Fabrizio De André nacque a Genova il 18 febbraio 1940 in una famiglia della piccola borghesia piemontese, la madre era figlia di contadini astigiani mentre il padre Giovanni era professore laureato in lettere e filosofia. I De André si trasferirono a Genova dopo che il padre, guidato dalla sua leggendaria intelligenza e dal suo ottimo spirito imprenditoriale, aveva acquistato un istituto per geometri e ragionieri, cosa che proietterà la famiglia, al momento con problemi economici, verso un futuro più che benestante. In questo modo Fabrizio crebbe in un ambiente alto borghese nel quale però non si riconoscerà mai, a differenza del fratello maggiore, Mauro, che assomigliava al padre essendo uno studente molto intelligente e diligente, infatti diventerà famoso come avvocato civilista. Il figlio minore, al contrario, si aggirava per i caruggi con bande scapestrate di ragazzini poveri senza interessarsi minimamente allo studio, fino al momento in cui incontrò la musica. Questa è un’attività che gli piaceva e gli riusciva bene e gli concesse quel successo che tanto desiderava per emergere, per dimostrare che valeva qualcosa anche se era diverso dal padre e dal fratello, i quali seguirono percorsi più usuali per i figli della borghesia.

La famiglia De André al completo

Fu così che De André si tramutò in artista, colui che, come si può leggere in Sotto le ciglia chissà (una sorta di diario costituito dagli scritti sparsi del cantautore), è uno specchio deformante della società, perché guarda nella profondità delle cose, “fotografa” la realtà e vaglia ciò che vede attraverso la sua interpretazione originale e i suoi sentimenti, trasformando le sue impressioni in qualcosa di esteticamente valido. La bella forma in cui si presenta l’opera d’arte è diversa da quella comunicazione razionale a cui si è abituati e quindi riesce a parlare direttamente alla radice istintiva dell’essere umano, diviene capace spiegare quello che l’autore ha colto nella realtà. Per questo motivo, secondo il cantautore genovese, l’artista deve essere necessariamente unconiglio individualista, una persona che si è posta in solitudine volontaria, dove coltiva la sua autonomia di pensiero e che segue gli eventi dall’esterno, senza parteciparvi, ma rielaborandoli nella propria arte. A causa di questa estraneità alle vicende, si è come bloccati all’interno di ruolo perché:

“Filtra le emozioni per ridurle in slogan poetici. L’uomo le vive”

Tutto questo trova un esempio concreto nel fatto che De André si pentì di aver sempre considerato le cose come materiale artistico senza viverle più profondamente, rendendosi conto del loro intero spessore solo dopo i quarant’anni:

“Non sono altro che un abile officiante, un medium di innumerevoli contatti con un assoluto che va ricercato in solitudine come il vero mistico sa cercare la luce senza cerimoniali né intermediari. Per questo non mi piace parlarti di me come mezzo, credo di essere qualcosa di più e di meno, certamente meno orribile di un sacerdote della comunicazione. Da un palcoscenico non si parla, non si dice: da un palcoscenico si può solo tentare il gioco effimero dell’incantesimo”.

Canzone emblematica della poetica di De André, ma allo stesso tempo poco conosciuta, ci mostra inoltre il cantautore da giovane, periodo di cui si hanno pochi filmati

L’arte a cui Faber votava il significato delle cose era la canzone, un’arte composta, in cui musica e testo hanno lo stesso spazio e la stessa importanza perché non esistono arti maggiori o minori; le due componenti si devono anzi integrare e spiegare l’un l’altra, perché la mente e il sentimento non sono divisi, né nel compositore né nell’ascoltatore, il quale si abbandona alla contemplazione, rapito dal piacere; si coglie così la verità, amara, che l’artista afferra al di sotto della superficie delle cose, ma non ne viene turbato, perché la canzone la addolcisce con la sua bellezza. Michele Serra in Elogio di un fumatore, Luigi Viva nella biografia Vita di Fabrizio De André e Umberto Fiori nel documentario Fabrizio De André. Luoghi, parole, persone, raccontano tutti che parte di questa dolcezza magica era creata dalla voce stessa del cantautore. Essa aveva infatti un timbro unico, una maniera peculiare in cui scandiva le parole, come se le facesse scaturire dal silenzio, in un modo che ne faceva chiaramente percepire il motivo per cui era stato pronunciato un dato vocabolo: perché il suo suono e il suo significato erano perfetti per quella frase. Questa voce era in grado di penetrare negli anfratti più nascosti della coscienza, la quale, appena sente il canto, si apre predisponendosi al rituale.

