Nell’opera di Hristo Botev trova espressione la voce sprezzante di un popolo che, anche dopo 500 anni di ininterrotta dominazione ottomana, è riuscito a resistere ad ogni tentativo di assimilazione, salvaguardando una peculiare identità nell’attaccamento alla propria storia e alle proprie tradizioni. L’importanza dello scrittore è duplice. Come l’esiguo canzoniere che comprende 20 componimenti rappresenta l’opera quasi fondante della letteratura bulgara moderna, così il suo impegno rivoluzionario è alla base della nascita della nazione moderna: il 2 giugno, il “giorno di Botev”, è la festa nazionale in cui viene commemorato il poeta e coloro che sono morti per l’indipendenza. La vetta più alta della Bulgaria è il Monte Botev: metafora geografica che ci rivela il posto centrale che la figura del poeta occupa nell’immaginario collettivo.

Hristo Botev nasce il 6 gennaio del 1848 nel villagio di Kalofer, dove passa l’infanzia e l’adolescenza. Il padre Botyo Petkov è il maestro del villaggio. Nel 1863 a 15 anni viene mandato ad Odessa, nell’impero russo, per continuare gli studi liceali. Nel 1867 ritorna a Kalofer, dove occupa il posto del padre. Un appassionato discorso che tiene durante la festa di Cirillo e Metodio lo rende sospetto alle autorità turche: decide di allontanarsi in esilio e si trasferisce in Romania. Qui lavora come insegnante in diverse città di provincia (Alessandria, Ismail, Braila) ed a Bucarest. Prende contatto con gli esuli bulgari e si impegna nell’attività rivoluzionaria con la fondazione di diversi periodici (La parola degli emigranti bulgari, La sveglia, La bandiera). Si sposa con Veneta Vizireva.

Nel 1876 scoppia la rivolta d’aprile, l’apice del risveglio nazionale bulgaro, l’insurrezione generale contro gli Ottomani che, pur risolvendosi nel fallimento di un cruento disastro, contribuirà allo sviluppo degli avvenimenti che porteranno alla liberazione della Bulgaria dall’impero ottomano. Botev interviene personalmente in aiuto degli insorgenti. Come voivoda (capo) di un gruppo di 200 uomini, si imbarca a Giurgiu e dirotta il piroscafo austriaco Radetzky. Probabilmente non nutre nessuna speranza nella riuscita dell’impresa, ma l’azione contribuirà a suscitare l’interesse delle potenze europee per la questione bulgara. Sul battello scrive alla moglie Veneta, a cui raccomanda la figlia Ivanka, nata un mese prima:

“Dio mi conserverà in vita, e se sopravviverò noi saremo gli esseri più felici del mondo. Se morrò, sappi che dopo la patria tu sei quella che ho maggiormente amato”

Il gruppo oltrepassa il fiume e sbarca presso il Balcano di Vol. Dopo un furioso scontro, le truppe turche hanno la meglio, Botev viene colpito da una pallottola e muore a 28 anni. Al poeta viene mozzato il capo che viene esposto come monito alla popolazione nella città di Vratza. L’impresa di Botev ricorda il tentativo insurrezionale di Carlo Pisacane del 1857. In effetti, Botev aveva esaltato in un articolo del 1871 il coraggio del patriota napoletano, arrivando a citare alcuni versi de “La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini, che leggeva nella traduzione dell’intellettuale populista russo Aleksandr Herzen:

“Li disser ladri usciti dalle tane,

ma non portaron via nemmeno un pane;

e li sentii mandare un solo grido:

Siam venuti a morir pel nostro lido”

Locandina del film "Svoboda ili smârt" (Libertà o morte), 1969, di Nikola Korabov, che nel titolo riprende il motto rivoluzionario bulgaro e racconta l'ultimo periodo della vita del poeta

Locandina del film “Svoboda ili smârt” (Libertà o morte), 1969, di Nikola Korabov, che nel titolo riprende il motto rivoluzionario bulgaro e racconta l’ultimo periodo della vita del poeta

