Ardengo Amedeo Maria Soffici, questo è il vero nome di battesimo, nasce il 7 aprile 1879, in una piccola frazione di poche case a Rignano sull’Arno, in una agiata famiglia di coltivatori. Cresce fino all’età di dodici anni in una panica gioia di possedere e di godere la natura che lo circonda. Attorno al 1890, sotto la guida di don Giuseppe Fabbricci, nominato suo precettore privato, l’undicenne Ardengo scopre l’arte e la poesia. Le prime letture, disordinate e scolastiche, lo portano ad accostarsi a qualche brano della Divina Commedia di Dante Alighieri, testi di Giuseppe Parini, Torquato Tasso, Ludovico Ariosto ed a interessarsi alle pitture murali che costellano le cappelle delle piccole chiese dei paesi toscani:

Credo che il vivere libero come un giovane animale, tuffato nella realtà genuina delle cose terrestri, aperto a tutte le sensazioni naturali, e ciò in un paese così luminoso, armonioso, felice anche nel suo popolo lavoratore pur scarsissimo alla comprensione del bello e dell’umano ed alla schietta espressione coi mezzi dell’arte. Ma sono d’altra parte ugualmente certo che a precisare e a corroborare la mia vocazione contribuisse molto la vista delle prime opere d’arte nelle chiese” (L’uva e la croce)

Scatto di Ardengo Soffici

Mentre questo sviluppo fisico e mentale è in atto, la sua famiglia subisce un tracollo finanziario ed è costretta a trasferirsi nella vicina Firenze. Proprio dal distacco doloroso dalle sue terre, balzano i chiari rilievi di una fanciullezza perduta:

Mi ricordo le mattine che passavano così nella frescura delle albe già un poco brumose, seduti presso il capanno accanto al tenditore Bobi, in mezzo alla rorida prateria allietata dal cinguettio dei molti richiami. La mia gioia traboccava di primordiale e selvaggio, come se per un momento fossi tornato ad abbeverarmi alle vergini scaturigini vitali della nostra specie” (Passi tra le rovine)

Nel 1896 Ardengo, contro la sua volontà, viene iscritto alle scuole tecniche mentre i genitori lasciano Firenze per stabilirsi a Prato presso un ricco parente che li ospita. Per il ventenne Soffici è decisiva l’entrata nella Scuola del nudo fiorentino. Fondamentale è l’incontro con il pittore Telemaco Signorini, che accoglie il giovane Ardengo come un allievo nel suo studio. Nel frattempo le sue letture si incentravano su Lev Tolstoj, William Shakespeare, Carlo Goldoni ed inizia ad eseguire alcune illustrazioni. Nel 1899 muore il padre e la miseria si affaccia in tutta la sua tragica evidenza nella vita di Soffici:

La mattina dopo mio padre era morto. Mia madre andò a vederlo in una specie di deposito dove era stato collocato insieme agli altri morti della nottata, per essere trasportato in un unico carro al cimitero di Trespiano; se non pure abbandonato agli allievi medici della scuola anatomica. Così mio padre sparì miserabilmente dalla mia vita; rientrò nel nulla plebeo dal quale era uscito; nè ho mai saputo dove fosse la sua tomba, o se avesse avuto una tomba nell’immenso camposanto dove vanno a finire i morti poveri di Firenze” (Giornale di bordo)

Autoritratto del 1907

La passione per l’arte è un motivo che lo spinge ad andare avanti. Il nuovo secolo porta delle novità sorprendenti in campo artistico. Le speranze del Novecento sono proiettate verso linguaggi nuovi che guardano verso dimensioni di ricerca autonoma e rinascita negli atti e giudizi, di quei movimenti d’avanguardia, che gli Scapigliati lombardi ed i Macchiaioli toscani hanno portato alle estreme conseguenze nell’Italia umbertina. I giovani che con Soffici subiscono l’influenza delle nuove scuole, che fanno capo a Giovanni Segantini, Arnold Böcklin ed ai preraffaelliti, avvertono confusamente l’emergere di esigenze e di prospettive artistiche nuove. La passione di Soffici è molto rivolta all’orizzonte letterario: fra gli autori e le opere spiccano le Odi Barbare di Giosuè Carducci e di Gabriele D’Annunzio le Elegie romane e Il Piacere. Ma proprio in quei tempi, si fanno sempre più insistenti i riferimenti alla grande stagione della pittura francese. Gli interessi di Soffici convergono su Eugène Delacroix, Honoré Daumier, Jean-François Millet ed Edgar Degas.