La locandina della tournée con la PFM nel 1979

Le storie narrate contribuiscono a proteggere sia il nocciolo di verità che contengono sia l’autore, per il quale diventano un alibi per raccontare i comportamenti di persone reali mascherandole da personaggi di una favola. Tuttavia, come si evince sia dalla lettura di Amico fragile, curato da Cesare G. Romana, che dalla biografia, questo equilibrio non è sorto spontaneamente ma è frutto del lungo lavoro degli anni. All’inizio della carriera il cantautore genovese era solito definire la canzone come una delle arti del racconto, in cui la voce prevaleva sugli strumenti, perché la parte letteraria aveva maggiore importanza privilegiando così la valenza sociale dell’opera rispetto alla gradevolezza estetica, superflua al suo scopo divulgativo. Egli stesso, in una dichiarazione contenuta in Sotto le ciglia chissà, affermava come il suo lavoro fosse guidato dall’ansia per la giustizia sociale, cosa che si sbriciolò presto e l’illusione di poter partecipare a un cambiamento nel mondo, illusione che non lo avrebbe mai abbandonato. Il primo motivo era frutto della sua ingenuità e inconsapevolezza, modi di essere che egli rimpiangeva nell’età adulta perché fondano ogni entusiasmo giovanile, sogni di cui i ragazzi ammantano le loro idee e che gli permettono di compiere, qualche volta, perfino dei piccoli miracoli.

Successivamente invece, si rese conto che le verità di cui parlava erano le stesse dall’antichità e che non c’è più niente da scoprire perché l’essenza dell’umanità è sempre la stessa e l’unico modo che l’uomo ha di vincere il disagio creato dalla vita è quello di trasformarlo in un’esperienza estetica. Quest’ultima deve però assumere forme di volta in volta innovative in modo da suscitare la curiosità del pubblico, attirando la sua attenzione su motivi che non si potranno mai ripetere abbastanza; per farlo Faber usò la favola e il mito, altri elementi tipici dell’umanità. Proprio raccontando l’essenziale, De André è riuscito a sfuggire alle mode, cui la canzone, come tutte le attività umane, è soggetta, travalicando il tempo e le generazioni, riuscendo a essere attuale anche a vent’anni dalla sua morte.

Le storie immortali che egli raccontava facevano sgorgare la musica direttamente da sé stesse, contenevano in sé sia la parte strumentale, sia quella lessicale, in modo che le parole arrivassero quasi a prendere il potere sull’artista. Esse, infatti, hanno una vita propria perché cambiano spesso di significato, a seconda del contesto dove sono nate e in cui si evolvono e dell’uso che se ne fa, quindi il poeta le deve scegliere con un’estrema cura, controllandole, evitando così che ne dissimulino il pensiero vanificando i suoi intenti comunicativi. Proprio per questi motivi De André ha sempre usato un lessico popolare, che potesse raggiungere i sentimenti e la ragione di tutti, trasportato inoltre dalla musica, di per sé un linguaggio universale:

Pasolini diceva che il dialetto è il popolo, e il popolo è autenticità. Ne deduco che il dialetto è autenticità”

Faber con suo figlio Cristiano

Le sue parole erano quelle del popolo, di coloro che avevano un contatto diretto con la realtà, più veritiero rispetto all’approccio usuale che è codificato, perché erano molto legati alla Madre Terra, la amavano e rispettavano come se fosse oggetto di culto, perché sapevano quello che poteva donare e ciò che poteva togliere; essa insegnava i segreti della vita e ispirava loro sentimenti di onestà e rispetto. Culto che il cantautore genovese ha sempre ammirato perché per lui implicava un concetto del divino più autentico di quello proposto dalla chiesa cattolica, istituzionalizzato e vuoto. Le persone del popolo inventarono il dialetto, un linguaggio che assomiglia sia a loro stessi sia al mondo che li circondava, perché avevano la necessità di comunicare; per questi motivi esso ha una ricchezza lessicale maggiore dell’italiano, lingua imposta dalle autorità, che se non fosse abbellito dalle frasi idiomatiche popolari sarebbe solo la lingua delle istituzioni. È grazie a questa vicinanza con le cose che nel popolo può fiorire la poesia vera, così come tutte quelle conoscenze autentiche e genuine che stanno alla base della vita e che il potere non potrà mai né sapere né comprendere e quindi nemmeno comandare. Proprio per ritrovare l’autenticità del contatto con la terra, di cui si era innamorato da bambino durante gli anni della seconda guerra mondiale, passati in campagna a Revignano, decise di trasferirsi in Gallura, dove incontra anche una lingua non imborghesita: il gallurese.