Nella formazione essenzialmente da autodidatta di Botev confluiscono influssi variegati: la poesia di Pushkin e di Lermontov, le opere di Victor Hugo, il socialismo utopistico di Fourier Proudhon. Alla cultura dotta si affianca l’influenza della ricca tradizione del folklore bulgaro, le cui testimonianze andavano raccogliendo in quegli anni i fratelli Miladinov, in un’attività etnografica analoga a quella svolta dei fratelli Grimm per le fiabe della tradizione tedesca o di Vuk Karadzic per i canti popolari serbi, nel segno del revival romantico delle culture popolari nazionali. Botev racconta di aver appreso questi racconti dalla voce della madre, appassionandosi in particolar modo alle storie di un passato eroico in cui veniva esaltato il coraggio dei ribelli contro l’occupante turco. I numerosi articoli, frutto di un’intensa attività pubblicistica (“Il giornalismo è una delle prime armi nella lotta sociale“), delineano la coerente, anche se espressa in termini frammentari, visione del mondo boteviana. Per Botev l’intellettuale non deve pontificare dalla sua torre d’avorio e non deve limitare la sua attività ad una letteratura escapista:

“La scienza, la letteratura, la poesia, così come il giornalismo, tutte queste attività dovrebbero portare il marchio della propaganda politica. Mai più l’arte per l’arte”

Il compito dell’intellettuale è di favorire maieuticamente la ribellione del popolo:

“Una parola d’incitamente oggi è di gran lunga più importante che volumi interi di opere diplomatiche e filosofiche nel futuro”

Dimitar Gyudjenov, La mietitura

Dimitar Gyudjenov, La mietitura

Botev legge la storia come un campo di battaglia in cui si affrontano il passato dei privilegi feudali e la novità della libertà popolare. La storia bulgara viene rivista nella prospettiva dello scontro dialettico tra il popolo e i suoi oppressori. Cirillo e Metodio non hanno solamente inventato un nuovo alfabeto e la setta dei bogomilisti, affini ai catari, non ha esclusivamente predicato un’eresia religiosa: alla base di queste esperienze vi è un messaggio politico di libertà per l’indipendenza e l’autonomia nazionale. Nel radicalismo populista di Botev la vita familiare e sociale del popolo rappresenta un modello di sanità morale da opporre alla corruzione e alla decadenza del potere di sovrani e nobili, i quali adottando “la vuota cultura ortodossa di Bisanzio” hanno ostacolato lo sviluppo del carattere nazionale:

“Tutto il passato storico e politico del nostro popolo è stato, di fatto, puramente bizantino. Voi vedete anche che in quel passato sono vissuti solo i re, i boiari ed il clero, mentre il popolo, per la sua profonda moralità sociale, s’è sempre tenuto in disparte dalla depravazione del suo governo”

La lotta per la liberazione dal giogo turco dovrà necessariamente avvenire con l’aiuto di altre potenze europee. L’identità del popolo, però, deve essere preservata e non si deve annullare nell’imitazione dell’Europa occidentale:

“Come accogliendo la cultura bizantina e scimmiottandola siamo riusciti a diventare schiavi dei barbari dell’Asia, così ora scimmiottando ciecamente l’Europa, noi giungeremo ad essere schiavi di noi stessi. Se è così, cosa si deve fare? Innanzi tutto noi dobbiamo riprendere la lotta di Samuele [zar dell’Impero Bulgaro dal 987 al 1014] contro la nuova Bisanzio e poi prendere dall’Europa solo quello di cui abbiamo bisogno e che noi non possediamo a sufficienza e che è riconosciuto utile per l’uomo”

La sconfitta e la morte di Samuele, zar di Bulgaria, rappresentata nelle cronache di Costantino Manasse del XII secolo

La sconfitta e la morte di Samuele, zar di Bulgaria, rappresentata nelle cronache di Costantino Manasse del XII secolo

La premessa di ogni progresso è la libertà e solo un popolo libero può perseguire la propria strada verso lo sviluppo e l’autodeterminazione:

“Un occhio è necessario per percepire la luce, un orecchio per ascoltare il suono e la ragione per comprendere anche le verità più semplici; così la scienza, l’educazione e lo sviluppo sono essenziali ad ogni popolo per raggiungere un certo livello di benessere. Ma tutto ciò dipende da un prerequisito di cui noi siamo privi – la libertà!”

