All’interno della vasta opera di Niccolò Machiavelli il tema del ribelle e quindi del dissenso nei confronti del potere costituito non poté non trovare un ruolo di fondamentale importanza. Egli infatti visse in un periodo, tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI, che fu teatro nella penisola italiana di repentini stravolgimenti politici a partire dalla discesa di Carlo VIII nel 1494 ma anche di lenti mutamenti circa lo sviluppo e il consolidamento di realtà sempre più statali. Le popolazioni e le città furono protagoniste di questi ultimi e videro inizialmente la fine dell’agonizzante civiltà comunale e l’instaurazione di un potere signorile forte e di precari stati regionali; processo che culminò appunto, a partire dalla seconda metà del XV secolo, con la creazione di principati veri e propri con a capo membri di potenti dinastie. L’esperienza diretta quindi di uno scenario tutt’altro che stabilizzato, anzi caratterizzato da una dialettica di disfacimento e rifacimento, contribuì senz’altro a delineare il pensiero del segretario fiorentino. Se da una parte egli si concentrò sulle modalità di ottenimento e di mantenimento del potere, dall’altra dovette di conseguenza studiare ed indagare sia gli accorgimenti di chi avesse avuto intenzione di minacciare i suoi detentori sia le soluzioni da adottare da parte di coloro che avessero voluto ristabilire l’ordine.

Niccolò Machiavelli ritratto da Santi di Tito

Niccolò Machiavelli ritratto da Santi di Tito

I tumulti, le congiure, i disordini attraversano gli scritti più propriamente storiografici come le Istorie fiorentine, quelli politici come Il principe, militari come il Dell’arte della guerra e quelli che riescono a riassumere perfettamente tutti gli orientamenti tra cui si ergono i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. In ogni occasione Machiavelli assume gli esempi degli antichi come guida su cui fare un sicuro affidamento e in particolar modo quelli forniti dall’antica Roma, vera e propria fonte da cui attingere preziosi insegnamenti. E proprio da uno di essi Machiavelli prende spunto per classificare i tumulti in due categorie: quelli che possono comunque giovare al bene comune e quelli invece che risultano totalmente deleteri. In questa sezione dei Discorsi ha come obiettivo quello di sfatare la credenza che, nonostante il suo splendore, la civiltà romana si contraddistinse anche per una condizione di instabilità perenne. Per quanto riguarda la prima tipologia afferma che:

li buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione dalle buone leggi, e le buone leggi da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano; perché chi esaminerà bene il fine d’essi, non troverrà ch’egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della pubblica libertà.

Egli così adduce degli esempi come gli scontri, in parte anche violenti, tra la parte popolare e quella ottimate che portano infine alla creazione di una magistratura, i tribuni della plebe, che funge da mediatrice tra queste due posizioni. Mentre nella seconda tipologia è possibile far rientrare una tra le maggiori sollevazioni che la città di Firenze abbia mai conosciuto in età medievale: il tumulto dei Ciompi. In un clima in cui da ogni parte ne nasceva odio, donde si veniva alla divisione, dalla divisione alle sette, dalle sette alla rovina, accadde che i membri delle Arti minori e dell’Arte della lana si ribellarono contro l’oligarchia al potere formata principalmente dalle famiglie patrizie e dal ceto mercantile.

Machiavelli descrive, velatamente (neanche troppo) schierato contro la plebe, i fatti cruenti che si susseguono tra il 1378 e il 1381: terrore in ogni via della città, scontri e assassinii dappertutto, esili, condanne sommarie e riforme più vantaggiose per la plebe. I ribelli però sembrano perfettamente corrispondere alla rappresentazione che Machiavelli ne dà nei Discorsi, in cui scrive che i suoi membri tutti insieme sono gagliardi, e quando ciascuno poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole. Infatti, una volta preso il potere sotto la guida di Michele di Lando, parve alla plebe che Michele nel riformare lo stato fusse stato a’ maggiori popolari troppo partigiano, né pareva avere loro tanta parte nel governo quanta, a mantenersi in quello e potersi difendere, fusse di avere necessario. Cominciarono così le divisioni all’interno degli stessi ribelli, dando vita a nuovi scontri fino al ristabilimento dell’assetto politico precedente il tumulto.

