«Berto Ricci ha reso fiera la nostra Nazione, e ogni italiano ne è orgoglioso». Così arrivò ad esprimersi Giampiero Mughini, in una celebre e contestata conferenza con Valerio Morucci tenuta a CasaPound pochi anni fa. Ma siamo davvero sicuri che sia così? Nell’Italia in crisi dei nostri giorni, quanti conoscono la lezione dell’intellettuale fiorentino?

La verità è che il suo anticonformismo dirompente, la sua prosa violenta e il suo spregiudicato antiborghesismo risulterebbero indigesti all’opinione pubblica dei nostri giorni, più a suo agio tra grilli parlanti e grandi fratelli. Ciò che è peggio è che Berto fu fascista non per calcolo politico né per comodità, come gli illustri Montanelli, Bocca & co. descritti ne “I Redenti” di Mirella Serri. Ma lo fece aderendo intimamente ai principi della “rivoluzione delle camicie nere”, cercando di incarnarli in ogni gesto ed ogni azione. La sua vita fu un sofferto e meditato percorso volto alla realizzazione di ciò che veniva definito l’“uomo nuovo”: spartano, eroico, anti-individualista, con tutte le difficoltà e le contraddizioni del caso. Ricci (1905 – 1941) si avvicinò relativamente tardi al fascismo, iniziando a collaborare al “Selvaggio” di Mino Maccari nel 1927, e dimostrando sin da subito di trovarsi a suo agio nei fogli meno conformisti del Regime. Forte del suo passato anarchico, assaltò senza remore la mentalità borghese e l’ottuso clericalismo che frenavano le istanze sociali e rinnovatrici del periodo, attirandosi le ire di quel “conservatorismo vecchio ed inutile” che affollava l’Italia. Quasi galvanizzato dalla polemica, continuò febbrilmente la sua attività culturale fino a fondare nel 1931 “L’Universale” («scritto col fuoco, alla carducciana, e non con lo stile leopardevole»), rivista che raccolse le intelligenze più giovani e spregiudicate della “sinistra fascista”.  Non perse tempo ad innescare dibattiti con i suoi articoli al vetriolo, che mettevano a nudo la meschinità di quanti aderivano al Regime per paura o meri scopi personali: «L’Italia è stata liberata dai bolscevichi, ma bisognerà liberarla dai commendatori, razza più dannata; dai professori corrotti ed insulsi, e da tutta la maledetta gente perbenino». In “Errori del nazionalismo italico” sfidò ampi settori della cultura del tempo, legati ad una visione ottusa, limitata e borghese della Patria, adulatrice della propria terra e del proprio capo a prescindere. Al suo posto Ricci propugnò la riscoperta dell’Imperialismo, inteso non come politica aggressiva, ma spinta ideale che riesce a conquistare i popoli in virtù della suo primato culturale, sulla scia del Dante del Monarchia e del Mazzini del Concilio. Una vera e propria sfida di civiltà, che contrapponeva il fascismo alle ideologie materialiste liberali e marxiste, da lui descritte quali due facce della decadenza: «Cadente Mosca non perché sovvertitrice, ma perché asservita alla causa della materia e del capitale. […] Congiurata con l’antirivoluzione poliglotta ai danni dell’Italia novatrice e proletaria – resta come polo dei popoli Roma e soltanto Roma». Il suo progetto considerava centrale rifiutare la concezione dell’homo oeconomicus («L’intelligenza fascista mira al totale dell’Uomo, non ha punti di contatto con l’uomo economico»), riconoscendo e preservando tutte le tradizioni e le spinte verso il sacro che sono parte fondamentale dei popoli.

