Ripristinare il valore di ciò che ci appartiene. È forse questa l’impresa più difficile che la cultura contemporanea si appresta ad affrontare. La massificazione plastificata del consumismo tanto caro al mondo produttivo e, paradossalmente, a tanta parte di quella che una volta si faceva chiamare “sinistra”, tende oggi a porre ciò che è stato prima – miti e tradizioni – in una condizione di dimenticatoio se non addirittura di colpa imperdonabile. L’Italia, paese ricco di mito ma debole di memoria, è il posto dove questa tendenza si manifesta più velocemente rispetto altrove. La premessa era d’obbligo nel momento in cui si sta per trattare – rispolverandolo come un vecchio pastrano mai più utilizzato da quando morì il nonno – del più grande attore italiano e tra i primi nel mondo, uno dei pochissimi ad essere accostato ai grandi miti hollywoodiani.

Di libri scritti e di documentari girati sulla figura di Gian Maria Volontè ce ne saranno sempre troppo pochi. E se vogliamo approfondire davvero, ce ne sono sicuramente molto pochi. Tra gli indiziati più sospetti c’è il vasto ambiente della sinistra italiana, la quale ha lasciato che un’icona universale come Volontè cadesse nell’oblio, abbandonato nel dimenticatoio culturale insieme a tanti altri. In Grecia, ad esempio, il noto attore ha ancora la cittadinanza onoraria. Gian Maria Volontè nacque a Milano il 9 aprile 1933. Suo padre, Mario Volontè, era un importante esponente del fascismo più oltranzista torinese. Sua madre, Carolina Bianchi, era figlia borghese di una nota famiglia di industriali milanesi.

Un giovane Volontè

Mario Volontè costituì in piena guerra civile la Brigata Nera Chivasso, che imperversava nella provincia di Torino seminando il terrore. Difficile ricostruire l’infanzia del piccolo Gian Maria in quegli anni, soprattutto perché l’attore non ne parlò mai pubblicamente. C’è da credere tuttavia che i suoi tratti di personalità, le sue caratteristiche di uomo duro e scontroso, di ribelle maniacale, Il rifiuto più assoluto dell’autorità costituita, del dispotismo, della pena di morte, siano riconducibili alla figura archetipica di suo padre Mario. A guerra finita, Mario Volontè viene arrestato dai partigiani e condannato a trent’anni di carcere per crimini di guerra. Sfortunatamente per lui verrà escluso dalla amnistia dell’allora ministro Palmiro Togliatti. Morirà di tumore ai polmoni nel 1961 dopo aver scontato una parte della pena. Sono anni difficili, di fermento e ricostruzione, di tensioni ma anche di speranza. Tempi diversi da questi.

Il giovane Volontè si arrabatta facendo diversi lavori. Ha anche un fratello, Claudio, più piccolo e soprattutto più sfortunato, che morirà nel 1977 in circostanze tragiche e dopo aver tentato una sfortunata carriera di attore. Gian Maria abbandonerà presto gli studi. Per un po’ di tempo andrà in Francia a raccogliere mele. Sono questi gli anni della “svolta” culturale. Legge molti libri, si appassiona ai classici del teatro, ma soprattutto, si fa una coscienza politica. Si compie quella che viene chiamata la sua “educazione sentimentale”. Al rientro in Italia, Volontè muove i primi passi di attore teatrale a Torino e nel 1954 si iscrive all’Accademia Internazionale d’Arte Drammatica di Roma. Non avendo alcuna borsa di studio, era costretto ad arrangiarsi per vivere. I suoi compagni di corso raccontano di come dormisse nelle automobili lasciate aperte di notte per mancanza di un tetto. Ma già da subito, molti percepiscono di avere tra loro un vero asso della recitazione, un talento naturale che univa una personalità profondamente schiva a un eclettismo interpretativo mai conosciuto prima.