Nei toni di un millenarismo liberatorio Botev professa la fede in un’evoluzione che correggerà le storture della società, attendendo “il risveglio delle nazioni e il futuro ordine comunista nel mondo intero“. Allude ad un tempo che “renderà l’uomo qualcosa di più che un figlio di Dio e un cittadino – non un ideale, ma un uomo reale“. L’amore per il proprio popolo e il patriottismo di Botev, che risultano essere un’estensione degli affetti familiari (“Colui che non ama suo padre e sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle, quello non ama neanche la propria patria“), non si risolvono in sciovinismo o in gretta chiusura ed autoesaltazione.

L’interessamento per le lotte di liberazione in Italia, Grecia, Romania e Serbia e per l’esperimento della Comune di Parigi, lo porta a realizzare che solo quando ogni popolo avrà raggiunto la propria indipendenza si potrà avere giustizia: è un internazionalismo che ha come prerequisito la relazione tra popoli liberi e parimenti degni. Il nazionalismo, basato sulla naturale appartenenza al proprio popolo, viene associato indissolubilmente alla critica sociale e ad un desiderio utopico nella realizzazione di un futuro improntato all’uguaglianza tra le classi. Non esistono differenze tra il nemico nazionale e il nemico di classe, entrambi tentano in modi complementari di imporre al popolo la schiavitù dell’obbedienza:

“Dove non ci sono i Turchi, i ricchi sono gli oppressori”

Konstantin Makovskij, Le martiri bulgare

Konstantin Makovskij, Le martiri bulgare

I “Canti” di Hristo Botev sono poesie d’occasione che nascono tutte da un’esigenza comunicativa immediata. La genuina ed ingenua semplicità del dettato e il vigore polemico dell’esortazione e dell’invettiva si collegano direttamente alla sua attività rivoluzionaria. Con coerenza, gli ideali a cui ispira la sua poesia, sono gli stessi a cui si rifà la sua vita. Il limitato ventaglio tematico e lo stile tra l’artatamente naïf ed il petroso” conferiscono a queste poesie una compattezza ed austerità classica. Dai canti popolari Botev deriva l’esaltazione degli aiduchi, i ribelli-briganti che ritroviamo in tutta la penisola balcanica occupata ed in Ungheria, affini ai kleftes greci, che nel XVII e XVIII secolo si ritirano sulle montagne ingaggiando una sfiancante guerriglia contro i Turchi, difendendo i contadini dai loro soprusi.

Hajduti“, presentato come un canto del nonno al nipote, è la storia dell’infanzia di Cavdar, “terribile hajdut ed astuto voivoda“, che per 20 anni è stato il terrore di corbardzi (ricchi mercanti) e turchi e l’ala protettiva per la misera gente. L’unione alla banda di briganti è un rito di passaggio che segna l’uscita dalla confortevole tranquillità familiare e l’ingresso in una nuova dimensione segnata dall’impegno comunitario. Affinché non segua il padre hajdutin, a dodici anni la madre lo affida allo zio, un usuraio, ma il ragazzo ha ereditato lo spirito ribelle del genitore e, assecondando la sua inclinazione per la libertà, protesta veementemente poiché vuole seguire le orme del padre. Alla fine la madre, in lacrime, accetta che il piccolo si unisca alla banda del padre:

“Cavdar salta di gioia

all’idea di andare dal babbo

a vedere i terribili hajduti,

là dove essi hanno il raduno;

e la madre dolente, con pena

abbraccia il figlio suo caro

e scoppia in pianto”

In “La fanciulla che s’è lasciata rapire” alle imprecazioni della madre contro la figlia “Stojana vestita di bianco“, che uscita per attingere l’acqua fugge da casa con la banda dell’amato Dojcin, voivoda, si contrappone la tenera saggezza del vecchio padre. Questi, accarezzandosi la barba, rivolge una benedizione ai due, ricordandosi del suo passato da hajdutin:

“… foresta,

me, nutristi, vecchio ribelle

e i miei giovani scelti compagni

ora nutri foresta, i miei figli,

finché il sole guarderà il mondo”