De André affacciato alla finestra della casa che acquistò in Sardegna, all’Agnata

Questa genuinità la rintraccia, di conseguenza, nel popolo sardo, una minoranza etnica che conserva le sue usanze arcaiche e che Faber apprezzerà sempre, nonostante il sequestro perpetrato da alcuni dei figli di quella stessa cultura. I dialetti legano un popolo al passato, a ciò di cui deve essere consapevole per poter affrontare il futuro in modo corretto, altrimenti sarebbe solo un animale a cui viene tolto l’istinto. De André percepiva intensamente questo legame dentro di sé pensando ai ricordi, quando richiamava alla mente esperienze fuse con la cultura e la lingua genovese, non trovando modo migliore di esprimere queste impressioni e raccontare la sua storia in dialetto. Proprio ripensando alle parole in mezzo alle quali è cresciuto, Faber è riuscito, grazie anche alla collaborazione con altri musicisti, a creare un mondo sonoro in cui le storie narrate sono perfettamente congiunte a ciò che viene evocato dall’armonia dei suoni, in cui le parole sono parte della componente musicale, diventando prima di tutto suono e poi significato: esso è Creuza de mä, album cantato in genovese con l’accompagnamento di strumenti popolari da tutto il mediterraneo.

De André nel suo orto sardo

Nel video dedicato a quest’ultimo album, Fabrizio De André il suo rapporto infinito con il mare, l’artista genovese afferma che le opere d’arte, oltre a prendere spunto dal patrimonio popolare, entrano anche a farne parte, contribuendo alla diffusione di quella cultura umanistica che Faber considerava un atteggiamento mentale: l’apertura verso tutte le espressioni dell’uomo e la consapevolezza di voler affermare i suoi valori e la sua dignità umana al di là del tempo e dello spazio.  Per lui la cultura è il tentativo di modificare la realtà circostante a proprio vantaggio, quindi deve essere sempre in movimento e mai istituzionalizzabile e chi la crea deve essere necessariamente contro chi vuole conservare lo status quo così com’è. Ed è proprio qui che risiede anche l’utilità delle canzoni poiché, anche se non possono evitare che l’uomo compia il male, possono comunque essere un deterrente perché suscitino nel pubblico una tenerezza e una pietà che possano allontanare dall’indifferenza e possano spingere all’elevazione dello spirito:

“Le canzoni che scrivo mi appartengono solo in parte. Le ho scritte così, come mi hanno aggredito. Per incontenibile affiorare della memoria”.

In Sotto le ciglia chissà si legge come, per trovare storie e suoni che parlino al cuore degli uomini, ci vogliono molto tempo e tanti stimoli nuovi. Dato che ogni canzone ha un linguaggio a sé, l’artista deve operare di volta in volta una ricerca diversa, evitando di ricadere sempre negli stessi schemi creativi e di codificare le proprie invenzioni, che un tempo furono innovative, per non farle diventare luoghi comuni. Pertanto il modo di fare arte di De André non era costante. Le idee gli si ammucchiavano pian piano nella mente, sia a livello conscio che inconscio, da cui scaturivano spontaneamente in un momento imprecisato. Quando le idee apparivano le analizzava, le ordinava e, eventualmente, collegava; se usciva qualcosa di buono la canzone era pronta, altrimenti rimanevano a riposare in testa per un altro po’ di tempo, perché era convinto che la musica non dovesse essere un’imposizione ma andasse scelta di volta in volta, in maniera libera e senza costrizioni. Quindi non sempre un’artista è nel momento opportuno per comporre un’opera d’arte, e allora De André ovviava al problema dedicandosi alle traduzioni.