La cognizione via via più vasta di ciò che si faceva fuori dall’Italia, dovuta alle nostre letture, alle pubblicazioni periodiche e illustrate e scartabellate nelle librerie cittadine, ed alle opere d’arte che spesso ci occorreva di vedere in esposizione e raccolte private, contribuiva ad aumentare tale scontentezza ed a suscitare in noi il desiderio di profondi rinnovamenti in casa nostra. Specialmente dalla Francia ci venivano incitamenti in questo senso. Giovani che ne ritornavano ci parlavano di novità artistiche e letterarie strabilianti, di grandi uomini che la operavano in un’atmosfera d’entusiasmo spirituale pari a quello che soltanto anticamente s’era sconosciuto tra noi in particolare a Firenze” (Il salto vitale)

È in questo contesto che matura in Ardengo il progetto di un viaggio nella Parigi del “salto vitale”, proiettandosi così verso un nuovo e vasto bacino artistico: Il 6 novembre del 1900, Soffici insieme a Umberto Brunelleschi, Giovanni Costetti e Bruno Melis parte alla volta della capitale francese:

La mattina dopo, che era il 6 novembre del 1900, io, Giovanni Costretti e Brunelleschi eravamo di buonissima ora alla stazione centrale, dove avevamo occupato coi nostri pochi bagagli uno scompartimento di terza classe del treno diretto per Torino” (Il salto vitale)

Vignetta umoristica di Ardengo Soffici nel suo periodo parigino nei primi del Novecento

Siamo nell’anno dell’Esposizione Universale: la città affascina Ardengo, ma presto lo stringerà in un nero cerchio di miseria. Per mantenersi collabora a diverse riviste parigine come vignettista. Dotato dell’estro pittorico e di una grande capacità di adattamento, grazie alla conoscenza di nuovi amici pittori nella bohème parigina rivoluzionerà il suo repertorio pittorico:

Quando vi arrivai io, la Ruche era piena zeppa, come la vidi poi sempre, di ogni generazione d’artisti, di bohèmes, e anche di artigiani da ogni parte del mondo: piena come un uovo. V’erano pittori e scrittori francesi, scandinavi, russi, spagnoli; scultori e musicisti tedeschi; dilettanti inglesi e americani; formatori italiani; incisori del quartiere; falsificatori di statuette gotiche; qualche avventuriero balcanico, sud-americano, o del prossimo oriente; tutti, quale con la moglie, quale con l’amante, quale solo, – come finalmente, ero io” (Il salto vitale)

 Negli anni parigini, Soffici compie un viaggio attraverso le maggiori tappe dell’arte contemporanea europea. Visita più volte il Louvre, ma allo stesso tempo si butta a capofitto per le strade, le piazze e le campagne. Dipinge, disegna, scrive e assorbe il linguaggio figurativo dell’avanguardia; legge Arthur Rimbaud e lo traduce in italiano. Nell’estate del 1903 Ardengo ritorna per un periodo di tempo a Firenze e conosce Giovanni Papini, che diventerà suo amico per tutta la vita. Avvia una collaborazione con la rivista fiorentina il Leonardo, diretta dallo stesso Papini e Giovanni Prezzolini sotto lo pseudonimo di Stefan Cloud. L’anno dopo, riprende la vita parigina e stringe una forte amicizia con Pablo Picasso, Raoul Dufy e Medardo Rosso.

Papini e Soffici nel 1911

Nel 1907 lascia Parigi. Una volta tornato a Firenze, spera di creare un centro culturale e artistico a stretto contatto con i gruppi operanti in Francia. Il giovane Soffici, che non ha nemmeno trent’anni, possiede una vasta conoscenza acquisita direttamente dai maggiori poeti e pittori che costituiscono la pattuglia d’avanguardia dell’arte contemporanea. Tra il 1908 e il 1912, Soffici rappresenterà a Firenze, nella rivista di Prezzolini e Papini La Voce, il lato europeo di una cultura italiana che era volta ancora al classicismo. La sua collaborazione riguardava la redazione di articoli di critica d’arte e di brevi racconti.  Era il segno di una ricostruzione culturale interiore, che ambiva alla sprovincializzazione dei valori tradizionali. Giorgio Morandi rivolgendosi a Soffici, un giorno disse:

Se non ci fossi stato, noi oggi non si dipingerebbe così

L’esperienza francese per Soffici segna una svolta anche per il suo linguaggio poetico. Nelle sue opere sarà sempre più frequente l’utilizzo del plurilinguismo, che andrà dalla lingua nazionale toscana a prestiti lessicali provenienti dal francese. Il critico letterario Pier Vincenzo Mengaldo, così definì Soffici:

Un Apollinaire italiano in formato ridotto

Ardengo Soffici in Poltrona, schizzo di Ottone Rosai degli anni venti

Nel 1910 organizza a Firenze la prima mostra d’arte sugli impressionisti, l’avvenimento suscita un’enorme curiosità a livello nazionale. Vengono esposti artisti del calibro di Pierre-Auguste Renoir, Claude Monet, Picasso, Degas e Rosso.  L’anno seguente Soffici si reca a Milano per vedere la mostra futurista organizzata da Filippo Tommaso Marinetti e Umberto Boccioni, presso le Officine Ricordi. Il 22 giugno dello stesso anno pubblica su La Voce l’articolo intitolato “Arte libera e pittura futuristica” in cui dà una netta stroncatura alla mostra ed attacca aspramente le concezioni artistiche del movimento futurista:

E allora credo che sia bene dire la verità. La quale è questa. Nono solo i beni intenzionati promotori della libera mostra milanese non hanno raggiunto disgraziati neanche un bel circa, il loro scopo; ma mai fu accostata sotto la luna paccottiglia più oscena, più sozza, e più fondamentale di quella che la debbenaggine invereconda di qualche centinaio di sgorliatri italiani non vi è peritata di esporre all’obbrobrio certo e irrefrenabile di chiunque abbia la più lontana idea del nuovo e del bello, nelle sgraziate sale del viale Vittoria”  (La Voce, articolo “Arte libera e pittura futuristica”, 1911)

In seguito a questa stroncatura, Boccioni, Marinetti e Carlo Carrà scesero a Firenze, decisi a vendicarsi: trovano e aggrediscono Soffici al Caffè delle Giubbe Rosse. La sera stessa Soffici, Prezzolini, e Scipio Slataper rendono la contropartita ai milanesi alla stazione di Santa Maria Novella, mentre i futuristi milanesi attendevano un treno destinazione Milano. Da quella rissa nascerà poi l’attenzione da parte di Papini e Soffici verso la sconvolgente e rumorosa avanguardia marinettiana e genererà quell’attiva partecipazione al futurismo che, pur non essendo priva di distinzioni e riserve dal futurismo marinettiano, darà spunto per Lacerba.

Papini, Soffici e Vallecchi in uno scatto posteriore al primo conflitto mondiale

Nel 1912, esce per la Libreria de La Voce il suo primo romanzo picaresco intitolato Lemmonio Boreo. Il romanzo venne pensato in più volumi e la trama è considerabile autobiografica. Il protagonista vestiva i panni di un giustiziere, si armava di un bastone e con la scusa d’imporre la propria verità, distruggeva tutto ciò che era vetusto, senza però sapere come riempire il vuoto e quali risposte dare alle domande della propria coscienza. Il lato donchisciottesco del protagonista rifletteva la concezione libertaria dell’autore, dove parallelamente nuovi valori morali dovevano essere imposti con l’utilizzo della forza.

A Firenze intanto, l’unione dei futuristi milanesi con i toscani, pur riunendosi fra diffidenze reciproche, si consolida al punto da dare il via ad una rivista che doveva riuscire ad imporre il nuovo movimento letterario verso tutte le altre attività umane.In questo contesto, il primo gennaio del 1913 esce Lacerba, la rivista che compendierà in una sfrenata esibizione di libertà e di anarchismo morale e poetico, le espressioni dell’ultima grande fiammata delle avanguardie letterarie novecentesche italiane. Il titolo è ispirato da Soffici, il quale si ricordava di un’antica edizione dell’operetta di Cecco d’Ascoli, L’Acerba” appunto, che riportava il titolo stampato senza l’apostrofo. Alla rivista collaborarono Aldo Palazzeschi, Guillaume Apollinaire, Max Jacob e Picasso. Il successo di chiacchere e scandalo di Lacerba scoppiò con una serata futurista organizzata a Firenze presso la Libreria Giannelli intitolata “Esposizione futurista di Lacerba” che ospiterà disegni di Luigi Russolo, Gino Severini, Giacomo Balla, Soffici, Boccioni e Carrà.

