A Licia.  Il prolungamento nelleterno era simile allalone di un astro, prodotto dallo splendore della sua umanità. G. D’Annunzio

Un nome è un destino, dicevano i nostri padri; ma talora accade che sia un destino a reclamare il proprio nome. E fu destino a voler Francesco Paolo adottato da Antonio D’Annunzio, e a sussurrare all’orecchio cattolico di Luisa de Benedictis il nome dell’angelo, appunto, dell’Annunzio a Maria, perché nascesse il nome di Gabriele D’Annunzio; un nome senario, metro della poesia classica e delle marce militari, scelto a designare l’angelo annunciatore di un Verbo nuovo: il “verbo di Zarathustra” (così ne “Il trionfo della morte”), messaggio profetico e creativo, plasmato da una sensibilità estetizzante, costantemente declinato in azione personale, letteraria e politica; kèrygma dell’“uomo nuovo”, testimonianza di una Vita quale “opera d’arte”, orientata cioè alla bellezza ed edificata nella libertà.

Così bellezza ed emancipazione delinearono, nella buia notte della crisi politica italiana di fine ‘800 e inizio ‘900, l’Orsa Maggiore dell’azione civile di D’Annunzio, unificando e rendendo coerente un percorso politico eterogeneo, talora velleitario, tuttavia mai trasformistico (“io farò parte di me stesso!”). Bellezza fu il tema principale della campagna elettorale preparatoria alla sua poco significativa esperienza parlamentare nelle file della Destra moderata (il Visconte de Vogue lo definì le deputè de la Beautè), come è eternato nel famoso “discorso della siepe” (1897); una siepe che egli non ebbe remore a saltare, recandosi con sveltezza di capriolo presso i banchi della Sinistra parlamentare al grido di “vado verso la Vita!”, in fuga dal “cimitero spirituale” della maggioranza. “Io sono al di là della destra e della sinistra” aveva detto al giornalista Luigi Lodi, “come sono al di là del bene e del male. Tu sai che sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui vecchi banchi di Montecitorio. Io sono un uomo della vita e non delle formule”.

E la Vita, “opera di bellezza, di forza e di libertà”, il politico D’Annunzio la intravide man mano nelle più diverse esperienze politiche (fu aristocratico, socialista interventista, sindacalista, nazionalista, “dannunziano”, fascista e infine “afascista”), cui aderì più con lo spirito e l’azione, eroica e plastica, che con l’ideologia; ma un solo luogo rappresentò per lui “la città di Vita”: Fiume. Qui prese forma la Reggenza Italiana del Carnaro, espressione endecasillaba (perché “il ritmo ha sempre ragione!”) indicante la breve esperienza di governo del Comandante nella città, occupata dal settembre 1919 in reazione alla Conferenza di Parigi. Laboratorio politico e vero e proprio microcosmo spirituale, l’esperienza fiumana produsse risultati interessantissimi sia sul versante costituzionale interno (con la Carta del Carnaro) sia sul versante internazionale (con la c.d. “Lega di Fiume”).

La Carta del Carnaro, testo costituzionale della Reggenza che D’Annunzio redasse in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris, rappresentò l’esito più significativo e avanzato delle riflessioni giuridiche dell’epoca, innestate alla peculiare tradizione di autonomia della città quarnarina (“Con tale Costituzione potremo riunire in un cerchio di luce le libertà comunali colle ultime forme che oggi muovono il mondo!”). Nato da una profonda volontà di rinnovamento sociale, “contro gli interessi di una banda di capitalisti internazionali”, e dall’insoddisfazione per il sistema delle libertà formali, il testo si sforzò di realizzare un’autentica democrazia economica attraverso la previsione di estesi diritti sociali, arrivando addirittura a garantire diritti di c.d. “terza generazione” come il decoro pubblico e la salubrità dell’ambiente. Chiave di volta del sistema era rappresentata dal Lavoro, sintesi definitiva di libertà e bellezza (“il lavoro ben eseguito tende alla bellezza ed orna il mondo”), mirabilmente rappresentato in quella X Corporazione, che appare mistica espressione del Lavoro nella sua valenza vocazionale, quasi religiosa. E se l’intento dichiarato fu non tanto quello di annettere Fiume all’Italia, bensì “l’Italia a Fiume”, non possiamo non riconoscere quanto di tali riflessioni siano debitrici le successive esperienze di governo del nostro Paese fino alla Costituzione repubblicana. Ancora oggi la lampada ardente della Decima Corporazione, pur nel suo alone iridescente di idealità, può illuminare il dibatto pubblico sul lavoro, evidenziando l’intrinseca perversione di uno Stato che frustra ogni passione e vocazione, in nome della mobilità e dell’accontentarsi.

Sul piano internazionale venne teorizzata dal Comandante e dai suoi collaboratori la c.d. “Lega di Fiume”, sorta di “internazionale dannunziana” in aperta contrapposizione alla Società delle Nazioni, allo scopo di universalizzare la dottrina fiumana nei Paesi oppressi (questa volta, potremmo dire noi, per “annettere il mondo a Fiume”); La Lega, di ispirazione antimperialista, anticoloniale e antiamericana, intrattenne perduranti rapporti diplomatici con la Russia bolscevica (unico Stato che riconobbe la Reggenza), nonché intessé strette trame internazionali con Irlanda, Ungheria (“rossa”) ed Egitto alla luce dell’aspirazione comune all’indipendenza e “per vendicare l’umanità intera, oppressa dalla plutocrazia avida dei tiranni di Versailles”.  Questo coraggioso progetto può dire molto a chi abbia oggi a cuore l’esistenza di un mondo multipolare, nonché il principio di autodeterminazione dei popoli.

Gabriele D’Annunzio è colui che forse ha incarnato meglio l’italianità nella totalità dei suoi aspetti, anche contraddittori: genio, creatività, intuizione estetica, virilità, ma anche ripiegamento intimistico e religioso.  Noi che, come Enea, seguiamo in balia delle onde lItalia fuggente (Eneide V, 630), dal suo esempio possiamo recuperare la fede nella grandezza di un’Italia, che lui stesso battezzò la sempre Rinascente.