Ogni epoca ha avuto i suoi poeti. Se quella dell’artista da sempre è vista come la professione più al limite, incline alla follia e a perenne braccetto con la morte, il poeta potrebbe essere, in questo senso, la punta dell’iceberg. La storia di Dino Campana è poco nota a buona parte di noi, compresi coloro che si occupano di arte e letteratura. Vale la pena ricostruirla e valorizzarla, come chi riprende in mano un vecchio violino abbandonato in cantina, suonandolo ancora per restituirgli vita e dignità. Campana, come molti suoi colleghi, non ha mai occupato spazio nell’insegnamento scolastico, mentre in quello universitario riveste oggi una posizione assai marginale, contrariamente a tanti altri poeti le cui vicende sono state molto meno avventurose e interessanti.

Dino Campana nasce il 20 agosto del 1885 a Marradi – oggi provincia di Firenze – sul versante romagnolo dell’Appennino tosco-emiliano. Una zona che allora poteva definirsi depressa, isolata e le cui caratteristiche oggi non sono cambiate granché. In questa borgo – posto al centro di una gola nella Val di Lamone – suo padre Giovanni Campana era un benemerito maestro elementare messo poi a riposo. Sua madre, Francesca Luti detta Fanny, una donna benestante ma dal carattere irrequieto e molto religioso.

La casa natale di Dino Campana a Marradi. Due targhe ne portano avanti il ricordo

I primi anni di vita sono sereni nel tranquillo borgo natìo, ma a 15 anni Campana manifesta i primi segnali di disagio psichico: depressione, sbalzi di umore, irascibilità si acutizzano soprattutto nel difficile e mai risolto rapporto con la madre. Nel 1906 Campana ha già due esperienze manicomiali alle spalle; a Carmagnola, dove completa gli studi e a Imola, dove il padre si raccomanda così ai medici:

“Guarire mio figlio (…) ricorrendo magari alla suggestione, se non gioverà la scienza”

E ancora, sempre riferendosi al figlio ventenne

“Egli ha la psiche esaltata, avvelenata, pervertita, non sente affetti e prende presto a noia luoghi e persone”

La noia. I pochissimi biografi di Campana sono concordi nell’indicare nella noia marradese del giovane poeta la causa iniziale dei guai psichiatrici che lo perseguitano per il resto della vita. La noia unitamente al difficile rapporto con la madre e la remissività del padre Giovanni, uomo di scarsa personalità. In questo modo, Campana visse gli anni dell’adolescenza e della prima parte della maturità tra facili eccitamenti, cadute repentine e meditazioni errabonde su e giù per l’Appennino. Per i dottori di quell’epoca si trattava di manie psicotiche a base di “esaltazione”. I medici consigliano più volte alla famiglia di “lasciarlo tranquillo” e possibilmente di allontanarsi dal ragazzo, permettendogli di soddisfare quella fame di lettere e soprattutto di vagabondaggio. Una soluzione che con il tempo, peggiorerà la situazione.

Ragazzo di Marradi insieme ad alcuni intellettuali fiorentini in uno scatto di inizio secolo. Per lungo tempo si è pensato che il giovane della foto fosse Campana, ma recenti studi hanno rivelato essere un suo concittadino e probabilmente anche coetaneo

Tra il 1903 e il 1905 Campana si iscrive prima alla facoltà di chimica di Bologna, poi successivamente a quella di Firenze per poi tornare nuovamente a Bologna. Di fatto, non riusciva a stabilizzarsi per più di un certo periodo nello stesso luogo. I suoi rientri a Marradi corrispondevano sempre a un ricovero coatto in manicomio secondo i protocolli sanitari e psichiatrici di quell’epoca, in quel periodo infatti, bastava molto poco per essere internati. Gli automatismi associati alla pressoché totale mancanza di freni superiori – il padre non contava granché mentre la madre disprezzata ed evitata di proposito – fanno temere disordini associativi sempre più seri. Campana iniziò a discorrere con grande impeto di filosofia e poesia, per le strade e con chi capitava. Dopo il ricovero a Imola nel 1905, fugge dalla struttura per riparare prima in Svizzera e poi in Francia. Questo sarà il commento rilasciato al padre del giovane da parte del medico che lo terrà in osservazione prima della fuga:

