«Vuoto di senso crolla l’Occidente: soffocherà per ingordigia e assurda sete di potere e dall’Oriente orde di fanatici». Franco Battiato, Zai Saman

Il declino della cultura è avviato da tempo, il suo imbrunire incombe lento e atroce. Ogni sfera intellettiva subisce passivamente la destituzione delle fondamenta cognitive. Le biblioteche divengono stazioni di transito per appagare gli oziosi desideri di incalliti perdigiorno. I testi fungono da suppellettili, schermano gli scaffali dalla polvere e fagocitano l’elevata valenza letteraria, filosofica, teoretica, eludendo che si annulli inesorabile. I dibatti smarriscono l’indefessa dialettica pregna di contenuti e di spirito esplicativo, peregrinando nei meandri di un’inconcludente manovra di ambiguità. Le piazze deteriorano il principio ellenico dell’ecclesia e dell’agorà e si deflazionano in arzigogolati catini di azzeccagarbugli e cialtroni. Sorte similare spetta alle branche della conoscenza: quelle che influiscono sulle grandi masse, perché maggiormente fruibili e facilmente reperibili, nonché alla portata di chiunque.

Cinema e musica su tutte. Scempio assoluto anche in queste direzioni. Non tanto per la portata tesisitica – talvolta, persino accettabile, quanto per la destabilizzante capacità di allinearsi al pensiero unico egemone, imperante, finanche dispotico. In epoca contemporanea, non una pellicola che costituisca una riflessione, neppure un brano che incentivi ad ipotizzare alternative alla destrutturazione minuziosa del raziocinio. D’altronde, non sono interessi collimanti con il sistema, che pretende ben altro dai suo accoliti. La sublimazione del gregge belante è sottile e diabolica, flebile e spregevole. Le finalità sono talmente manifeste da apparire complottisti: devozione timorata al dogma del quattrino, rinnegamento del trascendente a vantaggio del secolare, propaganda occulta a frange elitarie del potere dominante, addirittura ipersessualizzazione. Lo scopo è scalcinare, non edificare. Declinare la sostanza ed anteporre la forma, sfarzosa e laida. Rigettare la tradizione e pontificare l’effimero.

In uno scenario di desolazione antropologica e di complessivo decadimento culturale, la rassegnazione si propone come indecorosa resa all’assolutizzazione dell’effimero, alla cristallizzazione edonistica dell’inutile, alla reificazione degli ideali istruttivi, parafrasando György Lukács. L’abissale profondità della frivolezza umana, quale opzione ad un superficiale divenire biologico, incorniciato dall’ottuso conformismo padre padrone. L’oblio, oppure un residuale barlume di speranza: ancorarsi ad uno spiraglio di forma mentis non allineata e di modus operandi singolare, estraneo alla monotonia odierna ed ascetico alle dinamiche della società. Perché si emerga dal pantano non asciutti, ma quantomeno umidi. La radice della redenzione è un compendio incarnatosi nelle fattezze di un siculo, introspettivo e versatile, sedimentato nelle sfaccettature di uno stormo di uccelli, di un’Eucaristia pasquale, di un Mantra induista, di un’estate trascorsa meditatamente su un eremitico litorale. Franco Battiato: appunto. Il Maestro travalica il confine tra l’imponderabile scoramento per un apparentemente inarrestabile degrado politico-culturale e la necessità fisiologica di recuperare un’ereditarietà sempre più depistata dalle illogiche dell’ortodosso appiattimento contemporaneo. La sua provata vena artistica non è collocabile in un genere predefinito, non va invalidata dalla frenetica urgenza di essere bollata. Si pone al di sopra del tempo, dei contesti, delle mode, del mercantilismo disinibito. Non è né di destra, né di sinistra: è “in alto”. Non aizza tendenziosità, però richiama alla coscienziosità. Non fomenta la nostalgia, bensì avvalora il culto del passato. Non pretende lodi o tributi giubilanti avversi all’uniformazione moderna, ma allontana la propaganda dell’inservibile assurto a veridicità.

