Fernando Schiavetti nacque a Roma il 24 agosto 1892. Figlio di un questore, egli visse una giovinezza sobria ma agiata. Agli inizi del nuovo secolo la sua famiglia si trasferì in Toscana, a Livorno, città dal repentino sviluppo industriale e nella quale si stava formando una classe operaia combattiva e tenace. Nel 1910 Schiavetti vinse il concorso di ammissione alla prestigiosa Scuola Normale di Pisa, nella sezione di lettere e filosofia. La vita del giovane subì una svolta definitiva. Schiavetti, attento ai movimenti culturali e politici del primo decennio del Novecento, divenne un assiduo lettore de L’Unità (1911-1920), la rivista nata dall’iniziativa di Gaetano Salvemini, suo professore universitario nella cui orbita egli fu attratto irresistibilmente. La lettura della fatica salveminiana Il pensiero religioso, politico e sociale di Giuseppe Mazzini, pubblicata nel 1905, assunse un’importanza decisiva nell’avvicinamento di Schiavetti agli ideali e alla fede repubblicana: fra il 1910 e il 1911 egli si iscrisse al PRI. Affascinato dal nazionalismo, in quest’epoca Schiavetti lesse con passione le opere di Gabriele D’Annunzio e parallelamente si imbevette di sindacalismo rivoluzionario, scoprendo la traduzione italiana delle Riflessioni sulla violenza di Georges Sorel, edita nel 1909 con la prefazione di Benedetto Croce.

In quei mesi inoltre, egli strinse amicizia con Paolo Orano, organizzando per lui a Pisa nel 1911 una conferenza sul sindacalismo. Il rifiuto del riformismo e del parlamentarismo da parte dei giovani repubblicani intransigenti e spregiudicati, era condiviso da Schiavetti, acceso da un sostanziale e deciso antidemocraticismo di fondo. Il giovane, lettore entusiasta dei diciotto volumi editi degli scritti di Giuseppe Mazzini, manifestò altresì una forte sensibilità verso l’idealismo crociano; a ragione Antonio Gramsci, nei suoi Quaderni del carcere attribuì a Benedetto Croce il ruolo di inconsapevole, nonché maggiore ispiratore di ogni movimento politico giovanile contestatore dell’ordine politico, sociale e morale almeno “dal 1900 al 1914 e anche dopo”. Proprio all’inizio degli anni dieci del Novecento, il PRI stava vivendo una crisi esistenziale ed organizzativa profonda e molti repubblicani proposero un rinnovamento ab imis fundamentis del partito, che per la minoranza intransigente facente capo ai giovani Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini, diventò un imperativo politico e si radicalizzò nella direzione di un drastico ricambio generazionale ed ideale.

Ritratto di Giuseppe Mazzini, padre del repubblicanesimo risorgimentale, ad opera di Emilie Ashurst Venturi e conservata presso la casa del patriota a Genova

