Il varco è qui?( Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende…).

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta 

(da “La casa dei doganieri” 1931)

Tra gli scrittori italiani e liguri l’astro poetico di prima grandezza è stato senza dubbio Eugenio Montale (1896-1981) Premio Nobel per la Letteratura nel 1975. La duratura azione poetica dello scrittore di Monterosso ha coperto in effetti l’intero cursus storico del novecento, descritto da un punto di vista intimo, personale, biografico specie nella sua prima silloge “Ossi di Seppia” (1925) per poi allargarsi al tempo fattuale a cominciare da “La Bufera e altro” del 1956, tra le raccolte quella più significativamente politica dove il male di vivere esistenziale viene incarnato in figure della Storia ( si pensi a Ballata scritta in una clinica o alla primavera hitleriana). Taluna critica non a torto inizia proprio con “La Bufera e altro” a ravvisare in Montale il poeta della borghesia italiana. Non a torto data la famiglia di provenienza e la formazione giovanile dello scrittore, l’astensionismo da qualsiasi attività politica prima e dopo la guerra (eccezion fatta per una breve militanza nel partito d’azione tra il 1945 e il 1947). Tuttavia, non può essere la storia,  l’ideologia o la cultura la chiave per comprendere la poetica montaliana la quale parte da assunti meramente esistenziali e pienamente inquadrabili in quella che è la filosofia contestatrice del novecento, da Heidegger a Camus.

La presenza di un poeta di questo calibro è fondamentale prima di tutto dal punto di vista letterario; Montale a differenza del suo grande rivale Ungaretti riuscirà a “fare scuola”o come direbbe egli stesso ad aprire un varco: i poeti della seconda generazione dell’ermetismo come Luzi e Sereni, il perdurare nella tradizione ligure di scrittori recenti quali Caproni, Barile, Conte…tutti hanno un debito formativo nei confronti dell’opera del poeta genovese. La critica meno recente ha rilevato per differenziare il corpus montaliano da quello di Ungaretti, le diverse influenze tra i due massimi letterati del novecento italiano. E in effetti se in Ungaretti si rivelano le tracce (anche bibliografiche) di Apollinaire, delle avanguardie marinettiane e surrealiste, la poetica di Montale è maggiormente ispirata all’alta letteratura anglosassone, in particolare Thomas Stearn Eliot (dal quale trarrà il correlativo oggettivo) alla poesia locale ligure a lui precedente (Roccaraglia Ceccardi, Sbarbaro, Boine, Novaro) e soprattutto al grande letterato di moda dell’Italia decadente e giolittiana: Gabriele D’Annunzio. Il confronto tra gli Ossi di Seppia e l’Alcyone dannunziano appare voluto, cercato da parte dello stesso poeta ligure. Ma laddove D’Annunzio descrive con entusiasmo, con un senso panico, l’agreste paesaggio della Versilia ( Tutta la terra pare/ argilla offerta all’opera d’amore/ un nunzio il grido e il vespero che muore/ un’alba certa)  negli Ossi di Seppia invece il poeta è testimone di un mondo illusorio, ingannevole e aspro. Ideologicamente, vi è una presa di posizione netta nei confronti della realtà del tempo (ciò che non siamo, ciò che non vogliamo).

E’ quel necessario male di vivere che in definitiva accompagnerà dalle prime raccolte quali gli Ossi e le Occasioni alle seppur diverse Xenia e Satura fino alle raccolte della vecchiaia l’intero itinerario del “ragazzo col ciuffo”, da una dogana all’alta della vita di cui il poeta non può che essere un umile testimone. Un male di vivere sofferto eppure necessario per poter indagare la condizione esistenziale dell’uomo moderno. Eppure in questo paesaggio così aspro il poeta vede, di tanto in tanto un barlume, una speranza che riaffiora dalla memoria, altre volte ancora un’ epifania in  certe figure femminili. Si pensi alla trasfigurazione che assumerà Clizia – come la chiama nelle sue poesie – che sarà protagonista della seconda raccolta di Montale, Le Occasioni dove il paesaggio inizia a ravvivarsi di presenze umane ( Il cammino finisce a queste prode/ che rode la marea col moto alterno./ Il tuo cuore vicino che non m’ode/ salpa già forse per l’eterno) Questo ruolo salvifico affidato al visiting angel femminile richiama esplicitamente la figura dantesca di Beatrice e la distanza dal mondo visto come un inferno (Guarda ancora/ in alto, Clizia, è la tua sorte, tu/ che il non mutato amor mutata serbi/ fino a che il cieco sole che in te porti/ si abbàcini nell’altro e si distrugga/ in lui, per tutti.)

 I toni alti e tesi dei primi libri scompaiono in Satura (1962) e Xenia (1966) raccolte dedicate alla moglie, Drusilla Tanzi. L’anomalia stilistica è evidente: il linguaggio si fa più semplice, più svagato, con tonalità ironiche e prive di quella drammaticità che caratterizzava le poesie precedenti. Siamo nel dopoguerra e sono lontani gli anni della giovinezza, delle dogane, degli orti, dei muri. Quel mondo non esiste più. Anzi, per il vecchio poeta quella realtà forse non è mai esistita, era un “ossimoro permanente” per il quale non ha più alcun senso designare un lessico aulico. Il distacco emotivo nelle ultime raccolte della vecchiaia ( Diario del 71 e del 72, Quaderno di quattro anni) si fa ancora più evidente, il linguaggio è volutamente basso, il verso libero e prosaico, l’ironia più estrema. Il viaggio di tutta una vita da una dogana all’altra, alla ricerca dell’autenticità oltre la “triste meraviglia” del mondo, appare definitivamente concluso