Volontè con Albertazzi nel periodo successivo a “L’idiota”, estate del 1959

Nel 1957 il celebre regista Franco Enriquez gli dà la possibilità di esordire in televisione recitando nel “Fedra” di Jean Racine. La sua recitazione essenziale, di grande tensione emotiva e fuori dal manierismo teatrale, desta subito sensazione. Giorgio Albertazzi lo nota durante una rappresentazione dell’”Ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett. Il tutto avvenne al Teatro Stabile di Trieste e passato poco tempo, i due volti sarebbero nuovamente apparsi insieme in RAI per rappresentare “L’idiota” di Fedor Dostoevskij. È qui che Gian Maria Volontè esplode come attore. Nell’idiota trasmesso in RAI in sei puntate, per la regia di Giacomo Vaccari, Volontè e Albertazzi offrono un’interpretazione drammatica assoluta, intensa, liricamente tragica. I due protagonisti Rogozin e Myskin vegliano sul cadavere di Natas’ja prima di lasciarla nell’appartamento. L’interpretazione della parte dei due giovani principi, di un’intensità ritenuta sconcertante, li fa commuovere visibilmente. Luchino Visconti, rivedendo la scena, affermò che i due attori stessero celebrando la propria morte in diretta.

L’Italia intera ha così la possibilità di apprezzare le doti attoriali di Gian Maria Volontè, la sua mimica essenziale, ma soprattutto l’assoluta ricerca di verità nell’interpretare ogni ruolo. La RAI ai tempi faceva dai quindici ai sedici milioni di telespettatori grazie al canale unico televisivo. Era un intero popolo che scopriva Dostoevskij, Racine, Carlo Goldoni, Brecht e William Shakespeare. Dopo l’altrettanto felice esperienza con il “Saul” di Vittorio Alfieri accanto a Salvo Randone, Volontè va in scena nel Giulietta e Romeo. Ad interpretare il ruolo di Giulietta c’è la giovanissima Carla Gravina, astro nascente del cinema e del teatro. Ne nasce un amore intenso, tribolato, osteggiato dall’Italia conservatrice e bacchettona di quegli anni. Gian Maria, infatti, è già sposato con Tiziana Mischi. Abbandona perciò il tetto coniugale per vivere more uxorio con Carla. La vicenda della coppia è la stessa di altre note celebrità dell’epoca, come Fausto Coppi e qualche anno più tardi, del calciatore Gigi Meroni.

Volontè con Riccardo Cucciolla nel ruolo dell’anarchico Vanzetti nel film di Giuliano Montaldo (1971)

Nel 1960 Volontè recita in altri due lavori teatrali trasmessi alla TV: il primo è “La Pisana”, trasposizione libera del dramma “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo per la regia di Giacomo Vaccari. Il secondo e più significativo ruolo che Volontè interpreta è quello dell’anarchico Nicola Sacco, che insieme a Bartolomeo Vanzetti, viene condannato a morte nell’agosto del 1927 negli Stati Uniti, per un delitto mai commesso. La triste storia dei due italiani, vittime di una persecuzione politica ed etnica che scatenò l’indignazione di tutto il mondo e persino di Benito Mussolini, il quale chiese anche la grazia al governo americano, ricorrerà ancora dieci anni dopo. Volontè interpreterà Vanzetti in una delle sue più vibranti e commoventi interpretazioni drammatiche. All’inizio degli anni sessanta, Volontè non aveva ancora impresso indelebilmente il suo nome nella storia del cinema.

Il suo impegno era dedicato prevalentemente al teatro e al teatro televisivo. Inizierà a comparire in ruoli minori nelle pellicole “Sotto dieci bandiere” e “la ragazza con la valigia”. L’esordio assoluto come co-protagonista è nella commedia agrodolce “A cavallo della tigre”, girato nel 1961 per la regia di Luigi Comencini. Volontè interpreta un giovane marito meridionale evaso dal carcere per avere ucciso l’amante della compagna. Accanto a lui recitano Nino Manfredi, Mario Adorf e Valeria Moriconi. Il vero esordio in un film che affronta uno dei temi tipici della missione artistica di Volontè, sarà con i fratelli Taviani in “Un uomo da bruciare” nel 1962. Volontè interpreta Salvatore che torna dopo anni in Sicilia per organizzare nuove lotte sindacali. Gian Maria Volontè studia i movimenti operai, parla con i contadini, approfondisce il marxismo. Saranno questi gli anni di formazione e consapevolezza di ciò che vuole realmente rappresentare. I temi sociali su tutto, senza divagazioni ondivaghe, attraverso l’interpretazione di personaggi scomodi, degli umili e degli oppressi.