Ma la guerra di Libia intervenne a sparigliare le carte e a lacerare la fragile tela del PRI: all’interno del gruppo parlamentare, Salvatore Barzilai e Roberto Mirabelli, pronunciandosi a favore dell’impresa, scatenarono l’anima proletaria del partito incarnata da Pietro Nenni e Fernando Schiavetti. Entrambi i fronti, neutralisti ed interventisti, si appellarono al Profeta d’Italia che da quasi quarant’anni riposava a Staglieno per suffragare le proprie tesi. Nello scontro congressuale di Ancona, l’undicesima assise del partito svoltasi tra il 18 e il 20 maggio 1912, trionfò l’ala intransigente: Giovanni Conti divenne membro della Commissione Esecutiva mentre Oliviero Zuccarini fu eletto segretario del PRI, nominato dalla Commissione stessa a Firenze il 15 luglio 1912. Ben decisi a modificare il partito, i due giovani si dedicarono quindi a definire gli obiettivi da raggiungere: costituire un apparato dirigente forte, pubblicare un organo di stampa che consentisse una comunicazione efficace tra centro e periferia, infine creare, mettendo l’accento sulla propaganda, le condizioni necessarie perché si formasse una nuova avanguardia repubblicana. Schiavetti si prodigò affinché la sua corrente riuscisse a realizzare i suoi ambiziosi intenti: egli diventò giornalista attivo del nuovo organo di stampa repubblicano L’Iniziativa, fondato nel dicembre 1912, pubblicandovi molti articoli.Ma pur profondendo il suo attivo ed indefesso impegno, Schiavetti faceva comunque parte di quella generazione che, confusa nel disincanto e nello smarrimento, non trovava più nelle istituzioni e nelle organizzazioni ufficiali del movimento operaio le sedi in cui esprimere le proprie aspirazioni palingenetiche ed i propri sogni rivoluzionari. Il PRI sembrò a Schiavetti poter dare, tutto sommato e nonostante tutto, una risposta alla crisi morale e culturale che avviluppava il Paese e l’Europa alla vigilia della Grande Guerra. Il rigorismo morale repubblicano, in grado di suscitare un tipo nuovo di azione collettiva alternativa al materialismo e al determinismo economico di matrice marxista, abbisognava, secondo le riflessioni di Schiavetti, di alcuni contributi nuovi: ispirandosi al pragmatismo di William James, l’eminente filosofo e psicologo morto nel 1910, il giovane sviluppò ed esaltò nei suoi interventi il concetto di esperienza; contro il dogmatismo e contro l’impoverimento del pensiero che esso comporta, egli sostenne la necessità assoluta dell’acquisizione dei fatti e della loro verifica. L’esperienza diventava in Schiavetti l’unico metro credibile su cui può e deve riposare l’azione collettiva.

Ritratto del 1903 di William James, ad opera di Sarah Wyman Whitman e oggi conservato nella collezione di ritratti dell’Università di Harvard

Inoltre, per ovviare alla perdita dei riferimenti e dei miti dal sapore ottocentesco, Schiavetti, in linea con il risveglio spiritualistico e neoidealistico del pensiero europeo al quale aveva preso parte, intese mediante la propria concezione del repubblicanesimo fondare una religione civile e civica, che ritenne la tappa basilare e necessaria onde operare il cambiamento qualitativo della società esistente. Da questa presa di posizione derivò la sua lotta contro l’anticlericalismo sterile e fanatico e per questa via Schiavetti si contrappose a quello che era il senso comune della sinistra in quella stagione, in generale e in particolare del suo partito. Il suo rispetto per la religione, intesa nelle sue varie manifestazioni e considerata quale fatto sociale sedimentatosi lentamente e profondamente nelle anime dei popoli, lo pose ancora una volta in sintonia con William James: il pensiero del repubblicano italiano può essere compendiato nell’aforisma del filosofo americano:

“Bisogna edificarsi un cielo sopra di sé”

Pochi giorni dopo la Settimana Rossa del 7-14 giugno 1914, scoppiò il conflitto in Europa. Il vecchio repubblicano Arcangelo Ghisleri, fin dai primi giorni, lanciò la parola d’ordine:

“O sui campi di Borgogna per la sorella latina, o a Trento e Trieste”

Anche Schiavetti si schierò per l’intervento. A fine settembre il PRI decise di costituire a Nizza una legione italiana pronta a combattere con gli slavi e per la liberazione di Trento e Trieste: il gruppo nizzardo prese il nome di “Compagnia Giuseppe Mazzini”. Schiavetti e il suo amico Raffaele Ciampini partirono per la Francia per partecipare all’impresa sotto tale egida e trascorsero due settimane in terra transalpina. Schiavetti in un testo destinato al pubblico francese, così descrisse i suoi commilitoni:

“Questa compagnia è formata da giovani volontari arrivati da tutte le regioni d’Italia. In maggioranza professionisti distinti, studenti, professori, operai, essi costituiscono l’élite del proletariato rivoluzionario italiano”