La carriera di Battiato è un’agiografia, più che un excursus professionale. La sua iniziazione è concepita da un’intuizione di Giorgio Gaber agli inizi del 1960, che ebbe il merito di apprezzare da subito le virgulte doti canore di un figlio della Trinacria e di collaudarle in ottica romantica. Il lustro, prodotto da versi melliflui e da strofe sviolinate, accompagna il compositore ad una parentesi che maturerà il suo ingegno per buona parte del 1970 e lo tormenterà con una crisi escatologica, la quale sarà volano della sua svolta. Si cimenta nell’ecosistema sperimentale d’avanguardia e coglie che la causa debba propendere verso un rivoluzionario metodo di osservazione: solleticare il senno tramite tracce concettualmente stimolanti, funzionali alla sviluppo della criticità. Ergo, dal 1980 in avanti Battiato approda ad una musicalità induttiva, impegnata, colta, strabordante di pregevole denuncia e di proverbiale fattura, di spiritualismo e di tribalismo, di rivisitazione arcaica e di anti-occidentalismo bieco ed avulso. Un incontro concederà manforte al suo processo di acculturamento della stoltezza: Manlio Sgalambro – siracusano e pensatore d’eccezione in un Mondo zeppo di titolarità e vacuo di argomenti, spalanca al Maestro un universo a lui coincidente. Battiato, nella metà degli anni ’90, si accorge che la sua riluttanza all’anestetizzate presente sia condivisa: egli diviene, dunque, un anfitrione di un disagio diffuso ed esprime il dissenso metricamente, sotto la chioccia dell’erudito conterraneo.

Il firmamento delle sue fatiche artistiche è costellato da opere imperiture e permanenti. Dall’indicazione delle embrionali storture della civiltà con Il re del mondo e Strani giorni, alla volontà di non restare inerti a poltrire negligentemente sulla inefficienza dei nostri governanti con Povera Patria e Inneres Auge. Dalla celebrazione della liturgia del sentimento emotivo, disinteressato, eccelso, orbitale, in qualsiasi forma si palesi, con La Cura e Tutto l’Universo obbedisce all’amore, alla trasposizione metafisica dell’ordinarietà, appestata di relativismo, con Venezia-Istanbul e Passaggi a livello. Dall’innocenza di un’infatuazione intenzionalmente accolta, che oltrepassi i confini dell’appagamento venale e si riverberi in una coltre mistica, con E ti vengo a cercare e Il mito dell’amore, al raccoglimento per l’accettazione dell’incontrovertibile immanenza e per un’organica consapevolezza della sensazionale inconoscibilità con La porta dello spavento supremo e La polvere del branco.

Il profilo di Franco Battiato brulica di bagliore, esondando nell’immenso contributo offerto dal cantautore in ambito dottrinale ed esoterico. La sua vita è un’immensa e sostanziale rappresentazione di poliedricità sopraffine e di caratura indecifrabile. Un’elegia all’eclettico, oltre le epopee di carattere musicale e non. Il ritratto di un alfiere dell’anti-convenzionalità formativa al servizio della conoscenza peculiare. L’anamnesi di un anacoreta, raccolto nella contemplazione silenziosa del suo essere e lontano dalla fatua e soggiogante quotidianità. Un “alieno” umanizzato ed attorniato da bifolchi colletti bianchi incipriati ed incravattati, trasudanti olezzo di plastificata borghesia. Una personalità di esperto e sublime lignaggio, impalcatasi sugli scritti di Georges Ivanovič Gurdjieff e sul profetare del Dalai Lama Tenzin Gyatso. Semplicemente, l’estremo baluardo, autoescluso dagli schemi, capace di permeare, contro il politicamente corretto, nell’ipocrita cognizione del buonismo e di dissuadere dalla vile fanfara le menti predisposte a rinnegare i posticci valori attuali per catapultarsi nell’immortalità del sapere. «Sono per l’essere umano e per gli esseri umani. Che mi piacciono».