alti del creato (“le cose celesti”) e, abbandonando il mondo, volare fin sopra il cielo, prossimo a Dio. La catastrofe delle Conclusiones e della condanna era ancora vicina e bruciante nell’estate del 1488, ma Pico era già, di nuovo, al lavoro. Nella pace dell’abbazia di Fiesole scrive l’Heptaplus, il commento in sette parti ai giorni della creazione narrati nel Libro della Genesi, dedicandolo a Lorenzo il Magnifico. Pico vuole, con l’aiuto della Cabala, svelare “i segreti di Mosè”. Con il nome di Cabala (“tradizione”) si designa un’eredità culturale trasmessa oralmente da maestro ad allievo, in modo da preservare l’integrità del magistero, valutando le intenzioni e le attitudini intellettuali ed etiche di chi volesse apprendere, infatti gli antichi saggi avevano la consuetudine di astenersi dallo scrivere di cose divine, o almeno di scriverne in maniera aperta e comprensibile solo per pochi “qualificati”. Oltre alla legge che Dio diede al profeta sulla montagna, scritta nei cinque libri, a Mosè fu rivelata un’esposizione di quella con una spiegazione di tutti i misteri e i segreti che erano nascosti dietro un’aspra e rude facciata. Quindi, Mosè ricevette sulla montagna due leggi, una letterale e una spirituale, e quest’ultima gli fu ordinato di non metterla per iscritto ma trasmetterla soltanto a quei saggi che egli ritenesse idonei a comprenderla e conservarla. Pico rammenta, nel proemio, che l’antichità immaginò tre mondi:

“… Più alto di tutti quello sovrasensibile, che i teologi chiamano angelico e i filosofi intelligibile […]. Subito dopo viene il mondo celeste. Ultimo fra tutti, questo mondo sublunare che abitiamo. Questo è il mondo delle tenebre, quello il mondo della luce; il cielo si compone di luce e di tenebre. Questo mondo è contrassegnato per mezzo delle acque, sostanza scorrevole e mutevole, quello per mezzo del fuoco a causa dello splendore della luce e della elevatezza della posizione; il cielo è natura media […] composto di fuoco e di acqua. Qui vicenda di vita e di morte, là eterna vita e continua attività; in cielo, stabilità di vita, ma avvicendarsi di attività e di posizioni. Il mondo terrestre è costituito dalla cadùca natura dei corpi, il mondo intelligibile dalla divina natura della mente; il cielo dal corpo, ma incorruttibile, e dalla mente, ma assoggettata al corpo”

Dettaglio dell’affresco raffigurante il mese di aprile con il trionfo di Venere, presso il Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara. Opera di Francesco del Cossa eseguita fra il 1468 e il 1470 circa

In verità, i tre mondi sono uno solo, non soltanto perché tutti si riportano ad un unico principio e ad un singolare fine, ma perché sono collegati da un armonico legame di natura e da un ordinamento per gradi. Ciò che è in ciascuno, è nella totalità dei mondi e non vi è alcuno di essi in cui non vi sia ciò che è in ognuno degli altri. Dunque, ciò che è nel mondo inferiore è anche nei superiori, ma in forma più elevata; del pari, ciò che è nei superiori si vede anche nel più basso, ma in una condizione degenere e con una natura per così dire adulterata:

“Il calore è presso di noi qualità elementare; nei cieli, virtù calorifica; nelle menti angeliche idea di calore. Dirò con maggior precisione. È presso noi il fuoco come elemento; il sole è il fuoco del cielo; nella regione oltremondana, il fuoco serafico è l’intelletto. Ma considera la loro differenza: il fuoco elementare brucia, il fuoco celeste ravviva, il fuoco sovraceleste ama. C’è l’acqua presso di noi; c’è nei cieli un’acqua motrice e signora di questa, e cioè la luna […]; vi sono acque sopra il cielo, che sono le menti cherubiche. Considera quindi la diversità di condizione nella stessa natura: l’umido elementare soffoca il calore di vita; quello celeste lo alimenta; quello sovraceleste lo intende”