La neonata rivista suscita l’attenzione anche da parte del poeta visionario Dino Campana. In una mattina di novembre del 1913, mentre Soffici e Papini stanno per entrare all’interno della tipografia della Vallecchi per preparare un nuovo numero de Lacerba, sull’uscio della porta principale sono attesi da Campana che si presenta ai due. Come racconterà più tardi Soffici, Campana era vestito di stracci e sembrava fosse un pecoraio proveniente dalla Maremma, con i capelli lunghi e arruffati, barba bionda incolta. Campana portava in tasca un taccuino sgualcito con all’interno i manoscritti delle sue poesie.  Il suo desiderio era di far valutare i suoi componimenti a Soffici e Papini, con la speranza di vederli pubblicate sulla rivista. Il poeta consegnò il taccuino nelle mani di Papini e si allontanò.

Popone e fiasco di vino, quadro di Ardengo Soffici del 1914

I giorni seguenti Papini e Soffici analizzarono le liriche ed entrambi rimasero colpiti dalle qualità poetiche di Campana. Dopo qualche giorno i due tentarono di rintracciare il poeta di Marradi, ma di Campana non ebbero nessuna traccia. Nel frattempo Papini consegna il manoscritto di Campana a Soffici, ma a causa del trasloco di casa Ardengo lo smarrisce. Verso la “primavera del Quattordici” Soffici riceve una lettera da Campana in cui richiedeva il manoscritto indietro, in modo da poterlo pubblicare per conto suo. Soffici gli rispose che al momento non poteva rendergli il taccuino poiché lo doveva ritrovare tra i suoi libri e appunti personali, andati confusi a seguito del trasloco. Da quella prima richiesta, passarono altri mesi.

Un giorno, mentre Soffici passeggiava per le vie di Firenze, per caso osservò la vetrina di una libreria in via Martelli. Gli occhi si soffermarono su un libro con la copertina di colore giallo che lo colpì particolarmente per il suo “aspetto francese“. Sulla copertina spiccava il titolo Canti Orfici e letto il nome dell’autore vide che era Dino Campana. La sensazione che provò Soffici fu una commistione tra felicità ed entusiasmo ma al tempo stesso di colpa, rimproverandosi la negligenza di aver smarrito il manoscritto. Entrato in libreria, comprò subito il libro e lette le prime composizioni si accorse che alcune somigliavano a quelle dello “scartafaccio” smarrito. Soffici inviò subito una lettera di elogio al poeta, ma come di consueto non ricevette alcuna risposta. Qualche giorno dopo, Campana ricomparì a Firenze davanti il Caffè Paszkowski e, come dirà Soffici:

Il Campana, con le mani colme di volumi offriva il suo articolo, secondo il tipo di compratore, il libro subiva una metamorfosi(Ricordi di una vita artistica e letteraria)

Ardengo Soffici nel suo studio

 A chi secondo il poeta risultava essere un saccente intellettuale, arrivò a consegnare solamente la copertina e qualche pagina da lui stimate di poco valore:

“A certi presuntuosi imbecilli, che facevano da poeti e da narratori, arrivò a non consegnare che la copertina e poche pagine da lui stimate meno riuscite e le sole adatte a simili cervelli” (Ricordi di una vita artistica e letteraria)

Il primo manoscritto, contenente le poesie affidate a Papini e Soffici, venne ritrovato solamente quasi cinquant’anni più tardi. Nel 1971 mentre la moglie di Soffici, Maria, riordinava le carte del marito nella sua casa di Poggio a Caiano, inaspettatamente ritrovò il taccuino di Campana. Negli anni che precedono la Prima guerra mondiale, l’attività di Soffici come curatore di mostre futuriste nelle maggiori città europee diventa frenetica. In quel periodo, il rignanese decide di vivere per gran parte dell’anno a Parigi e lì allarga la sua conoscenza: incontra Robert Delaunay, Chaïm Soutine e frequenta nuovamente Picasso, con cui ha da tempo intrecciato un ottimo rapporto. Nei primi mesi del 1914 viene raggiunto dai suoi compagni fiorentini: Papini, Carrà, Palazzeschi e Boccioni. Quando il 4 agosto di quell’anno scoppia la guerra tra Francia e Germania, Soffici abbandona definitivamente la Francia e spezza irrimediabilmente i legami d’amicizia e lavoro che ne avevano fatto uno dei più industriosi artisti europei.