Fabrizio De André colto in un momento di contemplazione

Così era sempre al lavoro, si esercitava ma, cantando testi altrui, rimaneva anche umile, caratteristica che un buon artista dovrebbe sempre avere. Egli ha sempre disdegnato la traduzione letterale preferendo entrare nello spirito dell’opera e recuperando quello dell’autore nel momento della composizione. Le motivazioni che lo portavano a scrivere erano principalmente il divertimento e la competizione, sugli stessi temi, con chi l’aveva preceduto, la voglia esibizionista e narcisista di dire qualcosa, la presunzione di avere qualcosa da raccontare, ma anche l’effetto catartico che la musica ha notoriamente sui musicisti, grazie a cui essi possono dare voce ai propri sentimenti e alle loro emozioni, liberandosene. De André raccontava come questo potere fosse usato come medicina anche dagli sciamani, infatti in molte tribù il canto ha proprio il potere di liberare dal dolore ed esorcizzare il male. Ed è proprio in questa cura che risiede una delle missioni della canzone: quello di far divertire e sollevare l’animo delle persone:

“Incido poco, è vero, almeno secondo il mio editore e le necessità finanziarie di un qualsiasi autore. Ma se non ci fosse questo editore a strapparmi i dischi di mano inciderei meno. Mai, forse. Questo perché la mia ricerca della verità non approda mai a una conclusione: appena ho fatto un testo, una canzone, ecco che vorrei cambiare, aggiornare. E appena esce il disco vorrei distruggerlo: mi sembra inutile, sorpassato”.

L’artista deve anche far riflettere chi lo ascolta facendo apparire quelle che vengono considerate realtà assolute per ciò che sono: idee contingenti a un contesto. Secondo De André, chi canta i difetti della società ne è l’anticorpo ma non ne può essere la guida, perché non possiede la verità, dato che essa è sfuggente, sempre in divenire e non può mai essere afferrata. La cultura occidentale ha reagito a questa mancanza di possesso riducendo la realtà alle proprie regole, convenzionali e immobili, anche se l’anima umana, per sua natura, ha altre aspirazioni e tende a interpretare il mondo con occhi sempre diversi. Tutto questo ha operato una violenza nei confronti di ciò che non si adattava a questi schemi, perché segue quelli più istintivi della natura e così le minoranze vennero emarginate e continuano a esserlo, anche se possiedono una verità che può arricchire tutti, dato che le loro storie mettono in evidenza una emarginazione e un’inadeguatezza che, anche in modo più nascosto, si trova in tutte le vite:

“Chissà cosa si prova a liberare la fiducia nelle proprie tentazioni”.

Le canzoni di De André, raccontando le vicende di chi è diverso dalla maggioranza, tolgono spazio alle presunte idee assolute e lo aprono alla libertà e alle idee nuove, ai sogni e alle fantasie senza gerarchie; tutti potrebbero essere se stessi senza mascherarsi dai personaggi artificiali che la società accetta, evitando così gli incubi che comporta la dissociazione tra un’apparenza in cui non ci si riconosce e il proprio vero sentire interiore. Il canto di Faber offre la possibilità di fuggire dalla rassegnazione prescritta da un mondo statico di regole inessenziali, ma anche di evitarne la comodità che non ti costringe a pensare. De André ha sempre vissuto in prima persona l’insofferenza per le convenzioni della maggioranza, che imponevano una coerenza artificiale che avrebbe fatto dell’uomo una tecnologia che funziona per automatismi. Infatti egli è stato coerente solo nel ribellarsi alle presunte verità, agli schemi e alle etichette ai quali la società voleva che si conformasse e nei quali voleva chiuderlo, vivendo appieno e con ironia le proprie contraddizioni e le proprie paure come qualcosa di autentico e traendone anche ispirazione, sia per la propria arte che per la propria crescita umana, perché chi ha certezze è come una statua immobile e non può che andare incontro all’autodistruzione.

De André nella sua casa di Milano, si dedica alla lettura, un’altra sua grande passione

I molti autori che hanno scritto di lui, ci raccontano come l’irrequietezza interiore del cantautore genovese, sempre volto alla ricerca di mondi nuovi con la voglia costante di gettarsi a capofitto nella vita, corrispondesse al suo aspetto fisico. Il suo volto era di una bellezza angelica, anche se contaminata dalla vita, con tratti che non raggiunsero mai una linea precisa e definita, anche tra di loro brillavano i suoi occhi vitali. Alle ipocrisie della maggioranza, che fa pensare il potere e non riflette da sola, Faber ha sempre preferito la spontaneità e l’innocenza delle minoranze, che scelgono ciò che vogliono vivere in prima persona, che sono volte ad:

“Assomigliare al loro desiderio”.

E non si appellano alle regole esterne ma alla propria esperienza. Così si creano una loro morale, individuale, che il cantautore considerava l’unica genuina, perché l’uomo è mosso da motivi che vanno al di là della sua volontà e non sono codificabili, possono solo essere vissuti.