“Dopo due mesi di assidua osservazione sul suo figliolo, debbo confermarle ch’egli è uno psicopatico grave, e riservatissima è la prognosi della malattia che lo affligge”

Rientrato in Italia, Campana a ventiquattro anni abbandona la facoltà di chimica per dedicarsi completamente alle lettere. Ma nel 1909 viene ancora ricoverato, questa volta a Bologna. Il ricovero durerà diciotto giorni. Dopo la parentesi bolognese, si rifugerà a Genova, in attesa di imbarcarsi per il Sudamerica. Al ritorno da Buenos Aires, Campana è di nuovo a Bologna, poi a Marradi, poi di nuovo a Bologna e infine in Belgio. Ovunque vada Campana viene arrestato dalle autorità e internato anche per poche settimane. Rientrato a Bologna, Campana inizia a frequentare il circolo letterario dei Goliardi. In questo ambiente stringerà le uniche vere amicizie della sua tormentata esistenza e da qui inizierà la sua produzione letteraria. Successivamente fu un frequentatore assiduo della rivista “La Voce”.

Scatto di Campana risalente al 1912 e reso pubblico solamente nel 1942

Una rigida mattina dell’inverno del 1913, Ardengo Soffici e Giovanni Papini conobbero Campana a Firenze. Il poeta era infatti sceso da Marradi per chiedere ai due letterati un’opinione autorevole riguardo i suoi scritti. Campana è ricevuto presso la redazione della rivista Lacerba tremante per il freddo, impacciato e vestito miserevolmente. Come ricorda Soffici, Campana si fiatava le mani gonfie dal gelo ridendo nervosamente tra un soffio e l’altro. Consegnò loro il prezioso manoscritto dal titolo “Il più lungo giorno”, ringraziò e si congedò. Dopo mesi di mancata risposta, Campana torna a Firenze per riprendersi il manoscritto. Papini non lo possiede più e lo manda da Soffici, ma quest’ultimo afferma di non averlo mai ricevuto. Campana, mente già fragile, si dispera.

Aveva infatti ingenuamente consegnato alla redazione l’unica copia esistente dei suoi scritti. Campana minaccia, sbraita, si mette contro tutto l’ambiente letterario fiorentino ma non ne ricava nulla. Non gli resta che riscrivere il manoscritto affidandosi alla sola memoria: in pochi mesi, lavorando giorno e notte a costo di un pantagruelico sforzo fisico e mentale, Campana riesce a riscrivere il libro, che prenderà il nome di “Canti Orfici”. Il manoscritto originale verrà ritrovato solo nel 1971, dimenticato tra le carte di Soffici e stampato finalmente nel 1973.

Prima edizione dei Canti Orfici

Dino Campana pubblica la nuova raccolta riscritta nell’estate del 1914 a Marradi a proprie spese. Nel libro vi è una strana dedica al Kaiser Guglielmo II, mentre pubblicamente elogia la Germania e la sua pronta vittoria nella Grande Guerra che scoppiava in quei tragici giorni. Per questo motivo verrà spesso fermato dalla polizia. Fino alla fine dei suoi giorni il poeta manifestò costantemente simpatie verso gli imperi centrali avversando l’imperialismo britannico che a suo dire danneggiava l’Italia. I Canti Orfici sono, senza troppa sorpresa, un omaggio alla figura mitologica di Orfeo, primo poeta-musicista della letteratura classica.