Papini e Soffici negli anni del primo conflitto mondiale

Nel frattempo, La Voce ha mutato i toni ed i caratteri. A Prezzolini, dichiaratosi stanco e sfiduciato, è subentrato il giovane Giuseppe de Robertis che accoglie nella nuova fase del periodico Gian Pietro Lucini, Renato Serra, Camillo Sbarbaro e Clemente Rebora. In Italia molti intellettuali hanno già indossato la divisa. Lacerba, fortemente e rumorosamente interventista, riesce a trascinare sulle proprie idee molti giovani. L’Italia entra in guerra, così Soffici, assieme a Papini e Prezzolini, chiede l’arruolamento pur non avendo obblighi di leva. Papini viene scartato a causa di una forte miopia, ma gli altri due amici vengono accettati. Con la partenza per il fronte, comincia per Soffici il suo secondo grande ciclo della vita, che portava con sé opinioni e speranze, poesie e idee, non denaro, non glorie:

La zia Elena era morta da qualche anno. Lasciavo la mia ormai vecchia madre sola con le sue pene. Io non lasciavo altro affetto dietro di me. La mattina della mia partenza era ligia e gelida: arrivai a Pistoia un poco imbarazzato nella mia divisa nuova, e mi presentai al distretto. Finiva così una mia lunga avanzata verso la meta prefissata. Entravo nella guerra: e con quella guerra finiva anche un mondo” (Fine di un mondo, 1955)

Ardengo Soffici conduce la marcia di una compagnia di fanti nel 1915

Prima di partire per il fronte, Soffici affida all’ultimo momento alle stampe, per mezzo del suo amico editore Attilio Vallecchi, alcune raccolte: Bïf§zf+18 e Simultaneità e chimismi lirici, che diventeranno classici dell’esperienza poetica del frammentarismo lirico. Al fronte, durante le lunghe pause all’interno delle trincee, ha tempo di comporre un diario, che diventerà una serie di resoconti bellici, intitolati Kobilek e la Ritirata del Friuli. Proprio sul fronte dell’Altopiano della Bainsizza viene ferito per ben due volte e decorato al valor militare. Davanti all’impatto con la guerra, Soffici si trova davanti un’umanità viva che pensa e soffre per qualcosa che solo a tratti e incompiutamente intravede, mentre il nemico è ovunque dentro e fuori, nel gretto superiore come nel cerchio accucciato dietro l’angolo del nuovo bombardamento. Cogliendo in pieno e spesso con sorprendente efficacia il duro passaggio, le perverse condizioni, il male e la morte di due popoli che si combattono, Soffici riesce a rimeditare lucidamente il ruolo di preminenza che l’intellettuale svolge, ma senza l’irrisione e la baldanza delle stagioni fiorentine.

Tanti amici di Soffici dalla guerra non tornarono più e mentre l’Europa cercava faticosamente un riassetto, i popoli che sparsero abbondantemente il loro sangue, compresero che le idee, anche quelle più audaci, si possono difendere e propagare solo con la pace. Tra il 1919 e il 1920 Soffici pubblica i saggi: Scoperti e massacri, Statue e fantocci e Primi principi di un’estetica futurista.  La guerra ha mutato profondamente la sua personalità:

Sono uscito dalla guerra un altro uomo

Soffici in divisa nel 1918

Nel 1922 Ardengo segue con entusiasmo i moti popolari che portarono alla Marcia su Roma del 28 ottobre. Per Ardengo, inizia un trionfale cammino di pittore e scrittore, che rinnegando il suo passato di spirito irrazionale, si accosta sempre di più alla tradizione artistica rinascimentale, rivisitato attraverso lo stile di Paul Cézanne, Gustave Courbet e altri impressionisti. Sono gli anni del cosiddetto “ritorno all’ordine” dell’arte figurativa. Quegli anni sono contrassegnati da una fervida attività intellettuale, dipinge e scrive senza sosta. Le sue opere vengono esposte alla biennale di Venezia e Roma. Si stabilisce nella sua casa materna di Poggio a Caiano ed avvia diverse collaborazioni con la Gazzetta del Popolo ed il Resto del Carlino e molte riviste d’arte italiane, in particolare con il periodico diretto e fondato da Mino Maccari, Il Selvaggio. L’idea di aderire al fascismo di Soffici era connaturata alla concezione da lui stessa definita:

“Incoronazione dell’ideale di svecchiamento politico e sociale”

Del quale, a suo giudizio, l’Italia degli anni dei primi due decenni del Novecento aveva estremamente bisogno. Con questo, accompagnò Mussolini nell’ascesa e nella rovina, dimostrando in seguito ingenuità e sprovveduta avvedutezza con la firma del Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925 e si avvicina alle tesi del Manifesto degli scienziati razzisti, preannuncio delle leggi razziali fasciste. Ma la sua posizione, a differenza degli altri intellettuali, è tuttavia sempre stata assai diversa da quella di coloro che hanno sfruttato le loro relazioni a scopo puramente carrieristico. I giorni del lungo e spaventoso secondo conflitto mondiale, videro Soffici completamente immerso nella pittura nella sua casa-ritiro di Caiano. Forse neanche si rese conto che il regime fascista fosse giunto al termine.

Bottiglia e cocomero, dipinto di Soffici risalente al 1962

Alla fine della guerra viene internato all’interno del campo di concentramento di Collescipoli, vicino Terni, ma non avendo il tribunale accertato alcuna forma di collaborazione e arricchimento personale con il regime ai danni dello Stato, venne assolto per mancanza di prove. Così nel marzo del 1947 riprende la sua attività pubblica. Per la Vallecchi pubblica Trenta artisti moderni italiani e stranieri, un lussuoso volume in cui raccoglie alcuni dei suoi profili più belli dedicati ai grandi artisti del Novecento europeo. Pubblica anche il primo tomo de L’uva e la croce – Autoritratto d’artista italiano nel quadro del suo tempo, una grande opera strutturata in quattro volumi che aveva l’obbiettivo di narrare la propria vita, a partire dagli ultimi lustri dell’Ottocento e dei primi trenta decenni del Novecento, tra infanzia e gioventù, sogni d’arte e di scrittura, movimenti d’avanguardia, amicizie di sentimenti e di spiriti. In una lettera a Palazzeschi del 1960, Soffici descriveva così la sua vita giovanile:

Anni di dolore e privazioni

Scatto di Soffici negli anni cinquanta

Nel 1955, l’Autoritratto vinse il prestigioso Premio Marzotto. Soffici affronta tra quell’anno e il 1964, anno della sua morte, quasi una seconda giovinezza in campo artistico: dipinge ed espone con vivacità. Partecipa a numerose mostre presso la Galleria Michaud di Firenze, alla Promotrice Belle Arti di Torino, alla Galleria Adel di La Spezia e alla mostra storica Italien 1905-1925: Futurism und Pittura metafisica presso Francoforte. Il 4 giugno 1964 il Fiorino di Firenze gli dedica due sale in cui vengono esposte trentasette opere conservate nel suo studio a Poggio a Caiano. Il 19 agosto, colpito da una un’emorragia celebrale, muore nella sua villa di Vittoria Apuana a Forte dei Marmi, dove da quasi quarant’anni in estate, si raccoglieva a dipingere e scrivere contornato da una compagnia di amicizie di vecchia e nuova data, fra cui Bruno Cicognani, Enrico Pea, Mario Pannunzio, Antonio Delfini, Giuseppe Ungaretti e Curzio Malaparte.

Pittore fra i pittori e poeta fra i pittori. Così dicono di chi fa male l’uno e l’altro mestiere. Per me, grazie a dio, è il contrario. Pittore fra i pittori, e poeta fra i poeti. I miei amici pittori detestano la mia letteratura e mi consigliano di solo dipingere. Così io sono, a seconda di come si guarda la cosa, o una nullità nelle due arti, o un uomo di un doppio talento. Questa è una posizione che mi piace assai” (Giornale di Bordo)