Ma oltre ai tre mondi di cui abbiamo parlato, ve n’è un quarto, in cui si ritrovano compendiate tutte le cose e qualità che sono negli altri. E questo è l’uomo, microcosmo in cui il corpo è misto agli elementi, in cui v’è lo spirito celeste, l’anima vegetale delle piante, il senso dei bruti, la ragione, la mente angelica e l’immagine di Dio. Ritorna il grande tema della dignità dell’uomo:

“Noi cerchiamo nell’uomo una nota che gli sia peculiare, con cui si spieghi la dignità che gli è propria e l’immagine della sostanza divina che non è comune a nessun’altra creatura. E che altro può essere, se non il fatto che la sostanza dell’uomo accoglie in sé, per propria essenza, le sostanze di tutte le nature e il complesso di tutto l’universo? […] In questo corpo dell’uomo, spesso e terreno, il fuoco, l’acqua, l’aria e la terra sono nella massima perfezione della loro natura. Oltre a questo, vi è anche un altro corpo spirituale più nobile degli elementi, di natura analoga al cielo. Nell’uomo c’è pure la vita delle piante, rivolta in lui a quelle medesime funzioni di nutrizione, crescita e riproduzione che sono anche in esse. C’è il senso dei bruti […] C’è l’animo fornito di ragione celeste. C’è la partecipazione alla mente angelica. C’è un possesso veramente divino di tutte queste nature che confluiscono in unità […]. A un cenno dell’uomo, son pronti a servire la terra, gli elementi, i bruti; per lui si affaticano i cieli; a lui procurano salvezza e beatitudine le menti angeliche […]. Né ci si deve meravigliare se tutte le creature amano l’uomo, poiché in lui tutte riconoscono qualcosa di sé, anzi, tutto il proprio essere”

Dettaglio di un affresco della Cappella del Miracolo a Sant’Ambrogio, Firenze. I tre umanisti della scuola platonica dei Medici sono ritenuti rappresentare rispettivamente, lo scultore Alberti sulla sinistra, Pico della Mirandola al centro e Agnolo Poliziano sulla destra. Opera di Cosimo Rosselli eseguita fra il 1484 e il 1486

Negli ultimi anni di vita, l’impegno di Pico si raccoglie nell’impresa di trovare e portare alla luce l’accordo sostanziale fra Platone e Aristotele, elemento fondamentale di tutto il progetto di pax philosophica che comportava l’emergere della verità attraverso il fluire storico delle dottrine e delle religioni. Il confronto “ontologico” tra i due grandi filosofi dell’antichità è sviluppato dal mirandolese nell’ultima opera compiuta, dal titolo De ente et uno. La concordia viene ricercata tra le questioni metafisiche più delicate, quali il rapporto tra l’Uno e l’Essere. In più di un luogo, nota l’autore, Aristotele afferma che l’uno e l’essere sono convertibili e reciproci, teoria negata dai seguaci di Platone, che affermano che l’uno sia anteriore all’essere e ne consegue l’ulteriore ragionamento: l’unità e l’essere non hanno gli stessi opposti; all’essere si oppone il non essere (il nulla), all’uno i molti. Per lo stesso principio, quindi, per il quale i loro opposti sono considerati due, l’essere e l’unità devono essere considerati non convertibili e non reciproci. Pico osserva che Platone tratta del tema in due dialoghi – nel Parmenide e nel Sofista – dove indica piuttosto l’equivalenza di unità ed essere, rispetto alla priorità dell’uno sull’essere. In nessun luogo, infatti, pare asserire la priorità, mentre c’è un’abbondanza di testi che indicano l’equivalenza. Tuttavia, queste discussioni, seppur ritenute necessarie per mettere ordine in un certo ambito, sembrano non appassionare più di tanto l’autore, il quale, nell’ultimo capitolo dell’opera, afferma:

“… dobbiamo aver cura, mentre spingiamo lo sguardo nelle più sublimi altezze, di non vivere troppo volgarmente, in modo indegno per coloro a cui il Cielo ha concesso la possibilità di indagare sulle cose divine. Dovremmo considerare assiduamente che la nostra mente non può avere un’origine mortale, né può trovare la felicità se non nel possesso di ciò che è più alto; così, mentre su questa terra vaga come straniera, tanto più si approssima alla felicità quanto più, rinunciando alle preoccupazioni terrene, si eleva e si infiamma d’entusiasmo con la contemplazione del divino. […] Ciò che disturba la pace dell’unità è l’ambizione, che strappa a sé stessa l’anima che non riesce ad allontanarla, lacerandola, spargendone i brandelli. Chi non lascerà oscurare la luce splendente della verità nel fango e nelle tenebre dei piaceri?”