La statua di Michele di Lando, Loggia del Mercato Nuovo

La statua di Michele di Lando, Loggia del Mercato Nuovo

Inoltre molto utili per quanto concerne il tema della ribellione armata risultano essere due scritti del filosofo fiorentino che comunemente sono considerati minori, ovvero il Dell’arte della guerra e il Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati. Nel primo infatti, facendo parlare uno dei maggiori condottieri dell’epoca, Fabrizio Colonna, mostra come sia pericoloso per un regnante lasciare che vi siano uomini che pratichino la guerra come mestiere, perché è una arte mediante la quale gli uomini d’ogni tempo non possono vivere onestamente e in cui, a volere d’ogni tempo trarne utilità, gli convenga essere rapace, fraudolento, violento e avere molte qualitadi le quali di necessità lo facciano non buono. In proposito elenca alcuni esempi, tra i quali spiccano Francesco Sforza e Braccio da Montone. Lo Sforza, infatti, prima di diventare duca di Milano nel 1450, fu impegnato nella guerra contro lo Stato della Chiesa agli ordini di Filippo Maria Visconti, con il quale però mantenne sempre un rapporto ambiguo, passando da uno schieramento all’altro e instaurando una propria signoria nella Marca d’Ancona.

E così Braccio, inizialmente agli ordini del pontefice, con le medesime industrie non solo cercò di conquistare il regno di Napoli ma addirittura di creare un proprio stato all’interno dei territori papali. Invece nello scritto riguardante la ribellione delle città della Val di Chiana, egli esplicita in maniera diretta e concisa le soluzioni da adottare in caso di ribellione generale, rifacendosi sempre alle lezioni che provengono dal mondo romano. Machiavelli equipara la ribellione delle città toscane a quella dei popoli latini nei confronti di Roma, e sentenzia come i Romani nel giudicare di queste loro terre ribellate pensarono, che bisognasse o guadagnare la fede loro con i benefizj, o trattargli in modo, che mai più ne potessero dubitare, e per questo giudicarono dannosa ogni altra via di mezzo che si pigliasse. Allo stesso modo nel giudicare i popoli toscani sarebbe stato opportuno:

pigliare esempio e imitare coloro che sono stati padroni del mondo, massime in un caso, dove e’ vi insegnano appunto come vi abbiate a governare perché come loro fecero giudizio differente, per esser differente il peccato di quelli popoli, così dovevi fare voi, trovando ancora ne’ vostri ribellati differenza di peccati.

Esempi che, secondo il Machiavelli, furono giustamente applicati per diverse città ma non per la più pericolosa Arezzo, le cui mura non vennero rase al suolo e i cui cittadini più illustri furono portati a Firenze e in più di un’occasione umiliati.

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Il ribelle d’altra parte non necessariamente è costretto ad agire attraverso il tumulto generale ma, specialmente se vicino al regnante, può affidarsi comunque alle armi ma attraverso il silenzioso strumento della congiura. Le trame ordite in seno alla nobiltà furono un carattere peculiare delle corti italiane rinascimentali tanto che nei Discorsi vi è una sezione così ampia rispetto alle altre che nel corso dei secoli trovò una tradizione indipendente dall’opera in cui era contenuta. Nella sua disamina Machiavelli inserisce rimandi continui alle congiure antiche, come quelle di Catilina, di Bruto e Cassio nei confronti di Cesare o i tentativi in età imperiale sotto Nerone e Commodo. Egli elenca le modalità di una congiura e i diversi errori da evitare per fare in modo che il tutto non si risolva in un fallimento.

Nonostante tutto, però, Machiavelli considera la congiura una via per ribellarsi troppo insidiosa e poco affidabile, perché le possibilità di riuscita nella maggior parte dei casi sono davvero esigue, tanto che su consiglio di Tacito scrive come in tali casi gli uomini debbono desiderare i buoni prìncipi, e comunque ei si sieno fatti, tollerargli. E veramente chi fa altrimenti il più delle volte rovina sé e la sua patria. Inoltre individua il soggetto più incline alla congiura colui che si trova vicino agli ambienti del principe o del re, perché più facilitato nel tessere le sue trame e ancor meglio se un favorito del regnante, dato che:

Debbe, adunque, uno principe che si vuole guardare dalle congiure, temere più coloro a chi elli ha fatto troppi piaceri che quegli a chi egli avesse fatte troppe ingiurie, perché questi mancono di commodità, quelli ne abondano; e la voglia è simile, perché gli è così grande o maggiore il desiderio del dominare che non è quello della vendetta.

Infine un requisito di grande importanza al fine di evitare congiure è il favore popolare. Se il congiurante è in parte frenato dalla paura e dalla possibile pena mentre il principe è in parte protetto dalla sua maestà e dalle leggi, il favore popolare risulta decisivo visto che:

[…] aggiunto a tutte queste cose la benivolenzia populare, è impossibile che alcuno sia sì temerario che coniuri. Perché, per lo ordinario, dove uno coniurante ha a temere innanzi alla esecuzione del male, in questo caso debbe temere ancora poi (avendo per inimico el popolo) seguìto lo eccesso, né potendo per questo sperare refugio alcuno.