Il rischio delle lotte intestine all’interno di queste bande viene adombrato in “È comparsa una nuvola nera“. Le scelte lessicali suggeriscono come la banda di hajduti possa diventare quasi una nuova famiglia, dove i legami forgiati nell’ideale della giustizia sostituiscono quelli di sangue familiari. La tempesta è incipiente, il nipote vede il nonno piangere e gli chiede i motivi della sua tristezza, lui che nella foresta un anno prima aveva visto sedere gagliardo e forte tra “giovani ribelli come un padre“. Due altri hajduti, che il nonno chiama “figli fedeli“, si sono scontrati su chi dovesse diventare il nuovo capo del gruppo. Questi dissidi non hanno portato ad altro che alla cattura e all’esecuzione dei due:

“anche i monti erano angusti

per una banda rissosa!

E oggi le loro teste trafitte

inducono al pianto chi passa”

Vladimir Dimitrov, Fanciulla

Vladimir Dimitrov, Fanciulla

I veri antagonisti degli aiduchi e dei rivoluzionari non sono tanto i Turchi, relegati nella ferinità del non essere, ma gli oppressi che accettano muti le prevaricazioni in un’attesa infinita “nella culla di schiavi” (Elegia) o arrivano addirittura a solidarizzare con gli oppressori, “il branco di lupi che vestiva pelli d’agnello” (Lotta). Sono coloro che vegetano appiattiti in un conformismo rispettoso della tirannia e dei ricchi, senza interrogarsi sulla violenza e la sopraffazione che sono alla base del potere e dell’opulenza:

“È ricco”- dicono; ma nessuno gli chiede

quanti uomini abbia vivi bruciati,

quanti orfani abbia spogliati,

quanto, sull’ altare, abbia a Dio mentito

con preghiere, giuramenti, false parole” (Lotta)

Lo psogos dell’invettiva del poeta ne “La festa di San Giorgio” arriva a paragonare il popolo che non si ribella al gregge mansueto e belante che si lascia condurre, vigilato dai cani, dal pastore-re al macello. Scrive al fratello:

“Adoro la Patria diletta,

ne custodisco il retaggio;

ma mi smarrisco, fratello,

nell’odio di questi insensati” (Al fratello)

Nella taverna” esprime lo sconforto col desiderio di dimenticare nell’ebbrezza insieme la violenza del tiranno e:

“la mia gente infelice,

la tomba di mio padre, il pianto della mamma”

Non ci può essere solidarietà tra popolo ed élite: “i parassiti nostri e stranieri” sono i vampiri che succhiano la vita del popolo (Elegia). La contrapposizione viene elevata al piano metafisico. In “Preghiera“, dove si sente l’influenza del dualismo bogomilista che ammette l’esistenza di un Dio del Bene e un Dio del Male, si rivolge al “Dio di Giustizia“, che è l’antitesi della divinità che:

“insegna allo schiavo a soffrire ed a patire

e che fino alla tomba lo nutre

solo di nude speranze”

Innalza il suo grido non al Dio dei pope e dei tiranni, “nemici dell’umanità”, ma al Dio difensore degli schiavi: presto sarà celebrato da tutti i popoli e ispirando un “vivo amore di libertà” guiderà l’insurrezione contro il “regno di viltà, di lussuria e di lagrime“, al grido di “O pane o piombo!” (Lotta). Possiamo accostare il tono della poesia, improntato ad un manicheismo che non ammette compromessi, alla provocazione carducciana dell'”Inno a Satana“:

“Tu spiri, o Satana,

[…]

Sfidando il dio

De’ rei pontefici,

De’ re crüenti”

Robert Capa, Morte di un miliziano

Robert Capa, Morte di un miliziano

Diversi componimenti si impongono con la forza icastica di una chiara profezia: il poeta è intento nella costruzione del proprio mito biografico anticipando nella creazione letteraria la sua fine cruenta e collegando la sua azione insurrezionale a quella di altri illustri predecessori. In “Congedo“, scritta durante l’organizzazione di un primo fallito tentativo di insurrezione nell’estate del 1868, immagina di salutare la madre prima di diventare hajdutin. Questa non deve rattristarsi e piangere, ma maledire i Turchi:

“che cacciano noi giovani

in una ostile terra straniera”

E ancora:

“infuriano sul focolare dei padri;

là dove io son cresciuto,

e dove succhiai il tuo latte”