Il celebre primissimo piano nel discorso di insediamento del commissario presso l’ufficio politico in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, regia di Elio Petri (1970)

Tramite la conoscenza dei vari mondi, dalla mafia, alle rivendicazioni di classe, fino a quello dei contadini, si impegna non tanto per interpretarli sullo schermo, ma per “divenire” tutto questo. Per studiare una parte e un qualsiasi ruolo, Volontè vi si calava talmente tanto che risultava essere questo o quel personaggio anche dopo le riprese, fino alla fine dei lavori, provocando ammirazione ma anche un certo imbarazzo e sconcerto. Altrettanto stupore destava il modo meticoloso col quale riusciva ad essere fisicamente identico ai personaggi che interpretava senza nessun particolare espediente in fase di trucco. L’effetto era ottenuto quasi esclusivamente con la mimica e la gestualità. Succederà più volte negli anni, soprattutto interpretando personaggi realmente esistiti come Bartolomeo Vanzetti, Enrico Mattei, Lucky Luciano ed Aldo Moro.

Il 1963 è l’anno del “Terrorista” di Gianfranco De Bosio, un film di ricostruzione della resistenza veneziana durante gli anni dell’occupazione nazifascista. Volontè interpreta il protagonista, l’ingegnere Renato Braschi, una figura realmente esistita. Il CNL lo isolò per disobbedienza ed eccessiva indisciplina. La stessa disobbedienza artistica che Volontè manifestò tutta la vita nei confronti dei registi, degli sceneggiatori, delle istituzioni e verso gli altri attori nei suoi film. La strada verso l’impegno civile e politico, dentro e fuori lo schermo, era ormai segnata. Il 1964 è l’anno del nuovo sceneggiato televisivo sulla vita di Michelangelo Buonarroti. La regia è di Silverio Blasi, lo stesso che riproporrà l’attore nelle vesti di Caravaggio nel 1967.

In “Uomini contro” tratto dall’opera di Emilio Lussu per la regia di Francesco Rosi (1970)

Nello stesso 1964, un nuovo genere cinematografico di casa nostra esplode in tutta la sua potenza. Sergio Leone gira infatti il primo film della famosa Trilogia del Dollaro, nasce lo Spaghetti-western. “Per un pugno di dollari” con Clint Eastwood e Volontè come co-protagonista nei panni del cattivo e psicopatico Ramon Rojo, ottiene uno strepitoso successo al botteghino. Questo a fronte del pochissimo budget a disposizione della produzione. L’anno seguente, il 1965, ripropone Volontè nella parte di El Indio nel secondo capitolo della trilogia “Per qualche dollaro in più”. I due film western consacrano Volontè come attore popolare ed autentico cattivo di genere, dai tratti psicotici e perversi.

Per esigenze legate alla distribuzione nel mercato statunitense, nelle due pellicole Gian Maria Volontè era presentato con lo pseudonimo di John Wells. Sulla genesi di questi film, è da ricordare che Sergio Leone aveva precedentemente apprezzato Gian Maria Volonté per la sua interpretazione a fianco di Nino Manfredi nel film “A cavallo della tigre, e decise dunque di scritturarlo. L’attore accettò la parte, ottenendo come compenso due milioni di lire, una cifra decisamente più bassa rispetto a Clint Eastwood. Essendo principalmente un attore teatrale, Volonté trovò non poche difficoltà a interpretare il cinico Ramón. Così affermò in seguito:

Ebbi delle difficoltà iniziali, e Leone mi disse di esercitarmi ad aggrottare la fronte. Alla fine, entrai così nella parte, che costrinsi Clint Eastwood a spararmi altre tre pallottole prima di cadere a terra. Mi sentivo troppo cattivo per morire!

