Provare solo ad accostarsi, seppur da una prospettiva da afferrare in guanti bianchi, alla personalità di una figura, da molti considerata, la più importante che il XX secolo abbia mai avuto in campo politico e filosofico – giuridico, induce a tutto meno che a rilassatezza. Nel procedere a tratteggiarne alcuni degli innumerevoli spunti – in un abbagliante intreccio di interpretazione storica e teoria politica, mitografia e teologia, filosofia ed esoterismo (così si esprime Franco Volpi nel breve saggio posto a corredo del testo dello stesso C. Shmitt, Terra e Mare, Adelphi, 2011) – che nella sua produzione egli lanciò, si tenterà di dare un’interpretazione del suo messaggio.

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La storia di Schmitt è la storia di uno sconfitto, e come tutti gli sconfitti egli trae dal suo essere considerato un vinto la più tenace volontà di andare avanti. Lo sconfitto non è automaticamente un perdente, spesso la sconfitta è preludio di vittoria. Dinanzi alla sua storia personale, politica, carica di ostracismi più o meno giustificabili… Con le sue vedute, con le sue schegge impreviste che rimbalzavano impazzite dai suoi testi, tutti dovettero farne i conti. A Schmitt si deve la riscoperta di termini letti in chiave non comune, spesso del tutto inusitati nella manualistica. Uno di questi è la parola nomos, sostantivo greco che deriva dal verbo nemein. Centrale nel suo pensiero e nella sua produzione. Essa ha tre significati: “presa di possesso conquista”, “dividere, spartire”, “pascolare” ovvero “utilizzazione, coltivazione e valorizzazione del terreno”.

L’utilizzazione di tale termine risulta fondamentale al fine di comprendere le mutazioni storiche, le conquiste di territori, i cambi epocali delle civiltà. Così egli ne spiega il potenziale:

Al principio di ogni grande epoca c’è quindi una grande conquista di terra. In particolare, ogni mutamento e ogni spostamento significativo dell’immagine della terra sono legati a mutamenti politici di portata mondiale e a una nuova suddivisione della terra, a nuova conquista di terra.

La terra è uno dei quattro elementi, assieme ad acqua, aria e fuoco, attraverso cui i filosofi ionici presocratici intesero individuare un principio fisico in grado di spiegare l’origine delle cose, il noto arché. Al di là della loro valenza fisico-naturalistica, Schmitt vede in questi elementi primordiali strumenti gnoseologici in grado di fornire delle spiegazioni che rinviano a grandi possibilità dell’esistenza umana. L’uomo è un essere terrestre, benché il globo sia costituito da quasi tre quarti di acqua e solo di un quarto di terra. Nella terra l’uomo ha la sua casa, il suo habitat naturale. In tutte le leggende ancestrali la terra è mater; nelle Sacre Scritture siamo destinati a ritornare nella terra. Essa è un elemento dalla forte valenza non solo simbolica ma antropologica, essa fa parte di noi.

I quattro elementi - Arcimboldo (1566)

I quattro elementi – Arcimboldo (1566)

Come si inserisce in questa prospettiva il secondo elemento: “l’acqua”, su cui – per ovvie ragioni – si sofferma maggiormente Schmitt? Egli stesso afferma:

La storia del mondo è la storia della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime.

Da una visuale singolare pregna di simbolismo, l’autore tedesco evidenzia come l’opposizione tra terra e mare è in realtà da sempre presente nelle tradizioni della maggior parte dei popoli, affondando nel comune sentire dei più. Lo scontro tra la Russia, simbolicamente rappresentata da Behemot (toro o elefante) e l’Inghilterra, immagine vivente del Leviatano (gigante balena) è forse il più significativo esempio che la recente storia ci può offrire di una opposizione volutamente mitizzata, tesa ad identificare nazioni e ruoli geopolitici con mostri mitici tratti dal Libro di Giobbe e da interpretazioni cabalistiche, che rimandano, come si diceva, alla perenne opposizione tra l’elemento terra e l’elemento mare. Fin qui i simboli, le tradizioni, le culture.

