Non è possibile che crei poesia chi non è posseduto da un Dio e fuori di senno (Platone)

Erano setto, o otto, seduti a quel banchetto da Agatone. La tavola era imbandita, e il vino baccheggiava allegramente nei calci di Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane e di Socrate, e non si faceva altro che ragionare assieme, tra un boccone e l’altro.

Questa l’ambientazione dove Platone, nel Simposio, dialogo più discorsivo che non dialogico, parla d’Amore, parla dell’Eros, e dopo più di duemila anni, quella sua definizione – che ha oltrepassato il medioevo, che ha sorvolato la letteratura italiana e il dolce stilnovo dantesco, la lirica del rinascimento, e tutti i canoni storici ed artistici occidentali – ancora oggi rimane innovativa.

Per gli eletti del Simposio, filosofi, medici, poeti, Eros non aveva mai ricevuto il meritato apprezzamento, e dunque ognuno, per rendergli omaggio, si cimentò a turno nell’elogio più affascinante al dio dell’Amore. Arrivato il suo momento, Socrate narra della disputa avuta in gioventù con Diotima, sacerdotessa ateniese, e reinserisce nell’opera quella dialettica – congiunta all’arte maieutica – tipicamente platonica. Da questo breve discorso si evince la vera natura del dio, densa di significati metaforici, che darà vita a quello che sarà tutto il pensiero di Platone, non solo sull’amore, ma anche sulla filosofia.

Eros è figlio di Penia, la mancanza e la povertà, e di Poros personificazione dell’ingegno e dell’espediente. I due, durante i festeggiamenti per la nascita di Afrodite, giacquero insieme, dando alla luce la divinità. Eros sarà quindi per sempre coeso ad Afrodite, dea della bellezza, e per sempre sarà suo amante. Questi riferimenti simbolici e metaforici plasmano la figura del dio, che, secondo Diotima, “non è affatto delicato e bello come si dice di solito”, ma al contrario è rude, gira nudo e a piedi scalzi, dorme sotto le stelle e non possiede dimora. Se lo si è sempre visto come qualcosa di notevolmente bello e grazioso, è perché lo si è sempre accomunato con l’amato – che reputiamo effettivamente bello – ma Eros colpisce l’amante procurandogli sempre sofferenza e tormento. Amore porta dunque dentro sé una profonda mancanza, poiché, se così non fosse, la sua finitezza non stimolerebbe la ricerca dell’anima gemella. Perciò Eros non viene definito, in questo caso, come un dio, bensì come un demone imperfetto. L’amore è sintomo di povertà, di un vuoto da colmare, che potrà estinguersi solo con la ricerca del desiderio d’amore e, cioè, l’amato. È qui che interviene l’indole del padre, Poros: con i suoi mezzi ed il suo ingegno intraprende la ricerca, come un cacciatore, di natura ardente e virile, tramando inganni pur di conquistare la sua preda; è questo ciò che fa di lui un demone.

Subito dopo aver descritto la natura di Eros, Diotima approfondisce la questione non più in ambito generale, bensì nel contesto filosofico, analizzando le caratteristiche dell’amore come desiderio di verità, condensando così la passione platonica per il sapere e la conoscenza in una concezione del dio/demone, prima del tutto sconosciuta. Diotima dice appunto, nel suo dialogo con Socrate, che il dio brama il sapere e si ingegna con tutti i mezzi possibili pur di attingerlo, impegnandosi nel trovare la strada giusta grazie alla filosofia, durante tutto l’arco della sua vita. L’amante dunque, afflitto dal demone dell’amore, è alla continua ricerca del bello e del bene, gli ideali supremi secondo il filosofo. Eros diventa quindi una vera e propria allegoria dell’amore per il sapere, che si caratterizza da un forte ambiguità, nel senso in cui la brama e la ricerca di una verità assoluta e disinteressata si accoppiano inesauribilmente con l’ignoranza e la mancanza trasmessagli dalla madre. Ritorna qui il tema del “sapere di non sapere” socratico. Eros è di natura “né immortale, né mortale”, ma è in continua oscillazione tra la vita e la morte. Egli è infatti simbolo di un processo dialettico: “sboccia rigoglioso alla vita” risalendo i gradi della conoscenza per arrivare dal sensibile fino alla contemplazione dell’idea, ma data l’impossibilità di raggiungere un sapere certo e definitivo, egli muore, per poi ritornare in vita, grazie alle risorse che deve a suo padre. È un continuo ciclo di ricerca dell’introvabile. Eros quindi non è né povero né ricco, perché anche non essendo mai sicuro della verità, anche se il suo desiderio non può mai essere appagato, egli vive per la ricerca degli ideali. Il demone dell’amore non può essere né saggio né ignorante, poiché la saggezza spetta unicamente alla divinità, e questa, essendo perfetta, conosce già, e non ha bisogno di filosofare per cercare la verità: il dio non può dunque essere filosofo. Allo stesso modo l’ignorante, non conoscendo neanche l’esistenza di una possibile verità, non conoscendo cosa sia la virtù, e non sentendone la sua mancanza, non potrà neanche desiderarla, ma già si crederà in possesso di essa. La sensazione di assenza, di mancanza si fa quindi seme necessario dell’amore, e in particolare dell’amore per la filosofia.

Nel Simposio, dopo un’attento elogio alla grandezza e alla perfezione di Eros, l’intervento di Socrate mette in gioco un nuovo punto di vista, ribaltando completamente la concezione del dio che, da divinità dell’amore, è inteso come il più temibile dei demoni. Eros diventa dunque l’allegoria della filosofia, vista per la prima volta come causa di tormento e sofferenza, per il continuo desiderio di ascendere sino alle idee – laddove risiede la verità assoluta – ma senza successo, vagando nelle tenebre dell’ignoranza, nel nostro mondo sensibile che partorisce supposizioni incerte, frutto di congetture solo probabili. Eros, invero, non è altro che un simbolo intento a far emergere la concezione platonica della filosofia e della figura del filosofo. Questo infatti, né sapiente né ignorante, è dannato dal demone dell’amore, che gli fa percepire una tremenda mancanza interiore, e gli dona con la filosofia i mezzi per uscirne; mezzi che però nnon sono altro che incerti espedienti, e danno vita ad una profonda agonia: il “saper di non sapere”.

Eros, l’amore per il sapere, è quindi la filosofia: un demone che porta all’insoddisfazione e all’irrequietezza, ma è anche la sola via d’accesso alla bellezza e al bene, ideali che fanno dell’uomo un essere virtuoso.