Volontè è lo psicopatico “El Rojo” in “Per un pugno di Dollari” (1964). In questa foto è col protagonista, un giovane Clint Eastwood

Secondo quanto raccontò Leone successivamente, Volonté risentiva troppo della sua preparazione drammatica, dedicandosi a un pubblico teatrale più che al cinema:

È un tipo istrionico, teatralizza tutto… Per il primo western, questo difetto mi si rivelò utile. Dava la giusta enfasi al personaggio

In una intervista con David Grieco per l’Unità, Volonté raccontò come all’epoca spiegava agli amici la sua situazione lavorativa:

Sto facendo un filmetto in fretta e furia per pagare i debiti del Vicario (pièce teatrale da lui prodotta e interpretata finita sul lastrico); figuratevi che è un western italiano, e si intitola Per un pugno di dollari. Lo faccio veramente per un pugno di dollari, ma certo non può nuocere alla mia carriera. Mi hanno conciato come un matto, sono irriconoscibile, e nei titoli di testa avrò persino uno pseudonimo americano, John Wells. Insomma, non corro alcun rischio. Chi volete che vada a vederlo?

Il film incassò oltre 500 milioni di lire, una cifra pazzesca per quegli anni. Volontè amava la provocazione, ma non quella fine a sé stessa e priva di sostanza. Tutta la sua opera ha avuto un significato che va al di là di una normale carriera di attore. Ogni suo film era una scelta precisa e consapevole. Tanti sono state le pellicole rifiutate, ritenute inadeguate e qualche volta troppo borghesi. In compenso, western all’italiana è stato un genere abbastanza battuto da Volontè nella seconda metà degli anni sessanta. Dopo i due film girati con Leone, negli anni 1966 e 1967, ne farà altri due molto importanti. Nel primo, “Faccia a faccia” di Sergio Sollima recita con Tomas Milian. Ma è soprattutto l’indimenticabile “Quien Sabe” primo lavoro con Damiano Damiani, ad essere ricordato come autentico western politico. Nella pellicola, ci sono i grandi temi della sinistra di allora: l’anti-imperialismo, il rifiuto del dominio americano sul mondo, l’amore per la libertà, l’uguaglianza, la difesa del proletariato e dei più deboli.

Volontè in Faccia a faccia (1967)

I primi guai con le istituzioni iniziarono sempre nel 1964. Volontè insieme al suo “Teatro di Strada” decide di mettere in scena “Il Vicario”, opera scritta l’anno precedente da un certo Rolf Hochhuth, drammaturgo tedesco ancora in vita che fece poco altro negli anni successivi. L’opera è una denuncia verso Papa Pio XII, accusato di acquiescenza nei confronti dei nazisti e dell’olocausto. La rappresentazione, voluta da Volontè, era stata vietata dal prefetto di Roma perché ritenuta blasfema e contraria a uno dei punti del Concordato tra lo Stato Italiano e Vaticano, che vietava di offendere il pontefice e la Santa Sede attraverso ogni tipo di manifestazione nella città eterna. Viene quindi rappresentata a Terni, in uno dei pochissimi spazi disponibili per un simile evento. Lo spettacolo andò oltre le più rosee aspettative degli organizzatori e della compagnia teatrale. Venne organizzata dal Vescovo della città una processione di riparazione, mentre Volontè e tutta la compagnia compresi tecnici, macchinisti e organizzatori vennero ufficialmente scomunicati. Erano gli anni immediatamente precedenti la contestazione ed il 1968 e il clima sia artistico che politico-sociale cominciava seriamente a surriscaldarsi.