“Ogni caso umano è un caso a sé, come ogni filo d’erba è diverso dall’altro”.

Un suggestivo scatto durante un concerto

Questi sono i personaggi che cantava De André, assieme a Georges Brassens ed Edgar Lee Masters: figuri viziosi, a volte perfino maledetti, che sono stati costretti a diventare tali per autodifesa, perché guardavano chi, essendo disonesto, prevaricava gli altri e hanno deciso di ribellarsi, mentre loro, come afferma Fernanda Pivano in Un’eredità per i diseredati, sono poveri perché la società impedisce loro di esprimersi. Essi sono coloro che vengono emarginati per la loro etnia, il loro credo, il loro modo di fare l’amore, ma anche per le loro idee, tutti moventi che l’artista genovese riconduceva a una matrice genetica. Essi lo attiravano perché nelle loro storie c’è più vita e poesia che in quelle dei grandi, dato che questi ultimi sono dei virtuosi da prendere come esempio, degli uomini che non hanno più niente da migliorare e quindi poco di nuovo da raccontare; al contrario, i disperati hanno un percorso di miglioramento e di introspezione da compire e narrare.

Faber e Ivano Fossati li hanno chiamati “Anime salve” perché sono confinati nella solitudine, per scelta o per destino imposto dalla società e questa condizione li costringe a maturare spiritualmente, dato che solo qui possono avere un contatto con l’assoluto. Così si sono posti al di fuori della società e quindi anche del potere e abitano in luoghi dove esso non può intervenire, perché non ne capisce le logiche e teme ciò che qui regna incontrastato: l’amore disinteressato che per la sua purezza è al di sopra delle forze umane e sovrannaturali. I solitari sono i più forti nell’affrontare la vita perché sono spiritualmente più dotati e quindi hanno quei comportamenti che De André riteneva evolutivi, perché rinnovano l’umanità impedendole di fossilizzarsi. La società può anche riuscire a “tagliarli a pezzetti”, a imprigionare la loro voglia di sognare, a impedirgli di esprimersi ma, presto o tardi, la loro fantasia rinascerà dai brandelli e torneranno a portare nel mondo il loro pensiero libero.

discorso introduttivo alla canzone “Anime salve” durante il suo ultimo tour nel 1998

Faber condivideva questo destino con i suoi personaggi e ha cantato ciò che ha vissuto: ha voluto conoscere l’esistenza in autonomia, la quale nasconde i segreti in profondità ma che ogni uomo può scoprire dentro sé stesso; essa è scandita dal tempo della soddisfazione delle esigenze primarie, perché vivere non è altro che ascoltare le richieste che il corpo indica e che il cuore fissa nell’anima. Ha cercato la propria strada con la sola compagnia di “un pesciolino d’oro”, il simbolo del sapere più prezioso di tutti, che purtroppo è anche “un pesciolino cieco”, perché non guida, costringendo l’uomo a procedere per tentativi nel buio dell’incertezza. De André si spense a Milano, dove si era trasferito da qualche anno, l’11 gennaio 1999 a causa di un tumore che gli lasciò appena il tempo di abbozzare i suoi ultimi progetti: quattro Notturni sulla vita e sulla morte dedicati a un amico scomparso. Morì dopo un’esistenza appassionata come quella che narrava, azzardando esperimenti di cui tutti dubitavano ma che alla fine si sono rivelati vincitori, come Creuza de mä appunto, album che, essendo in dialetto genovese, tutti erano convinti avrebbe avuto uno scarsissimo successo di pubblico ma che invece scalò le classifiche.

Egli ha messo in gioco sé stesso provando a vincere le sue paure e l’ultima volta fu nel 1998 quando, lui che era sempre stato terrorizzato dal pubblico e dal palcoscenico, decise di registrare e filmare un intero concerto che costituisce il più ricco tra i pochi documenti video a nostra disposizione, nonché l’ultimo disco. Ha anche osato collaborazioni stravaganti con artisti molto lontani dal suo genere, come Francesco De Gregori o la PFM, che hanno dato comunque origine a progetti di grande rilievo. L’ultima fu con Mina e diede vita a un duetto sulle note di La canzone di Marinella, pezzo che, eseguito esattamente trent’anni prima dalla già famosissima Tigre di Cremona, consacrò De André alla fama e, per ironia della sorte, fu anche l’ultimo brano che incise in studio.