La “Compagnia Giuseppe Mazzini” in una fotografia scattata a Nizza il 15 ottobre 1914. L’iniziativa repubblicana generosa e disinteressata di formare una compagnia di volontari non ebbe successo; maggior fortuna spettò a Peppino Garibaldi e alla sua Legione Garibaldina. Fernando Schiavetti è il primo in alto da sinistra, seguito da Bruno Ferrari, Pietro Vetisdello, Raffaele Ciampini, Massimo Widmer. In basso, sempre da sinistra a destra, si scorgono Fortunato Garzelli, Mario Bergamo, Bruno Cappagli, Bruno Ferrini e De Martini

Quando la direzione del PRI annunciò di non aver potuto concludere accordi col governo francese, alla Compagnia Mazzini non restarono che due alternative, allearsi a Peppino Garibaldi, combattendo sotto bandiera francese nella Legione straniera, oppure rientrare in Italia; Schiavetti scelse la seconda, insieme alla metà dei repubblicani giunti a Nizza. Il bruciante smacco della spedizione provocò una lunga catena di accuse e di recriminazioni all’interno del Partito Repubblicano; le numerose contraddizioni che lo tormentavano deflagrarono. Il dibattito interno repubblicano, al di là delle varie posizioni emerse, si polarizzò e si esemplificò fondamentalmente intorno a due formule politiche distinte, affermate a suo tempo, rispettivamente, da Giuseppe Mazzini e da Carlo Cattaneo: in un caso “Prima italiani, poi repubblicani”, nell’altro “Prima repubblicani, poi italiani”. Schiavetti optò decisamente per la tesi cattaneana. Nell’ottobre 1914 i sindacalisti interventisti promossero la nascita dei Fasci rivoluzionari d’azione internazionalista, che in novembre diventarono i Fasci d’azione rivoluzionaria; il PRI, spinto dalla base in maggioranza interventista, decise di parteciparvi.  Il Popolo d’Italia, appena fondato, fece appello alla “tregua di classe” nei confronti della monarchia; Schiavetti dal canto suo affermò che:

“senza un processo rivoluzionario precedente e concomitante”

I repubblicani non avrebbero dovuto calcare i campi di battaglia. Le affermazioni di Schiavetti vennero liquidate come sottili ed assurdi distinguo dal grosso dell’interventismo rivoluzionario e vennero spazzate via, per lasciare il posto alle esigenze primarie del movimento: la guerra e la rivoluzione. Per la prima volta il giovane repubblicano rimase solo con la sua intransigenza dottrinaria. Alla fine di novembre frattanto egli venne nominato professore delle Scuole tecniche di Todi. Sfruttando l’opportunità avuta, Schiavetti lasciò temporaneamente il PRI, cessò la sua collaborazione a L’Iniziativa e si allontanò di fatto dagli strepiti neutralisti o interventisti, accusando la maggioranza dei repubblicani di soffrire di “salandrinite acuta”. Schiavetti, nonostante le sue puntualizzazioni caustiche, si mantenne sempre a favore dell’intervento contro gli Imperi Centrali. Dopo le Radiose Giornate del maggio 1915 e il conseguente intervento italiano, Schiavetti non resistette al richiamo della Patria: egli si impegnò a spingere i militanti repubblicani ad arruolarsi volontari e stilò a tal proposito numerosi volantini e manifesti. Con l’amico Frediano Francesconi egli si arruolò nel “Quinto Reggimentodegli Alpini. In guerra il giovane si batté da eroe e scalò in breve la gerarchia per i grandi meriti acquisiti sul campo: da soldato semplice venne promosso sottotenente mitragliere nel “battaglione Spluga”, dal dicembre 1917 diviene tenente nel “battaglione Vestone” ed insieme al capitano interventista Arturo Reina:

“un comandante di battaglione fratello di idee e di energia”