La struttura prescelta sarà quella dell’alternanza di poesia e prosa, su esempio dei poeti maledetti francesi come Arthur Rimbaud e Charles Baudelaire. Le tematiche di Campana sono inevitabilmente il viaggio, il mistero della notte, l’errare senza meta. Sono temi che lo accompagneranno fino alla morte e durante i suoi numerosi internamenti nei manicomi italiani. Di rilievo fu tuttavia il rapporto con la modernità; in diversi versi ritroviamo i concetti di elettricità ma anche di cinematografo – cinematografia sentimentale – proponendo parallelismi tra questi e l’antichità.

Il 24 Maggio 1915 l’Italia entra in guerra e Campana viene esonerato dal servizio militare. Ufficialmente è esentato per problemi fisici. Il vero motivo è la sua ormai nota malattia mentale conosciuta in tutti gli ospedali psichiatrici del Regno. Nel 1916 conosce Sibilla Aleramo, scrittrice piemontese antesignana della moderna autrice femminista e più grande di lui di nove anni. Sibilla è anche autrice del romanzo “Una donna”, ma soprattutto è amica di Gabriele D’Annunzio, Papini e Soffici. Ne nasce una tormentata relazione, testimoniata dall’imponente carteggio tra i due che inizia il 10 Giugno 1916. Si parte da una esplicita ammirazione della donna nei confronti dei Canti Orfici; la poetessa afferma di esserne rimasta:

Incantata e abbagliata insieme

Sibilla Aleramo, che fu compagna di Campana per un periodo della sua esistenza

Le ultime lettere, quasi dei monologhi inascoltati di un Dino Campana disperato che invoca invano il ritorno dell’amata donna, ormai perduta per sempre, sono datate al gennaio 1918. È la fine di un capitolo turbolento e travagliato e l’inizio di un nuovo lungo percorso che porterà il poeta a soggiornare esclusivamente nelle case di cura per quattordici anni, fino alla morte. Ma torniamo al burrascoso rapporto artistico e amoroso tra i due scrittori. Nel la Aleramo 1915 legge per la prima volta le poesie di Dino Campana. L’anno seguente, avviene il primo incontro tra i due. Si tratta di due personaggi complessi e tormentati, che daranno inevitabilmente vita a un rapporto violento ma anche molto passionale, soprattutto condannato ad implodere.

Dino e Sibilla si vedranno diverse volte, anche a Marradi, spesso nei manicomi dell’Appennino dove egli vaga errabondo come sempre e dove viene rinchiuso provvisoriamente. Per aiutarlo, Sibilla porterà nel 1917 il suo amato da uno psichiatra molto importante di sua conoscenza. Dai manicomi Dino vi esce, ma solo grazie all’interessamento dello zio divenuto tutore del giovane. Il carteggio tra i due amanti letterati è stato rinvenuto a fine secolo e pubblicato nel 2000 da Feltrinelli col titolo “Un viaggio chiamato amore – Lettere 1916-1918”.

Ritratto di Dino Campana del 1909 ad opera di Giovanni Costetti

Nel 2002 ne è stato ricavato un omonimo film, per la regia di Michele Placido. con protagonisti Stefano Accorsi nel ruolo di Campana e Laura Morante in quelli di Sibilla Aleramo. Il 12 Gennaio 1918 si rende necessario un altro ricovero, questa volta nell’istituto fiorentino di osservazione per le malattie mentali. Campana vi racconta dell’impetuosa relazione avuta con la Aleramo durante i primi interrogatori al dottore. Omette diversi episodi compromettenti, ma a proposito della sua poesia, annuncia che suo desiderio è creare una:

“Poesia europea musicale colorita”

Inoltre, afferma di aver recato alla poesia italiana:

“Il senso dei colori, che prima non c’era”

Campana (secondo da destra) in compagnia di alcuni concittadini sull’appennino vicino Marradi

