Gli uomini alla morte, li aspetta ciò che non si aspettano né suppongono. – Eraclito, Frammenti

Eraclito nasce e muore nel V secolo a.C. ad Efeso, una delle più grandi città ioniche in Anatolia del tempo. E’ stato uno tra i maggiori pensatori presocratici e, sicuramente, il più misterioso e criptico. Le informazioni sulla vita privata sono pochissime: aristocratico, autodidatta, solitario. I frammenti pervenutici (sotto forma di aforismi oracolari con stile semantico solenne, pungente e sarcastico) non fanno che rafforzare tale velo enigmatico. Lo stesso Aristotele trovò non poche difficoltà a percepirne completamente il significato, tanto da definirlo “l’oscuro”. Ancora, Socrate, paragonò la profondità del pensiero eracliteo a quella raggiunta dei tuffatori di Delo. Se non risulta dunque possibile ricostruirne la completezza e la complessità in modo assoluto, sicuramente i contenuti molto precisi lasciano intendere molto; tale per cui una siffatta interpretazione non può esser giudicata né aporetica né eccessivamente ambiziosa. Eraclito concentrava anzitutto la ricerca filosofica nell’interiorità, esplicativo è il frammento “ho indagato me stesso” – concetto, peraltro, fissato sull’architrave del santuario dell’oracolo di Delfi; una delle rappresentazioni più importanti dell’antica sapienza delfica, con la dicitura di ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ, gnōthi seautón, “conosci te stesso”; poi ripresa come punto di partenza dallo stesso Socrate. Lo studio interiore verte quindi su la propria anima, la quale, essendo infinitamente profonda, non potrà che esplicare una conoscenza altrettanto infinita: “per quanto tu proceda, non riuscirai a trovare i limiti dell’anima percorrendo ogni via: tanto è profondo il ragionamento che la riguarda”. Il cammino verso se stessi e la conoscenza del proprio essere sono quindi la chiave di partenza per qualsiasi ragionamento, il percorso dell’amarezza come ci ricorda Nietzsche, sicché inevitabilmente si accompagna ad una riassuntiva solitudine. La contrapposizione tra svegli e dormienti ruota attorno a tutto il pensiero eracliteo quasi a voler stimolare il lettore a scorgere qualcosa di più nella semplice metafora semantica. Suggestivi i frammenti “morte è quanto vediamo da svegli, sonno è quanto vediamo dormendo” e  “nella notte, l’uomo accende a se stesso una luce, quando si sono spenti i suoi occhi: da vivo tocca, dormendo, il morto; da sveglio tocca il dormiente”. Concetto ripreso da svariati altri autori a lui ispirati (Nietzsche, “trasformato è Zarathustra, è diventato un bambino Zarathustra, un risvegliato è Zarathustra: che cosa cerchi ora fra i dormienti?”[1]) o non (Dante,“tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai”[2]), in varie epoche e luoghi senza alcun necessario collegamento, proprio a rappresentare diversi aspetti di unica conoscenza. Un così difficile percorso però esime la stragrande maggioranza degli uomini nell’affrontarlo, sia per ignavia, che, antecedentemente, per incredulità, “la maggior parte delle cose divine sfugge alla conoscenza per incredulità” o “è lo sciocco che usa provare stupore di fronte a ogni discorso” e, per ciò, essi rimangono impantanati nell’illusione e nella finzione – “i dormienti sono attori” e “non sanno né ascoltare né parlare” – a differenza di chi si spoglia di limiti e convenzioni fanatiche e con volontà compie una scelta consapevole “un’unica cosa scelgono i migliori in cambio di tute le altre, gloria eterna invece che cose mortali; mentre i più si riempiono lo stomaco come le bestie”. Chi riesce, dunque, ad attraversare il proprio inferno, si desta dal sonno, sfoglia il velo di Maya schopenhaueriano, smaschera il sogno della realtà soggettiva, sensibile, materiale, pesante, ed accede alla vera essenza della realtà, oggettiva, divina, spirituale, leggera; la quale appare ora come unica, “per gli svegli il mondo è uno e comune, mentre, fra i dormienti, ognuno si rivolge a un mondo suo proprio”. Tale essenza viene rappresentata da Eraclito con il λόγος, il logos universale, che può esser inteso in una duplice accezione complementare: come ragionamento intellettivo grazie al quale l’uomo riesce a destarsi, sia come ragionamento universale, ovvero come flusso onnisciente che “dirige tutte le cose attraverso tutte”, difatti “non dando ascolto a me, ma al ragionamento, è sensato concordare che tutte le cose sono una soltanto”. Eraclito individua poi in Πόλεμος, polemos il demone della guerra, l’elemento caratterizzante tale flusso; che non si assolutizza nelle battaglie fratricide, ma piuttosto impersonifica quel conflitto per cui tutte le cose nascono e muoiono eternamente trovando la propria esistenza, “si deve sapere che la guerra è comune, che il conflitto è giustizia e che tutte le cose si producono secondo conflitto e necessità”. Il carattere del conflitto si ritrova parallelamente in ambito fisico-cosmologico nell’elemento del fuoco, per cui “questo cosmo, lo stesso per tutti, non è opera di nessuno degli dei né degli uomini, ma sempre è stato, è e sarà; un fuoco sempre vivo, che in egual misura si accende e si spegne”. Il conflitto si vivifica nell’unità dei termini opposti; l’uno implica l’esistenza dell’altro: “sazietà” – “fame”, “salute” – “malattia”, “vita” – “morte”, e (parafrasando Ermete Trismegisto) “la via che conduce in alto e quella che conduce in basso è unica e la stessa”. Sicché ogni coppia di termini opposti, presi l’uno rispetto all’altro o entrambi rispetto a un terzo termine cui si riferiscono “comune in un cerchio, è l’inizio e la fine”, oppure, ancora, di entrambi rispetto ai termini di un altra coppia di opposti “immortali mortali, mortali immortali: la vita dei primi è la morte dei secondi, la vita dei secondi è la morte dei primi”, manifesta la loro necessaria complementarietà.

Ed è quest’ultima ha dimostrare l’essenza dinamica del Tutto, poiché in questo λόγος  universale gli elementi caratteristici non divengono né identità né rimangono divergenti, ma è proprio la loro alternanza a sostenere il dinamismo universale, il “divenire assoluto”. L’alternanza fra conflitto e armonia è necessario e fisiologico secondo il λόγος, poiché segue il disegno onnisciente, lo “schema naturale” dell’universo e si manifestano, a secondo delle circostanze e degli ambiti, in maniera diversificata, rappresentando però il medesimo principio; dunque come (fisicamente) “gli elementi freddi si riscaldano, quelli caldi si raffreddano, gli elementi umidi si seccano, quelli secchi si inumidiscono” (musicalmente) “ciò che è opposto concorda e da ciò che discorda deriva una bellissima armonia”.

“Il carattere, per l’uomo, è il suo destino” e “se non spera, non troverà l’insperato: ne è difficile la ricerca e ardua la via”.

[1] Nietzsche Fiedrich, Così parlo Zarathustra.

[2] Dante Alighieri, Canto I, Comedìa.

N.B. Tutti i passi virgolettati fanno parte di Eraclito, Frammenti.