Legionari cecoslovacchi con la divisa degli Alpini. Il 21 aprile 1918 il Presidente del Consiglio del Regno d’Italia Vittorio Emanuele Orlando concluse una “Convenzione fra il Governo italiano e il Consiglio Nazionale dei Paesi Cecoslovacchi” per la formazione di una Legione Cecoslovacca: i soldati della Legione furono riconosciuti di diritto quale corpo militare dello Stato Cecoslovacco e furono inquadrati nell’esercito regio in divisioni comandate da un generale italiano. La Legione si distinse nell’estate del 1918 nelle battaglie di Fossalta di Piave e di Dosso Alto sulle pendici del Monte Altissimo di Nago in Trentino. Era composta da sei reggimenti ripartiti in due divisioni, 6° e 7°. Fernando Schiavetti venne inviato nelle retrovie per svolgere le funzioni di aiutante maggiore in una delle due divisioni

Secondo le parole stesse del repubblicano, promosse senza risparmiarsi una campagna di propaganda interventista tra i soldati. In Val Brenta egli tenne una serie di conversazioni-conferenze alla sua truppa; valorizzando sempre più il ruolo dell’avanguardia rivoluzionaria, mostrò la via del dovere e il cammino verso la vittoria ai combattenti italiani. Nell’aprile 1918 circa 14.000 disertori e prigionieri dell’esercito austro-ungarico detenuti in territorio italiano, decisero di organizzarsi in una “Legione Cecoslovacca” e Schiavetti venne inviato nelle retrovie per svolgere le funzioni di aiutante maggiore in una delle due divisioni nella quale essa si era articolata. Il 20 luglio 1918, si sposò in forma civile con Giulia Bondanini e finalmente arrivò il giorno dell’armistizio di Villa Giusti a sancire il successo italiano che in una lettera a sua moglie, del 7 novembre 1918, Schiavetti così dipinse:

“È stata una vittoria assoluta, preparata e voluta con forza romana e con italiana finezza. Quel che sembra caso è stata volontà; quel che sembra amore sconfinato del rischio è praticità dell’intelletto che vede lontano. Come italiano e come soldato, oggi io mi sento proprio bene”

Schiavetti venne definitivamente congedato nell’agosto 1919. L’esperienza della guerra produsse in lui la percezione di appartenere ad una nuova comunità nazionale, quella dei combattenti, e lo convinse progressivamente dell’esistenza di “due Italie”, quella del fronte e quella delle retrovie; la seconda era da considerare fomite del disfattismo, il male supremo, di cui gli imboscati e i profittatori di guerra rappresentavano le due espressioni precipue:

“Odio il popolo tutto ventre che non sa sopportare il divino dolore della guerra”

Soldati italiani prigionieri vicino Flitsch in Slovenia, dopo la seconda battaglia dell’Isonzo, nell’agosto del 1915

Si spingerà a scrivere alla moglie in una lettera del 23 luglio 1917, dando sfogo a tutto il suo sdegno nei confronti di chi non riusciva anche soltanto ad intuire vagamente la nobiltà della causa a cui egli aveva sacrificato tutto sé stesso, a rischio della vita. A questo punto del suo cammino, pur professandosi ancora repubblicano, giudicò del tutto inadeguata l’organizzazione politica in cui aveva militato nell’anteguerra ed avanzò la proposta alternativa di un “Partito dell’intervento”, discutendone la possibilità e l’opportunità in uno scambio epistolare con l’amico Mario Nesi. I primi sei mesi del 1919 segnarono per Schiavetti un evidente avvicinamento all’area politica che, a partire da Il Popolo d’Italia, darà vita ai Fasci Italiani di Combattimento il 23 marzo. Si trattò di una febbre che colpì un po’ tutti gli ex combattenti e i volontari, futuristi, nazionalisti, repubblicani, dannunziani, socialisti e sindacalisti interventisti, che si riconobbero nella distinzione schiavettiana delle “due Italie”, oppure nella antinomia mussoliniana tra:

“quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati, quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto”

Questo atteggiamento di rivolta e di reazione contro le istituzioni politiche italiane, legato alla valorizzazione della guerra e soprattutto del ruolo dei giovani combattenti, interessò un gran numero di reduci, che Schiavetti, il quale facendone parte, definirà in anni più tardi come:

“dettato da un forte disorientamento politico, ma innegabilmente in buona fede”

Schiavetti redasse nel 1918 il proprio “Testamento spirituale” e lo inviò al quotidiano mussoliniano, punto di riferimento di una irrequieta e indomita generazione. Il suo articolo, intitolato Noi veniamo dalla trincea e uscito il 7 gennaio 1919, segnalò dunque l’inizio di una sua collaborazione brevissima con la cerchia dei socialisti mussoliniani, che culminò nella fondazione da parte del repubblicano romano, del Fascio di combattimento di Todi nel giugno 1919. Il 27 aprile 1919 egli aveva scritto a Mario Nesi:

“Quella che è rimasta salda ed è stata anzi riconfermata è l’idea centrale del pensiero socialista mazziniano, cioè a dire del pensiero socialista più squisitamente italiano: che il passaggio da una civiltà borghese a una civiltà socialista e più specialmente dall’uno all’altro assetto economico possa avvenire soltanto mediante una rivoluzione politica che conduca al potere un governo popolare, il quale continuamente controllato e sospinto dall’azione di classe del proletariato (referendum, diritto di iniziativa, revoca del mandato, eccetera) attui gradatamente, in conformità della progredente educazione collettiva, un regime di giustizia sociale”

Foto della prima metà del Novecento ritraente Giovanni Conti, l’intransigente repubblicano con cui Schiavetti si ritrovò alleato nel 1919

Il metro di giudizio per un’azione politica repubblicana e sociale restava per Schiavetti l’interesse della nazione; egli esplicitava inoltre in queste righe la sua concezione socialista nazionale, nell’auspicio di una sintesi tra nazione e classe. Alla fine di agosto di quello stesso anno nondimeno, Schiavetti ritornò sulle proprie posizioni in merito al PRI, rinunciando a partecipare a un movimento costituito ex novo in base all’esperienza bellica: superata latentazionefascista, egli rientrò nel Partito da cui aveva preso le mosse pur lavorando ad un suo radicale rinnovamento o ancor meglio “ringiovanimento”, affinché esso recuperasse il perduto ruolo politico e sociale preponderante. Prendendo posto nel dicembre 1919 tra le fila degli intransigenti guidati da Giovanni Conti e dai fratelli Guido e Mario Bergamo, egli si ritrovò in una organizzazione spaccata e paralizzata da numerose correnti e si fece portavoce delle istanze più rivoluzionarie e filo-socialiste, impegnandosi alla liquidazione del regime borghese. Nella lotta di fazione imperversante, prevalse la candidatura di Schiavetti alla segreteria del Partito; la sua nomina ad opera della Commissione Esecutiva avvenne nell’aprile 1920. Il nuovo segretario individuò i suoi obiettivi principali nel contrasto all’implacabile declino sia morale che numerico del Partito e nel rafforzamento del carattere rivoluzionario dello stesso.

In questa sua fatica sempre più spesso Schiavetti dovette incrociare le lame proprio con il fascismo trasformato dalla svolta reazionaria del 1920 e sempre più orientato alla strenua difesa dell’ordine costituito “minacciato dal bolscevismo”. Ma il tentativo fu fiacco ed incerto: Schiavetti assurse a bersaglio di aggressioni e di critiche feroci provenienti da ogni angolo del Partito, sia da parte dell’estrema sinistra proletaria di Pietro Nenni, di lì a breve transfuga nel socialismo massimalista, che dall’estrema destra di Carlo Bazzi. Il colpo di grazia alla legittimità e alla credibilità della sua azione, lo subì nel 1922, dopo l’adesione nel febbraio all’Alleanza del Lavoro e soprattutto in seguito al fallimento del cosiddetto “sciopero legalitario” del luglio 1922, che scompaginò l’intera impostazione antifascista impressa da Schiavetti all’organizzazione e che culminò con l’ascesa di Benito Mussolini alla Presidenza del Consiglio. Conscio del proprio insuccesso, Schiavetti si dimise nel dicembre 1922, pur ottenendo nel gennaio dell’anno successivo la nomina a direttore del nuovo organo di stampa del PRI, La Voce Repubblicana. Da questa tribuna, pur nella pulviscolare e quotidiana battaglia politica, Schiavetti ebbe agio di riconsiderare la vicenda dell’interventismo e arrivò a distinguere un:

“interventismo vero, quello nobile e santo che testimoniò la propria fede nelle trincee”

Foto del 1915 di Leonida Bissolati in uniforme militare

Il cui rappresentante più grande, Leonida Bissolati, era stato aggredito nel gennaio 1919 da “un gruppo di energumeni” che gli inibirono di esporre:

“nel famoso discorso alla Scala, il suo pensiero austeramente italiano”

Con questa tesi il repubblicano, invelenito dalla costante battaglia antimussoliniana, riuscì a negare al fascismo ciò che in realtà non gli si poteva togliere, ossia il pieno diritto di cittadinanza nel campo interventista. L’affare Matteotti e l’Aventino, pur nella comune sconfitta antifascista, segnarono il riavvicinamento di Schiavetti e di Pietro Nenni: sui loro rispettivi fogli, La Voce Repubblicana e Il Quarto Stato, entrambi avanzarono la proposta di costituzione di una concentrazione repubblicana e socialista, sviluppando una piattaforma politica che si rivolse alle varie tendenze del socialismo e del repubblicanesimo italiani e ai sardisti di Emilio Lussu. Nel novembre 1926 le manganellate fasciste colpirono Schiavetti in piena Roma; sia il direttore de La Voce Repubblicana che Nenni, abbandonarono l’Italia ed espatriarono in Francia nel dicembre dello stesso anno. Il repubblicano, ben deciso a continuare la lotta al fascismo, partecipò alla riorganizzazione del PRI nelle Gallie dove aveva trovato asilo. Nella primavera 1927 su proposta del socialista unitario Giuseppe Emanuele Modigliani nacque un cartello multipartitico, la Concentrazione d’Azione Antifascista, che raggruppò tra gli altri la LIDU, il PRI, la CGdL in esilio, i due partiti socialisti, il PSI massimalista (intransigente e rivoluzionario) e il PSULI (socialdemocratico e riformista): essa, con sede a Parigi, coordinerà la lotta antifascista fino al 1934, anno del suo scioglimento. Il suo organo di stampa fu La Libertà. Ma Schiavetti, sostenendo con forza l’incapacità delle strutture politiche tradizionali a contrastare il fascismo, vide nella Concentrazione un inutile ripiego. Al congresso tenuto dal PRI a Lione nel 1928, egli affermò:

“La lotta sarà lunga e difficile e per vincerla non si può fare alcun assegnamento sulle vecchie forze di ieri. Bisogna puntare su forze giovani e nuove e animarle verso la nostra direzione”

Fernando Schiavetti (a sinistra) e Carlo Rosselli a Chambéry nel 1932 in occasione del VI Congresso della Lega italiana dei diritti dell’uomo (LIDU). Schiavetti era profondamente avverso alle teorie di Carlo Rosselli enunciate e compendiate nel celebre saggio “Socialismo Liberale” (1930); ciò nondimeno, i due italiani ebbero sempre l’uno per l’altro una profonda ed inalterabile stima e si unirono nella comune battaglia antifascista. Schiavetti, dopo un intenso itinerario politico, decise di confluire nella creatura politica di Rosselli, GL (giugno 1937)