Il 1966 per Gian Maria Volontè è ricordato come l’anno del celeberrimo “L’armata Brancaleone”, film picaresco diretto da Mario Monicelli ritenuto da tutti i critici un vero capolavoro di originalità. La commedia era ambientata durante l’alto medioevo e la sceneggiatura si rivelò il vero pezzo forte della pellicola. Agenore Incrocci e Furio Scarpelli – i due sceneggiatori noti con il nome d’arte di Age & Scarpelli – fecero parlare tutti i personaggi in una lingua completamente inventata ma tuttavia geniale; era un misto di latino maccheronico, volgare italico ed arcaiche espressioni dialettali. L’armata Brancaleone resta un pilastro della commedia e del cinema italiano tout court. Volontè è il coprotagonista accanto a Vittorio Gassman, col quale da subito crea un dualismo tipico delle primedonne. Anni dopo, Monicelli rivelò di non aver voluto Volontè per il ruolo del bizantino Teofilatto dei Leonzi, ritenendo Raimondo Vianello molto più adatto fisicamente. Fu il produttore Mario Cecchi Gori ad imporglielo, in quanto molto popolare poiché reduce dai successi dei due film di Sergio Leone.

Volontè all’esordio con Elio Petri e Leonardo Sciascia in “A ciascuno il suo” (1967)

Un capitolo a parte merita l’incontro tra Volontè e lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia. Diverse opere dello scrittore siculo, morto nel 1989, vennero trasposte sul grande schermo dall’attore attraverso l’appassionata regia basata sull’impegno sociale di autori come Elio Petri e Francesco Rosi negli anni 60-70. Più avanti negli anni 80, se ne incaricarono registi come Giuseppe Ferrara, Gianni Amelio ed Emidio Greco. Il primo incontro fra i due coincide con la prima esperienza lavorativa di Volontè con Elio Petri. Petri era un regista tutto d’un pezzo, appassionato marxista e cultore del cinema verità. Amante della provocazione e con un forte tratto paranoico, Petri poteva essere certamente il regista giusto per un attore come Volontè, che aveva in larga parte le stesse caratteristiche, anche se molto più accentuate. Nel 1967 esce “A ciascuno il suo”. Accanto a Volontè recitano Irene Papas, Gabriele Ferzetti e il grande Salvo Randone. Quest’ultimo, è un vecchio pallino di Petri, che lo vuole in quasi tutti i suoi lavori. Il film vincerà il premio come migliore sceneggiatura a Cannes. Volontè ottiene il premio come migliore attore protagonista ai nastri d’Argento nel 1968. Saranno in molti a lodare il film, soprattutto per le caratteristiche descrittive e narrative di Petri; la sua tecnica cinematografica è costituita da zoom continui e carrellate vibranti.

È in questo modo che il regista e il suo attore portano sullo schermo la Sicilia del malaffare, dei silenzi, del non detto. A supporto del duo artistico c’è anche il grande sceneggiatore Ugo Pirro. Celebri rimarranno le scazzottate tra Pirro, Volontè e Petri, delle vere e proprie risse per una parola troppo poco marxista o troppo borghese in sceneggiatura. Nei diversi film girati insieme, soprattutto quelli più a sfondo politico come “La classe operaia va in paradiso” o “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, le accuse reciproche di tradimento del marxismo saranno frequenti, così come gli abbandoni del set da parte di Volontè. Ora la strada è segnata. Il grande attore reciterà quattro film con Elio Petri, sempre ricercando la perfezione nell’interpretazione del personaggio.

Volontè con Salvo Randone in un collage di scene tratte da “La classe operaia va in paradiso” (1971)

Nel 1968 gira “Banditi a Milano” per la regia di Carlo Lizzani. La parte del bandito Pietro Cavallero, figura romantica e provocatrice che ha seminato il panico l’anno prima nel capoluogo milanese, è preparata dall’attore a seguito di un vero e proprio interrogatorio alla polizia. Voleva sapere tutto: le abitudini di vita di un poliziotto, le sensazioni, gli odori, i dettagli apparentemente più insignificanti, tutto questo per rendere al massimo la figura del rapinatore. È di quegli anni la nascita del Sindacato Attori, voluto da Volontè per ottenere diritti fino ad allora negati in quel mondo. La presa diretta, il rifiuto del doppiaggio, i diritti di replica per i film in TV, la giusta applicazione della Legge Andreotti del 1947, che obbligava le distribuzioni straniere a reinvestire una parte degli incassi nel cinema italiano. Un netto no venne avanzato anche verso la recitazione degli attori italiani in lingua inglese. Cose che oggi verrebbero considerate impensabili e infattibili.