Soffre di frequenti crisi dovute alla sua mania di persecuzione; a chi lo interroga grida che da Marradi lo accusano di anarchia e di studiare chimica a Bologna per preparare attentati. Espressamente afferma che il suo soggiorno al manicomio di Imola avvenne non perché fosse malato, ma perché lo volevano matto per forza. Mentre è ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Villa di Castelpulci, vicino Firenze, il suo psichiatra Carlo Pariani, che scrisse un famoso libro sull’esperienza con Campana, dichiara che il poeta è affetto da ebefrenia. Si tratta di una grave forma di schizofrenia che porta con sé comportamenti incoerenti, ma quel che più conta è il fatto di essere incurabile. Il poeta arriverà ad accusare persino la sua ex amante di tradimento con infermieri, medici e di ordire intrighi ai sui danni:

“Per il bisogno di distruggerlo”

Campana passa anni finalmente sedentari, ma soprattutto tranquilli e in armonia con ciò che lo circonda. Non mancano gli episodi-limite: qualche volta schiaffeggia gli infermieri e inveisce contro la sua ex amante, udita nella stanza a fianco. Leggeva il giornale, le cui notizie interpretate a suo modo servivano ad accrescere i deliri e gli sproloqui. Trascurava i compagni, evitando di rivolgere loro la parola. Nel 1922 il Resto del Carlino lo paragona addirittura a Torquato Tasso, relativamente alle comuni vicende di malata psichiatrici. Dal 1918 al 1932 è quasi solo in manicomio che Campana vive con sentimento di tranquillità e pacifica rassegnazione. A chi gli augura di tornare presto a riprendere la carriera letteraria risponde che questa non gli manca affatto, e che ora è:

“Tempo di dedicarsi a cose più importanti”

Ritratto di Campana eseguito da Giovanni Costetti

Ecco le parole di Campana tratte da un estratto delle memorie di Pariani:

“Io non vivo, vivo in uno stato di suggestione continua, sono ipnotico in alto grado, sono tutto pieno di correnti magnetiche, faccio il medium magnetico”

E poi, riferito alla sua salute:

“Sto a seppellire i morti e bisogna che sfrutti i terremoti…Mi chiamo Dino, come Dino mi chiamo Edison, l’inventore della macchina di introspezione con la quale si possono scoprire giacimenti di carbone, giacimenti di metalli”

E infine alla domanda:

“Ode sempre delle voci?”

La risposta:

“Sento sempre delle voci, sono telefonista, sono impiegato al telefono”

A chi, negli ultimi anni, gli consigliava di riprendere gli studi letterari e rimettersi a scrivere, Campana rispondeva:

“Non ho affari né attrazioni in Italia. Suppongo che il governo mi invierò in Germania più tardi per completarvi alcuni rapporti radio telepatici per la suggestione radiofonica diretta”

Ma soprattutto:

“Non saprei cosa dire riguardo la mia passata attività letteraria che fu esigua e frammentaria”

Negli anni Dino Campana è stato accostato ai poeti maledetti della scuola francese, ma anche a un altro grande artista “maledetto”, ovvero Vincent Van Gogh. Vi è un’enorme differenza tuttavia, sia tra Campana e i poeti francesi che nei confronti del pittore olandese. Se Paul Verlaine e Van Gogh hanno dato il meglio di sé dal punto di vista artistico in presenza della follia, Campana ne era immobilizzato. Nei momenti in cui la malattia mentale si manifestava con maggiore forza si trovava spesso ricoverato, in uno stato emotivo misto a pigrizia tali da non permettergli di poter scrivere neppure una riga. Così è stato negli ultimi dieci anni della sua esistenza.