Conseguentemente fra il 1927 e il 1928, egli si attivò per la costruzione di un fronte repubblicano e socialista, progettato come abbiamo visto già prima dell’esilio. Con lui si schierarono alcuni settori del sindacalismo rivoluzionario vicini ad Ettore Cuzzani e ad Adelmo Pedrini, i socialisti di Tolosa legati a Silvio Trentin ma in particolare i suoi compagni di partito Francesco Volterra e Antonio Chiodini. Infine, al secondo congresso del PRI in esilio (29-30 giugno 1929), Schiavetti ribadì le sue concezioni, che si fondarono sulla proposta della parola d’ordine della Repubblica Sociale Italiana. Messi in minoranza, Schiavetti, Volterra, Chiodini e i loro seguaci abbandonarono la sala del congresso dimettendosi dal PRI. Nell’autunno di quell’anno Carlo Rosselli ed Emilio Lussu, fondarono Giustizia e Libertà a Parigi, facendo appello all’abbandono dei metodi di lotta tradizionali e alla creazione di una unità d’azione promossa da forze nuove. Le avances gielliste nei confronti di Schiavetti si sprecarono, ma il rivoluzionario romano non si fece turlupinare dalle apparenti consonanze tra le sue proposte, inequivocabilmente di carattere sociale, e quelle avanzate dal nuovo gruppo; GL, nonostante i suoi roboanti ed inani appelli alla “rivoluzione italiana”, era viziata fin dall’esordio da un fanatismo elitario di marca liberale che esplicherà con maggiore compiutezza più avanti.

Una delle rare foto di Fernando Schiavetti, scattata nel 1946 in qualità di membro dell’Assemblea Costituente

A trentotto anni, dopo un percorso di militanza lungo e tormentato, Schiavetti scelse di restare politicamente solo; ma ciononostante, nella sua vita privata avvenne un fatto nuovo ed importante. Il 28 novembre 1930 egli ricevette un telegramma del compatriota repubblicano Mario Casadei, residente a Zurigo, che gli offrì la direzione della Scuola libera italiana, appena aperta in città; dopo qualche mese di esitazione, nel febbraio 1931 egli decise di trasferirsi nel suo secondo paese d’esilio, la Svizzera, dove resterà fino alla fine dell’aprile 1945. Nel frattempo l’amico Francesco Volterra aveva fondato la rivista Problemi della rivoluzione italiana (1931-1934), allo scopo di reagire alla dispersione dei repubblicani dissidenti e di coordinarne la lotta. Dopo un’adesione iniziale, Schiavetti rinunciò a proseguire la sua collaborazione al giornale per dare battaglia al Congresso del PRI tenutosi a Saint-Louis in Francia il 27-28 maggio 1932, ben deciso ad imporre i propri obiettivi di lotta durante il dibattito:

“Oggi la nostra divisa deve essere repubblicana e socialista insieme, per la democrazia politica e per il superamento in senso socialista delle tragiche contraddizioni dell’economia capitalista”

Nell’immagine, la riproduzione della “Dichiarazione di idee” ovvero del documento che sancì la fondazione dell’Azione Repubblicana Socialista da parte di Fernando Schiavetti e dei suoi compagni, avvenuta il 21-22 aprile 1935. La nuova organizzazione si proponeva di abbattere il fascismo e la monarchia e di instaurare una repubblica socialista in Italia. Essa visse stentatamente per pochi anni e fu vittima dell’ostracismo socialista e comunista perché accusata di “opportunismo massimalista”; a malincuore essa confluì in Giustizia e Libertà

Lasciati definitivamente da parte i dettagli, Schiavetti collocò con chiarezza l’azione politica del PRI nel quadro dei principi socialisti ed accettò per la prima volta di leggere la società nei termini della lotta di classe. L’ordine del giorno da lui proposto e favorevole all’uscita del PRI dalla Concentrazione d’Azione Antifascista, ottenne una debole maggioranza e galvanizzato dal risultato, il repubblicano romano riprese ad adoperarsi per il rafforzamento e la crescita del partito; ma quando al Congresso dell’anno successivo, svoltosi a Parigi il 23-24 aprile 1933, trionfò la frazione “concentrazionista”, nuovamente Schiavetti uscì dall’organizzazione pronto a scontare una nuova fase di isolamento. Ad ogni modo isolamento non poteva significare rassegnazione nel vocabolario di Schiavetti: egli, coerentemente con le posizioni conquistate, il 21-22 aprile 1935, durante una riunione di repubblicani italiani dissidenti tenuta ad Annemasse, località francese vicina a Ginevra, fondò l’Azione Repubblicana Socialista (ARS). L’impulso all’azione molto più che una sorta di compiuta revisione ideologica, fu alla base della nascita della nuova formazione politica: Schiavetti lo riconobbe molto sinceramente; centrale nell’elaborazione dei socialisti repubblicani era il ruolo del proletariato, l’intransigentismo antifascista, la necessità dell’insurrezione armata. Fu inoltre sempre ribadito il carattere assolutamente transitorio del sodalizio schiavettiano.