Qual è l’evento che ha acuito irrimediabilmente questo scontro? La Rivoluzione industriale, ovvero l’entrata nella storia della tecnica nel suo stadio più avanzato, che non a caso, afferma Schmitt, nasce su di un’isola in particolare e non su altre: l’Inghilterra.

Debbono esservi dunque particolari circostanze storiche se la rivoluzione industriale è nata proprio sull’isola Inghilterra e proprio nel XVIII secolo.[…] Essa aveva compiuto uno sviluppo storico del tutto particolare e fatto un passo stupefacente: nei due secoli immediatamente precedenti era infatti passata da un’esistenza terranea ad una marittima.[…] Ora nel XVI e XVII secolo questo popolo di pastori si è trasformato in un popolo di lupi di mare. L’isola distolse lo sguardo dal continente e lo puntò sugli oceani: levò le ancora e diventò la dominatrice di un impero oceanico.

Se questo scenario affascinante delinea di molto le cose, ciò non spiega il nesso logico che lega il mare, e quindi l’Inghilterra, all’evento rappresentato dalla Rivoluzione industriale. Gli inglesi non ebbero il privilegio di una genialità che ad altri popoli mancava; ma ebbero sicuramente l’occasione di far fruttare in modo unico gli strumenti tecnici che inventarono, in virtù del loro epocale mutamento di paradigma: nel loro essere diventati “del mare”.

Ciò che importa è sempre solo che si fa con l’invenzione tecnica, e questo dipende dall’ambito – ovvero dal concreto ordinamento – entro cui tale invenzione va a cadere. In seno a un’esistenza marittima le invenzioni tecniche si sviluppano in modo più agevole e più di libero di quanto non avvenga se sono inserite nei rigidi ordinamenti di un’esistenza terranea per esservi incluse e integrate.

Guests from Overseas - Nicholas Roerich

Guests from Overseas – Nicholas Roerich

Diverse altre nazioni sentirono l’esigenza di prendere il largo, spesso in maniera temeraria, come la Spagna e la Francia, tuttavia il cattolicesimo romano custodì le loro più intime e vitali radici sulla salda e fedele terra. Esso non è un elemento qualsiasi, non può ridursi a mero dato sociologico, esso è qualcosa di concreto, di vivo, come non mai, capace di influenzare nel profondo il destino dei popoli. La forza del cattolicesimo politico risiede principalmente in due elementi: la capacità di abbracciare posizioni differenti nel contingente – il che fa di essa una effettiva “complexio oppositorum”– riflesso di una specifica razionalità, radicalmente opposta a quella moderna; e nella “forza della rappresentazione”.

Rispetto al primo elemento, si può senza ombra di dubbio affermare che esso è figlio dell’essenza del cattolicesimo romano. Nessun Impero ha conosciuto una capacità di trascendere in maniera così radicale la materia senza, al contempo, negarla come è proprio di una certa visione protestante, puritana. La concezione cattolica non conosce dualismi che rompano l’unità armonica della natura.

La natura non è per loro l’opposto dell’artificio e dell’operare umano, e neppure dell’intelletto e del sentimento e del cuore; piuttosto lavoro umano e crescita organica, natura e ratio, sono un’unità.

Per quanto concerne il secondo elemento, la peculiarità del cattolicesimo romano inteso in chiave politica risente del carattere impressole dal suo Fondatore, la forza cioè di rappresentare […]in ogni attimo il rapporto storico con l’Incarnazione e con il sacrificio in Croce di Cristo[…], il Dio che si è fatto uomo nella realtà storica. In questo aspetto, peculiare, vivificante, scandaloso si rende concreta la superiorità e la radicale alternativa ad ogni altra concezione che abbia un retroterra economico (moderno) dietro di sé. Il cattolicesimo romano mantiene i piedi caldi nella terra, difendendo in tutta la sua ampiezza la dimensione “politica”, la civitas humana.