È sempre Pariani a testimoniare lo stato di salute del suo celebre paziente. Ma con gli anni il quadro clinico dell’ormai ex-poeta non migliorava affatto. I colloqui con Campana danno perfettamente l’idea del disastro e dell’inquietudine che albergano nella sua mente. La occupano deliri dominati da elettricità, radiofonia, onde magnetiche e telepatia, che a suo dire provocherebbero guerre, distruzioni, terremoti, carestie ma anche resurrezioni.  Nel 1928 esce una nuova ristampa dei “Canti Orfici”. La prefazione dell’opera è curata da Bino Binazzi che così commenta la benemerenza di Attilio Vallecchi nel:

“Ristampare, a proprie spese e in perdita, l’opera poetica di un infelice di genio, Dino Campana”

Foto di Campana fra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta

L’esistenza disagiata, sebbene apportasse esperienze d’arte, finì col danneggiare l’ingegno, conclude Binazzi nella prefazione. Il 1931 viene registrato un progressivo, seppur lieve miglioramento delle condizioni di Campana. Per un certo periodo le stravaganze erano pressoché scomparse. Lo psichiatra registra comportamenti compatibili con la cessazione di ogni anomalia comportamentale e la conduzione di una vita pressoché sana. Raramente il fratello si fa vivo per visitarlo al manicomio di Scandicci, dove riprende in mano la penna ma soprattutto i libri. Studia l’inglese ma soprattutto il tedesco, sua vecchia passione. Inizia a desiderare con forza la fuga per una vita indipendente, anche senza la poesia. La metamorfosi di Campana richiama quella di Artur Rimbaud.

Questo straordinario ingegno poetico aveva in sé la forza della distruzione, esasperando l’arte con l’ausilio di sostanze psicotiche e assenzio. Anche Rimbaud, come Campana, soffrì di una nevrosi degenerativa che si accompagnava a una smania ambulatoria perenne. Il poeta di Marradi voleva, a suo modo, rifarsi una vita, la più sana possibile per lasciarsi alle spalle gli eccessi e la follia del periodo “artistico”. Non ne ebbe il tempo né la possibilità. Il 27 Febbraio 1932 entra nell’infermeria del manicomio di Scandicci con la febbre. Gli ultimi tre giorni di vita Campana li passa in un letto tra febbre altissima, spasmi e vaneggiamenti. Le ultime parole che disse, rivolgendosi all’infermiere, sono state:

“Setaioli, mi salvi che sto morendo”

Muore alle undici e tre quarti del 1° marzo a quarantasei anni e dopo quattordici di manicomio. La causa del decesso è da ricondurre ad una setticemia primitiva acuta, in seguito al ferimento con del filo spinato nella zona dello scroto procurata durante un probabile tentativo di fuga. Campana visse gli ultimi mesi di manicomio

“Tranquillo e pacifico, anche di notte. Con aspetto grasso e fresco, preciso nel vestire. Pareva un po’ vergognoso. Rispondeva se interrogato, compitissimo, gentile. Leggeva sempre il giornale, parlava coi dottori su questioni del giorno. Non si metteva in resse, dignitoso, magari aspettava di mangiare per non unirsi a far impeto”

Tomba di Dino Campana presso la cappella di S. Salvatore a Badia

Il giorno seguente la morte, il 2 marzo, il corpo di Campana viene inumato nel cimitero di San Colombano presso Scandicci, precisamente a Badia San Settimo. Nel 1942, su espressa richiesta di Pietro Bargellini, futuro sindaco di Firenze, al poeta riabilitato viene data più degna sepoltura presso la cappella del campanile della chiesa di San Salvatore. Il 4 Agosto 1944 i tedeschi, in ritirata da Firenze, fanno saltare in aria il campanile e la cappella sottostante.

Nel 1946 si tengono i funerali solenni, sempre presso San Salvatore. Alla cerimonia partecipano molte importanti personalità della letteratura italiana tra cui Eugenio Montale, Alfonso Gatto, Carlo Bo, Ottone Rosai e Vasco Pratolini. Un parziale risarcimento ad un dinamico artista, non pienamente riconosciuto al suo tempo. Anche da morto, Campana dovette seguire la sua natura di esule errabondo, diventando inevitabilmente per i critici un poeta maledetto, l’Arthur Rimbaud italiano.