Quando la madre sentirà sparare, allora dovrà uscire di casa e domandare del figlio. Alla notizia della sua morte, tornerà a casa e racconterà ai piccoli fratelli come il poeta sia morto per la loro libertà: i fratelli, allora, andranno a cercare sui monti, sulle “vette delle aquile“, “le bianche carni […] e il sangue nero” e recupereranno la spada e il fucile, quasi relique del martire rivoluzionario. Il sacrificio del poeta sarà celebrato con canti dai giovani del paese. Ascoltando questi canti, la madre incontrerà lo sguardo della donna amata dal poeta e “due lacrime gocceranno su un vecchio e su un giovane seno“. La seconda parte della poesia considera l’altra eventualità. Non è escluso che dalla lotta, egli possa uscire salvo e vincitore: allora sarà accolto, insieme ai compagni:

“vestiti da soldati, e in fronte […] leoni dorati, su le spalle fucili e baionette

e spade come serpi lunghe e strette”

Con ghirlande di fiori e canti dalla madre e dall’amata.

L’impiccagione di Vasil Levski” commemora nel tono di un cupo pessimismo, tra il lugubre gracchiare di un corvo neroululati di lupi e strilla di bambini, la morte dell’eroe nazionale, “l’apostolo della libertà“, ideologo della rivolta per l’indipendenza, catturato ed impiccato pubblicamente a Sofia nel 1873. Il poeta si rivolge alla patria personificata nella figura di una madre vestita a lutto, che piange “l’unico figlio“, mentre schiava ed abbandonata invoca aiuto “in un deserto“. Un paesaggio desolato e senza speranza segna l’irreversibilità della fine, la perdita che sembra precipitare anche la parola poetica negli abissi del silenzio:

“Canta l’inverno il suo canto crudele,

le raffiche inseguono i cardi per il piano;

freddo, gelo, pianto senza speranza

fasciano di tormento il tuo cuore”

La band metal Epizod nell’album “Bâlgarskijat bog” (2002) ha musicato alcune poesie di Hristo Botev e Ivan Vazov, autore del ciclo “L’epopea dei dimenticati”

Un altro rivoluzionario è il protagonista della ballata “Hadji Dimitar“, capolavoro di Botev, componimento che non sfigurerebbe nel Parnaso del Romanticismo europeo. Qui il poeta ci offre quasi un fermo immagine dell’uomo morente sulla Stara Planina, gettato a terra il fucile da un lato, dall’altro la spada. È forte il contrasto tra chi sta morendo dopo aver lottato per la libertà e la placida sottomissione delle mietitrici che intente nel loro lavoro cantano ignare. L’idea chiave del componimento riguarda l’immortalità, meritata con l’impresa eroica, garantita dal ricordo, come anticipa il grido incipitario “Vive, lui vive“. La potenza orfica della melodia del sacrificio rivoluzionario dispiega la sua magia ipnotica sugli elementi della natura, addomesticando tutti gli animali:

“Chi per la libertà lottando cade

non muore, poiché lo rimpiangono

e terra e cielo, belve e natura,

e su di lui cantano carmi i poeti.

Di giorno l’aquila l’ombra gli porge

e umile il lupo gli lambisce la piaga;

dall’alto il falco, l’uccello dei prodi,

anch’esso veglia l’eroe fratello”

Le samodive, le ninfe della mitologia slava, a sera vestite di bianco si avvicinano all’eroe ferito, che chiede dei compagni, e, intonando un canto, gli medicano la ferita, aspergono acqua sorgiva e lo baciano, prima di involarsi in cielo.

Monumento colosswale al poeta nella città di Vratsa

Monumento colossale al poeta nella città di Vratsa

Al di là delle contingenze del contesto storico, il messaggio di Hristo Botev splende ancora di brillante attualità. L’attività intellettuale da inverare nel reame della politica come servizio alla propria comunità nazionale; la fiducia nonostante le avversità e gli insuccessi, nell’importanza dell’impegno individuale contro ogni fatalismo rinunciatario; la coerenza dell’idealecontrapposto al conformismo dello spirito del tempo, nella ferma credenza di una palingenesi futura possibile. Di tutto ciò ci offre testimonianza l’opera e la vita del poeta bulgaro.