“Questo diritto di proprietà si è esteso, per deduzione logica, dal suolo ad altri strumenti, prodotti accumulati del lavoro, indicati col nome generico di capitali. Ora, poiché, i capitali, sterili in se stessi, fruttano solo con la manodopera, e poiché, d’altro lato, sono necessariamente la materia prima lavorata dalle forze sociali, la maggioranza, esclusa dal possesso, è condannata ai lavori forzati a profitto della minoranza possidente. Gli strumenti e i frutti del lavoro non appartengono ai lavoratori, ma agli oziosi. I rami golosi assorbono la linfa vitale dell’albero a scapito dei ramoscelli fertili. I calabroni divorano il miele creato dalle api.” Chi fa la minestra la deve mangiare, Louis-Auguste Blanqui.

Blanqui fu uno dei maggiori esponenti del “socialismo francese”, quella corrente ideologica, d’ispirazione marxista nata dall’esperienza di alcuni intellettuali più vicini ai valori repubblicani e ai movimenti operai francesi, che prese vita nella sua forma più alta e compiuta con la Comune di Parigi del 1871. Dopo la sconfitta francese difronte all’invasione della Prussia di Bismarck e l’instaurazione di una nuova Repubblica di moderati, gli esponenti internazionalisti, i sindacati ed i circoli (o clubs)  più rivoluzionari si organizzarono in comitati per ogni arrondissement della città con l’intento di sorvegliare le azioni del nuovo e facilmente corruttibile governo. Quasi a creare uno Stato nello Stato questi comitati finirono per avere un autonomo potere esecutivo e legislativo, e radunarono intorno a sé la base popolare e proletaria, amministrativamente strutturata, di una città prossima all’assedio.

Blanqui, proprio in questo contesto, animo ribelle per eccellenza, fu un rivoluzionario attivo – contrariamente ai seguaci della scuola proudhoniana, avversi a qualsiasi forma di Stato e di Potere – sia a livello amministrativo che ideologico. Vicino al comunismo marxista, e all’ala più radicale della Rivoluzione del 1789, quella giacobina guidata da Robespierre, il blanquismo prende piede libero ai vertici politici della Comune di Parigi tanto da diventare una scuola di pensiero: un piccolo nucleo di persone doveva incarnare la scintilla rivoluzionaria in grado di portare l’intero proletariato al potere tramite l’abolizione totale della proprietà dei mezzi di produzione per avvalersi di un modello associativo in cui la ricchezza provenga dal lavoro stesso.
Blanqui, in stato di cospirazione permanente, in quel fervente periodo di rivolte, partecipò e fondò diverse società sotterranee che lo videro coinvolto in una lotta armata senza tregua contro le forze del governo provvisorio, e per la quale finisce il più delle volte in prigione. Vi passerà in tutto 30 anni della sua vita, e in quei pochi mesi di pura autarchia socialista, di uguaglianza sociale, di collettivismo, anche se Blanqui fu eletto come testa di lista in numerosi quartieri della città, non vi poté partecipare a causa della sua cattura e della sua condanna a morte (ma venne poi graziato) da parte della polizia del governo Thiers. Tra i socialisti più valorosi ed efficienti, Auguste Blanqui, se fosse stato a Parigi, avrebbe potuto cambiare le sorti della Comune? Lo stesso Marx si interrogò in proposito.
Blanqui credeva fermamente nel comunismo, un processo fisiologico per cui un governo popolare forte di una nazionalizzazione delle industrie e delle imprese agricole, dei settori strategici e commerciali, organizzato su base associativa e comunitaria, in cui si sviluppa un’educazione dell’individuo repubblicana e laica, avrebbe portato inevitabilmente alla libertà. Ma un’impronta più impaziente e vitale, meno determinista e scientifica, più appassionata e meno metodica, porta Blanqui a commettere degli errori che Engels caratterizza di inesperienza, e che Marx definisce come propri del “socialismo utopistico”. Errori che nella rivoluzione proletaria non trovano posto e che inquadreranno per sempre Blanqui come uno sconfitto.