La tensione spirituale fu una costante del pensiero ricciano, potendo individuare nei suoi scritti eroismo nietzscheano, vitalismo bergsoniano e richiami pagani accanto ad un cattolicesimo “pauperistico e guerriero”, sull’esempio dei Templari.  Insieme a tutto questo vi era una spiccata attenzione per l’aspetto sociale: Ricci si batté con forza per far “accorciare le distanze” tra classi sociali, per una scuola aperta a tutti, per le Corporazioni come luogo di effettiva e feconda partecipazione dei lavoratori, oltre che di selezione delle élites politiche. Il suo impegno in questo senso gli attirò addirittura accuse di “bolscevismo” da parte di Farinacci, quando Ricci arrivò a negare che la proprietà privata fosse un principio inviolabile del fascismo. Incurante delle critiche continuò a combattere conservatori, borghesi e profittatori: «la mentalità d’arricchimento va combattuta e limitata, pena il restar fermi all’idolo antieroico e antifascista della ricchezza vertice di valori. […] Occorre che la ricchezza privata valga poco, serva a poco; che con essa si ottenga poco». A livello mondiale, simbolo di questa mentalità erano per lui le “plutocrazie” inglese ed americana. Ricci si oppose fermamente alla penetrazione dei loro costumi in Italia, arrivando a scagliare idealmente Roma “la Città dell’Anima” contro Chicago “la città del maiale”. La risposta al parlamentarismo capitalista stava nella già accennata Corporazione, fulcro di una riforma che avrebbe visto l’economia subordinata ad un’etica superiore sintetizzata dallo Stato. «Il problema non è o è solo secondariamente abbattere il bolscevismo, ma in primissima linea quello di abbattere un mondo, una struttura economica che ha reso il bolscevismo possibile ed inevitabile». Dopo aver suscitato interesse in Julius Evola, Giuseppe Bottai, Emilio Settimelli, Benito Mussolini (che incontrò nel 1934 a Palazzo Venezia) ed essersi messo in contrasto addirittura con Giovanni Gentile (pubblicò un “Manifesto Realista” in contrapposizione all’idealismo e alla moderazione del filosofo siciliano), vide la sua rivista chiudere agli albori della Guerra d’Etiopia. Una decisione profondamente sbagliata del Regime, anche se forse “L’Universale” sarebbe cessato comunque, visto che quasi tutti i suoi componenti partirono per il fronte, Ricci in primis. «Se resto a casa sono un uomo inutile: non son più buono a scrivere un rigo o a dire una parola. E come me ce n’è tanti. Almeno ai giornalisti dovrebbe essere concesso di combattere» scrisse chiedendo di essere assegnato alla prima linea. Molti gerarchi, invece, andarono in caccia di gloria a buon mercato, facendo solo finta di combattere. Solo Farinacci si ferì…mentre pescava! Al suo ritorno Ricci collaborò con molte riviste di primo piano, come “Critica Fascista” di Bottai e “Il Popolo d’Italia” di Mussolini, oltre ovviamente al libro Processo alla Borghesia, sintesi della battaglia contro la mentalità “passatista” che Berto conosceva bene. Un intellettuale veramente dissidente, capace di coniugare pensiero e azione, di “demolire” il capitalismo senza concedere nulla agli errori del suo paese e dei suoi compagni di trincea. «Affogare nel ridicolo chi vede nella discussione il diavolo; chi non capisce la funzione dell’eresia; chi confonde unità e uniformità […] muoversi, saper sbagliare. Sapere interessare il popolo all’intelligenza […] libertà da conquistare, da guadagnare, da sudare […] una libertà come valore eterno, incancellabile, fondamentale»: questo era il suo manifesto. Ma il fecondo contributo culturale del “fascista eretico” (definizione di Paolo Buchignani), simbolo di quella gioventù entusiasta ed insofferente che avrebbe costituito la futura classe dirigente, fu interrotto bruscamente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. L’intellettuale toscano si gettò con coraggio nel fronte africano, trovando la morte per mano inglese il 2 Febbraio 1941 a Bir Gandula. Il conflitto si concluse tragicamente e i sogni di chi, come Ricci, aveva creduto nel riscatto del popolo italiano, finirono nel sangue.

Fortunatamente il suo lascito non è andato completamente perduto, e il “dialogo con la storia” prende lentamente vita. Ultimamente il suo pensiero è stato accostato addirittura ad Antonio Gramsci (per la concezione di politica totalitaria, l’anti-accademismo e la visione realista e populista) e ad Ernst Jünger (nell’idea di “cavalcare la tigre” tecnologica e sul piano del lavoratore inteso come realtà spirituale). Ma è ancora poco, troppo poco. Il suo impegno civile e rivoluzionario, la sua coerenza, la sua vis polemica, il suo inesauribile contributo culturale e il suo eroismo sono stati sostanzialmente accantonati, e Dio sa quanto ne avremmo bisogno.