Arriviamo al 1970 e ad “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. È forse questo l’opera simbolo del lavoro di Volontè. Aveva appena avuto luogo la strage di piazza Fontana, il commissario Luigi Calabresi è accusato della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della questura di Milano. Il protagonista, un commissario che passa dalla squadra omicidi a quella politica, è chiaramente un riferimento a Calabresi. Il film ottiene l’Oscar come miglior film straniero, ma in Italia fatica ad uscire nelle sale. Troppi riferimenti politici, troppe allusioni a Calabresi, tutti scontenti. Come i socialisti, indispettiti per la famosa battuta del commissario:

“…Io per esempio, voto socialista!

Significativa e tristemente profetica l’affermazione dell’attore durante le riprese:

Questi rivoluzionari saranno la classe dirigente di domani

Volontè arrestato dalla celere durante una manifestazione a favore dei lavoratori della Coca Cola negli anni 70

Col senno di poi, aveva ragione. Negli anni 70 la carriera di Volontè prosegue seguendo la strada intrapresa alla fine del decennio precedente. Tra gli autori con cui lavorerà più a stretto contatto c’è Francesco Rosi. Del 1970 è il primo dei cinque film che gireranno insieme: “Uomini contro” è tratto da “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu, un libro sull’atrocità del primo conflitto mondiale, un atto di accusa verso i comandi italiani ritenuti responsabili di queste atrocità alla pari del cosiddetto “nemico”. Nel 1972 Volontè interpreta “Il Caso Mattei”, film sul presunto assassinio del capo dell’ENI avvenuto dieci anni prima. Per interpretare Mattei, Volontè si circonda di poster del petroliere per un mese di fila, facendone uscire un ritratto perfetto e veritiero, nella mimica come nelle movenze. Era la prima – e anche l’ultima volta – che nel cinema italiano si sarebbe parlato esplicitamente di petrolio.

Nel 1971 Volontè è Bartolomeo Vanzetti nel “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo. La difesa finale dell’anarchico piemontese condannato alla sedia elettrica commuove a tal punto, che le guardie carcerarie – due generici romani – cominciano a piangere costringendo il regista a rigirare la scena. Quello stesso anno Petri, Volontè e Ugo Pirro girano “La classe operaia va in paradiso, uno dei pochissimi film operaisti, girato per buona parte in una fabbrica vera. Questo autentico romanzo di formazione si focalizza sulla presa di coscienza dell’operaio Lulù Massa, interpretato magistralmente da un Volontè che inventa le famose “passeggiate operaie” fuori dai cancelli. Anche durante la lavorazione di questo film non mancarono le tensioni, con l’attore e il regista che arrivano più volte alle mani per questo o quel particolare politico da inserire o togliere dalla sceneggiatura. La classe operaia, come si vede nel film, all’inizio degli anni settanta stava già tristemente disgregandosi.

Volontè con Mastroianni in “Todo Modo”, regia di Elio Petri (1976). Per molti, il personaggio di Volontè era un chiaro riferimento ad Aldo Moro

Se si esclude il film rivoluzionario “Actas de Marusia”, una produzione cubana girata come atto di accusa verso il regime di Augusto Pinochet – si noti come Volontè andò più volte a rendere omaggio a Fidel Castro –  e il bellissimo “Giordano Bruno”, di Giuliano Montaldo, Volontè non girò praticamente nulla fino al 1976. Ancora con Petri e di nuovo riscrivendo Sciascia. “Todo Modo” è un atto di accusa verso gli intrighi e i giochi politici di una DC in crisi di potere ma soprattutto di valori. Volontè era talmente uguale ad Aldo Moro che i primi tre giorni di pellicola vennero buttati. L’opera è drammaticamente premonitrice di ciò che avverrà al segretario della DC solo due anni dopo.

