Lucio Sergio Catilina nacque a Roma nel 108 a.C. da un’illustre ma decaduta famiglia romana, che apparteneva alla gens Sergia; una delle cento familiae che, secondo la leggenda, avevano partecipato alla fondazione della città eterna. D’indole indomita, resistente alla fatica, spavaldo e tenebroso, sapeva comportarsi austeramente con le persone serie e allegramente con i gaudenti; esercitava un fascino quasi magnetico nei confronti dei giovani che sempre lo attorniavano e lo seguivano appassionati.

Si arruolò a diciannove anni nell’esercito e presto passò agli ordini di Silla che seguì nella campagna in Asia minore e poi nella guerra civile, dove partecipò attivamente alle proscrizioni e alle sentenze capitali. Terminata la dittatura sillana si dedicò brillantemente alla carriera politica, ricoprendo tutte le magistrature al primo colpo. Divenuto questore a soli 40 anni, nel 66 a.C. decise di compiere l’ultimo passo e di puntare al consolato. In una Repubblica squassata da violente tensioni sociali, dove la ricchezza aveva sovvertito il precedente ordine basato sulla nascita e favorito l’emergere della nuova classe plutocratica dei cavalieri, Catilina si avvicinò al partito dei populares. Ai suoi occhi nella Repubblica agonizzante gli antichi valori della virtù, dell’onestà e dell’amor di patria, erano stati sostituiti da quelli più vili dell’egoismo e dell’accumulazione del denaro. Vigeva una sorta di doppia morale: da un lato l’oligarchia dominante si rifaceva pubblicamente ai retti esempi della moralità antica, mentre tutto il potere ormai non era altro che un gioco di corruzione e risorse economiche da gettare sul piatto della competizione politica.

Di ritorno dalla propretura in Africa Catilina, appoggiato dal finanziatore Crasso e dall’emergente Cesare, tentò per ben tre volte di farsi eleggere console e venne bloccato da brogli, false accuse ed espedienti politici. Egli voleva farsi portatore degli interessi dei più poveri, amato dalla plebe, rispettato e temuto dagli aristocratici, teneva in casa sua come cimelio la famosa aquila di Mario, l’alfiere delle aspirazioni popolari. Il suo programma politico prevedeva una definitiva redistribuzione della terra. La sua riforma della legge agraria era più radicale di quella mai entrata in vigore dei Gracchi e comportava una seria revisione del latifondo, che stritolava la penisola; ma includeva anche la cancellazione dei debiti e l’abrogazione delle leggi che disponevano l’arresto degli insolventi. Sia gli optimates che i cavalieri vedevano come fumo negli occhi queste proposte che intaccavano direttamente i loro interessi e patrimoni, così utilizzarono ogni modo per impedire la sua elezione a console. La prima volta venne accusato di concussione nel governo della provincia e poi assolto, negandogli la competizione elettorale. La seconda volta fu tradito dal proprio partito e dall’accordo sottobanco degli altri candidati che, votandosi tra loro, lo fecero arrivare terzo. La terza e ultima volta, forte dell’appoggio popolare e degli agricoltori venuti dalle campagne italiche per votarlo, la vittoria era a portata di mano; ma il console Cicerone riuscì con uno stratagemma a rinviare le elezioni, ben sapendo che questi non avrebbero potuto fermarsi a Roma per tutto quel tempo.

Solo allora maturò in lui la convinzione di dover ricorrere alla congiura per salire al potere e riformare lo Stato. La base più consistente del suo movimento era costituito dalla plebe rurale italica, da alcuni aristocratici “progressisti” e perfino da alcuni “illuminati” cavalieri, ma soprattutto da moltissimi giovani che ambivano al cambiamento e pure da molte donne influenti. Il piano consisteva nel fare insorgere la città, uccidere il console e alcuni senatori, mentre un esercito sarebbe avanzato dall’Etruria, stritolando Roma tra due fuochi.

Tradito da un congiurato fanfarone e dai suoi vecchi compagni di partito, Catilina venne pubblicamente accusato in senato da Cicerone. False lettere vennero addotte come prova e, screditato con ogni mezzo, si instillò nella plebe urbana la menzogna che i congiurati avessero in mente di bruciare la città e di trucidarne gli abitanti.  Nonostante la promessa di amnistia e la situazione disperata dei congiurati nessuno disertò né abbandonò il campo di Fiesole e, nello scontro impari contro le forze governative, tutti trovarono la morte senza arretrare di un solo passo.

La congiura di Catilina fu un fatto nuovo e potenzialmente devastante per la società romana: non si trattava di un semplice putsch per sostituire il gruppo di potere – come già accaduto tra Mario e Silla e in seguito tra Cesare e Pompeo e poi tra Antonio e Ottaviano -, ma un vero e proprio tentativo di cambiare l’assetto sociale e istituzionale dell’Urbe. Per questo motivo spaventò e atterrì tutti i contemporanei e gli storici successivi. Fu la prima rivoluzione fallita della Storia. Catilina fu un déraciné, transfugo della propria classe sociale; un reazionario che propugnava un ritorno alle origini della Repubblica; tant’è che anche di fronte a morte certa rifiutò di armare gli schiavi accorsi in massa al suo campo. Nel suo intimo fu un patriota che si pose a difesa dei miseri, degli oppressi e dei deboli cercando un riequilibrio tra l’oligarchia istituzionale e i diritti della plebe e questo gli valse il titolo di nemico dello Stato e la damnatio memoriae.