Foto del 28 aprile 1963 di Fernando Schiavetti, eletto senatore nella IV Legislatura

La dura solitudine politica condusse in breve l’ARS a scegliere quello che dal suo gruppo dirigente fu concepito come il “male minore”, ovvero la confluenza in Giustizia e Libertà, nella quale essa andò a rafforzare la tendenza socialista ed anticapitalista (giugno 1937). In GL, così come in seguito nel Partito d’Azione, sorto dalle sue ceneri nel 1942 e al quale Schiavetti, come la maggior parte dei giellisti, aderì, le due anime, quella liberaldemocratica e quella socialista marxista, brevemente riconciliate dai rigori della guerra, non tardarono ad affrontarsi al momento del ritorno alla normalità ed il conflitto fu senza esclusione di colpi, anche bassi. Il Partito d’Azione decise a maggioranza di sciogliersi nel 1947 e Schiavetti seguì Emilio Lussu nell’adesione al Partito Socialista Italiano. Il nostro, intraprese da quel momento una carriera politico-parlamentare nell’area socialista: egli venne eletto deputato nella II Legislatura Repubblicana il 16 giugno 1953 e nella III il 5 giugno 1958. Nella IV Legislatura (1963-1968) divenne senatore della Repubblica sempre nelle file del PSI, ma nel gennaio 1964 ancora una volta in compagnia di Emilio Lussu, decise di aderire alla scissione delle correnti socialiste di sinistra, guidate da Lelio Basso, Dario Valori e Tullio Vecchietti e di entrare così a far parte del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), di cui assunse proprio il ruolo di capogruppo al Senato.

“Signori della borghesia, non ci avrete!”

Lucio Libertini (Catania, 1° giugno 1922 – Roma, 7 agosto 1993) fu uno dei dirigenti più anticonvenzionali e selvaggi del movimento operaio italiano, immune da etichettature e da catalogazioni. Nel suo lungo itinerario politico fu militante dell’Unione Socialista Indipendente, del Partito Socialista Italiano, del PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) a fianco di Fernando Schiavetti, del Partito Comunista Italiano ed infine di Rifondazione Comunista. Fu uno dei pochi politici di sinistra italiani ad occuparsi del tema dell’autogestione nel libro del 1958 “Sette tesi sul controllo operaio”. La sua fu l’ultima generazione di sinistra a mantenere viva una connessione sentimentale con il proletariato; ricordo quando morì nel secolo scorso, in estate: mia nonna, donna del popolo, mi diede la notizia affranta, dopo averla ascoltata alla radio

Fu la memorabile e lapidaria esclamazione che il coraggioso Lucio Libertini gettò sui volti e sui taccuini dei giornalisti presenti alla conferenza stampa che accompagnò la fondazione del nuovo partito e certamente Fernando Schiavetti non poté che riconoscersi in quel guanto di sfida gettato al mondo che ben sapeva compendiare la sua stessa concezione della vita, sempre controcorrente, dissidente, temeraria e sprezzante dei facili consensi e dei volgari allori. Alla coerenza e al sacrificio nella buona battaglia, Schiavetti offrì il suo cuore puro ed ancora oggi, chi abbia un’anima che palpiti per la giustizia sociale e per la propria Patria, che metta al primo posto la connessione sentimentale con il proletariato, non può che guardare con estrema simpatia alla sua figura di combattente. Egli morì a Roma il 17 febbraio 1970.