Nel 1977 Volontè torna al noir con “Io ho paura” per la regia di Damiano Damiani. Il tema questa volta sono i servizi segreti deviati. Erano gli anni delle trame nere, delle brigate rosse e delle stragi di Stato. Oreste Scalzone, leader di Autonomia Operaia condannato a 15 anni di carcere per terrorismo, verrà aiutato da Volontè a riparare in Francia. Lo imbarcherà clandestinamente sulla sua goletta per portarlo dalla Sardegna alla Corsica. Quando non recitava,infatti, Volontè viveva praticamente per navigare. Nel 1979 esce il quarto film girato con Rosi: “Cristo si è fermato ad Eboli”, tratto dal libro di Carlo Levi durante il confino in epoca fascista. Accanto a Volontè recita Lea Massari. Lo stesso anno, Gillo Pontecorvo lo vuole per girare “Ogro”, sull’attentato che uccise pochi anni prima in Spagna Carrero Blanco, il vice di Francisco Franco.

Volontè con Gianni Amelio in “Porte Aperte” (1990)

Nel 1980 la figlia di Volontè, Giovanna, apprende dalla TV che suo padre è gravemente malato e dovrà sottoporsi ad un intervento. L’operazione riesce, il tumore viene asportato ma Volontè vivrà il resto della sua vita senza un polmone. I registi che lo chiamano sono sempre meno. Nel 1983 pur di lavorare accetta di recitare in un film svizzero come protagonista, “La morte di Mario Ricci”. Una nuova prova d’autore arriva tuttavia nel 1986, quando Giuseppe Ferrara gli propone di vestire nuovamente i panni di Aldo Moro per raccontare – a distanza di otto anni – i famosi 55 giorni. La tragedia di Moro viene riproposta con la solita potenza da parte dell’attore, che per immedesimarsi – o meglio, per “essere” Aldo Moro –, si circonda di gigantografie del leader della DC in un monolocale per un mese di fila, similarmente a come fece per l’interpretazione di Enrico Mattei.

Dell’anno seguente è l’ultimo film con il fedele Rosi, “Cronaca di una morte annunciata”, tratto da Gabriel Garcia Marquez e girato in Colombia. Del 1987 è anche il bellissimo “Un ragazzo di Calabria”. Accanto a Volontè recita un rinato Diego Abatantuono. È l’ultima esperienza prima di ritornare con Sciascia, nel 1990 con “Porte Aperte” di Gianni Amelio e l’anno seguente “Una storia semplice” di Emidio Greco. A proposito del primo film, Ennio Fantastichini raccontò tempo dopo che in quanto imputato di omicidio, Volontè, che interpretava il giudice, per tutta la durata delle riprese si rifiutò di rivolgergli la parola. Tutto ciò era mirato a rafforzare il “cattivo rapporto” tra i due e avere una resa attoriale perfetta. Si scoprì tempo dopo che questo espediente migliorò inconsciamente anche l’interpretazione di Fantastichini stesso.

Volontè nei suoi ultimi anni

Molti ricordano il rammarico dell’abbandono di Volontè dal film “Lamerica” di Gianni Amelio. L’attore avrebbe dovuto interpretare un vecchio soldato ormai divenuto pazzo, rimasto in Albania dopo la seconda guerra mondiale. Sarebbe stata l’ennesima grande interpretazione ma ne nacquero dissapori non risolvibili, poiché in fase di sceneggiatura la parte di Volontè diventava sempre più piccola a scapito di quella di Enrico Lo Verso.

La morte di Gian Maria Volontè avvenne il 5 dicembre 1994 a Florina, in Grecia. L’attore stava girando “Lo sguardo di Ulisse” per la regia di Theo Anghelopulous. Interpretava la bellissima parte del direttore della cineteca di Sarajevo assediata durante la guerra nella ex Jugoslavia, nell’atto di salvare disperatamente i suoi film dai bombardamenti. Esistono ancora dei commoventi girati di quelle prime scene, in cui Volontè recita accanto ad Harvey Keitel. Non fece in tempo a completare questo ennesimo capolavoro, perché morì nella sua stanza d’albergo dopo che il giorno prima era stato visto cantareBandiera Rossacon le maestranze.