Xilografia di un anonimo del XVII ritraente Giovanni Pico, usata per il testo “Della celestiale fisionomia”

All’inizio degli anni novanta del XV secolo ebbe ancora il tempo – forse alla ricerca di un “confessore” che lo accompagnasse con serenità verso il trapasso – di legarsi al frate domenicano Girolamo Savonarola, la cui erudizione (né profonda, né originale) era tuttavia abbastanza ampia da interessare studiosi come Giovanni Pico. Fu un efficiente priore presso il Monastero di San Marco in Firenze, dove tenne le proprie lezioni e “prediche”, da cui emerse una spiccata avversionepuritana” per il gioco d’azzardo e le canzoni carnevalesche; presero forma i suoi falò delle vanità e si manifestò il suo austero atteggiamento nei confronti dell’arte religiosa. Divenne dapprima la coscienza fastidiosa del popolo e quindi il suo capro espiatorio. Il 18 giugno 1493 un breve del nuovo pontefice Alessandro VI Borgia assolse Pico della Mirandola dalla condanna del 1487. Il nuovo papa, interessato alla magia e all’astrologia, era assai diverso per cultura e personalità da Innocenzo VIII. Negli appartamenti del Borgia in Vaticano, dove il Pinturicchio dipinse per lui affreschi stupefacenti, insieme ai profeti ebraici appaiono le dodici sibille ed Ermete Trismegisto.

Il mito del bue Apis secondo Pinturicchio, oggi negli appartamenti dei Borgia in Vaticano

In un’altra stanza è narrata la storia del bue egizio Api, identificato con il toro simbolo della famiglia Borgia, in una complessa sequenza narrativa dove sono presenti e vicini Ermete e Mosè, i due personaggi accostati nelle evocazioni cabalistiche di Pico. In un rovesciamento esplicito della politica del predecessore, Alessandro VI sembrò dunque vedere ermetismo e Cabala come preamboli significativi e prestigiosi della religione cristiana, proprio come aveva scritto il conte della Mirandola. Poco dopo, una febbre violenta assalì il giovane conte: il re di Francia Carlo VIII, in marcia alla volta di Firenze, mandò spontaneamente i suoi medici personali al letto del filosofo, che anni prima a Parigi aveva protetto. Ma le cure furono inutili: Giovanni Pico morì il 17 novembre del 1494; in quel giorno, Carlo di Francia entrava in una Firenze agonizzante. Se tempo prima, nel pieno dei lavori che avrebbero condotto alla redazione delle Conclusiones, l’amico urbinate Andrea Cornei lo aveva esortato, per non rendere vano il suo filosofare, alla vita “attiva” e “civile” – concependo ciò, già in allora, non più come l’esercizio della partecipazione politica nella comunità cittadina, ma il porre al servizio di un signore la propria sapienza – Giovanni Pico aveva risposto, in ogni caso, che i filosofi:

“Non hanno pazienza, non sanno servire, dimorano in loro stessi e, contenti della loro tranquillità d’animo, bastano a sé stessi e nulla cercano fuori di sé.  Quanto è in onore presso il volgo, per loro è disonorevole; trascurano e disprezzano tutto ciò di cui il desiderio umano ha sete o che l’ambizione brama”

Convinto di ciò, dichiarò di anteporre la propria stanzetta, gli studi, il piacere delle letture, la pace dell’anima alle corti dei re, agli affari pubblici, alle caccie e ai favori della curia. Già a quel tempo, la “politicanon era più vissuta come espressione naturale dell’essere uomo, come suprema felicità di una vita consacrata all’ideale del buon cittadino, all’utopia della politeia platonica, ma qualcosa da cui tenersi alla larga, che emana fetore, sinonimo di affari sporchi, giochi subdoli, arrivismi e bassezze. Il sapiente torna a chiudersi in sé stesso, alla ricerca di una via solitaria alla scoperta della verità.