A dispetto della concezione a senso unico della storia umana – venuta a prevalere in Occidente per l’azione congiunta della religione cristiana e della scienza moderna – la rappresentazione ciclica del tempo dominava ancora la ricerca della verità per l’uomo del Rinascimento. Un movimento circolare perpetuo segnava il cammino di una progressiva degenerazione, da epoche di incontaminata purezza verso condizioni di inganno e menzogna, indotta dalla separazione dell’uomo dall’eterna fonte spirituale; con la sola eccezione di quella che Esiodo chiamò l’Età degli Eroi, un’eventualità sempre possibile di recuperare un contatto con le origini per raccordarsi con il tempo del mito.

Ancora sconosciuta era la fissazione circa un avanzamento irrefrenabile dalle origini “animalesche” in direzione di un radioso avvenire. I grandi movimenti culturali, politici e sociali di quella splendida epoca in cui il genio italico tornò a primeggiare traevano nuovamente il loro vigore nel guardare all’indietro; il passato era migliore del presente, offriva le categorie metafisiche per valutare il secolo e trovare le migliori soluzioni ai problemi che l’affliggevano; mostrava esempi di coraggio e virtù da imitare, e il progresso, in questa vicenda, coincise con la rinascita dell’antichità, con il senso del ritorno all’oro puro di una civiltà migliore.

Esiodo e una Musa, di Gustave Moreau (1891)

Dall’antichità riemerse irrobustita la figura del filosofo-sapiente – assai diversa rispetto agli intellettuali dell’epoca precedente – più mago che non maestro pedante, libero uomo di scienza svincolato da ortodossie, inquieto ricercatore e sperimentatore. Il tema magico era stato motivo diffuso anche durante l’età medievale, ma al principio del ’400 sembrò passare dal sottosuolo alla luce, assumendo un aspetto nuovo e divenendo comune a tutti i grandi filosofi e scienziati. La bellissima apertura dell’Asclepius tornava ad echeggiare solenne:

Grande miracolo è l’uomo, degno di onore e venerazione […] Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché tu – come libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso – possa foggiarti nella forma che preferirai.

Il giudizio sull’ambigua realtà dell’uomo era incentrato sul suo essere un’infinita possibilità, un’apertura totale attraverso cui si celebrava l’inesausta ricchezza dell’essere, non definito una volta per sempre, ma perennemente posto sul limite di un assoluto rischio. Giovanni Pico della Mirandola scriverà nell’Heptaplus, intuendo il contenuto esoterico del Libro della Genesi:

Noi cerchiamo nell’uomo una nota che gli sia peculiare, con cui si spieghi la dignità che gli è propria […]. E che altro può essere se non il fatto che la sostanza dell’uomo accoglie in sé, per propria essenza, le sostanze di tutte le nature e il complesso di tutto l’universo?

Nei trattati di magia ermetica emerge un sostanziale accordo nella visione di un universo vivo, ricco di nascoste corrispondenze, di occulte simpatie, pervaso di spiriti; è tutto un rifrangersi di segni dotati di un senso riposto – di simboli. Ogni cosa, ogni ente, ogni forza è una voce non ancora intesa, una parola sospesa nell’aria che ha echi e risonanze innumerevoli – e in mezzo v’è l’uomo, immortale fra la terra e il cielo, unico fra gli esseri di quaggiù che può rispondere ad ogni invocazione, sfidare gli elementi, conoscere i demoni, plasmare le idee, tracciare ogni carattere.

L’infanzia di Pico della Mirandola, di Paul Delaroche (1842)

La distanza fra la cultura scolastica del Medioevo e quella dell’Età Nuova è la distanza medesima che intercorre fra un universo chiuso, immobile, senza possibilità, definito per sempre, ed uno spazio aperto, infinito, tutto possibilità. Nell’ordine del primo, la magia è soltanto una tentazione demoniaca, che vuole incrinare un mondo pacifico e perfetto. Per questo, il mago è combattuto, perseguitato – e la magia è relegata fuori delle scienze degne dell’uomo. Fra la filosofia medievale – che è una teologia dell’ordine stabilito, cristallizzata nell’aristotelismo tomista – e la magia non poteva esservi accordo.

Ugualmente, dietro l’emergere della scienza moderna vi era il nuovo orientamento della volontà verso il mondo e le sue meraviglie, i suoi misteriosi procedimenti – un’inedita brama e determinazione nel comprenderne i meccanismi e operare con essi. È proprio nella figura del mago che si riassumono quei mutati atteggiamenti nel rapporto uomo-cosmo che si riveleranno indispensabili al sorgere del pensiero scientifico galileiano. Tuttavia, c’è una grande differenza tra il meccanicismo e il matematismo di pensatori come Mersenne e Descartes e la magia di personalità come Cornelio Agrippa, Tommaso Campanella e Robert Fludd, anche se la transizione tra i due mondi non fu così netta come sembrerebbe dalla nostra prospettiva moderna. Un’indagine su entrambe le fasi della rivoluzione scientifica e le loro interazioni – rispetto ad un ottuso trionfalismo per le “scoperte” del Seicento – potrebbe abbozzare persino una linea di approccio più fruttuosa ai problemi sollevati oggi dalla ricerca scientifica.

René Descartes in un ritratto di Frans Hals (1649)

Hanno avuto torto, dunque, gli storici, a sostenere la scomparsa della magia con l’avvento della scienza moderna quantitativa; se è vero che quest’ultima non ha fatto altro che sostituirsi ad una parte della prima, continuandone i sogni e gli scopi – l’elettricità, i mezzi di trasporto veloci, la radio, il computer non sono altro che la realizzazione delle promesse che per prima la magia aveva formulato e che rientravano nell’arsenale dei procedimenti sovrannaturali del mago – la tecnologia si presenta oggi come una magia “democratica”, che permette a tutti di godere delle facoltà straordinarie di cui si vantava il mago. Eppure, se all’apparenza gli effetti possono coincidere, illudendo i moderni di aver sovrastato gli antichi, i presupposti non sono i medesimi: difatti, le arti magiche puntano sull’uomo e sulle trasformazioni e sperimentazioni interiori, e i fenomeni che si producono all’esterno sono considerati conseguenze secondarie e non necessarie, mentre la tecnica moderna fornisce all’uomo poteri estrinseci che in nulla mutano la sua condizione esistenziale.

Giordano Bruno – riprendendo il mito di Atteone negli Eroici Furori – esalta il potere metamorfico della volontà, simboleggiata dai mastini, e quello dell’intelletto, rappresentato dai veloci veltri: l’azione combinata di entrambi, assieme all’amore per la bontà e la bellezza divine, riesce a convertire l’individuo nell’oggetto desiderato. Il cacciatore converte in sé le cose apprese e, in un primo tempo rapito fuori di sé dalla bellezza divina, diviene poi preda, cioè si accorge che, avendo contratta in sé quella bellezza, non ha bisogno di cercare fuori da se stesso la divinità:

andava per predare e rimase preda questo cacciator per l’operazion de l’intelletto con cui converte le cose apprese in sé.

 

Atteone sbranato dai suoi cani. Particolare da un cratere lucano a figure rosse, ca. 390-380 a.C.

L’infinita potenza dell’uomo si raccoglie nell’unità dell’atto, in quell’eterno presente che realizza la suprema sintesi del conoscere, dell’agire e dell’essere. Va in pezzi la sicurezza di un cosmo astorico a strutture fisse, l’idea dell’uomo puro contemplatore che deve estenuare la sua carne e farsi cieco ad ogni seduzione di vita, un messaggio che preme riaffermare nel nostro tempo, quando l’uomo sembra essere vittima della più grave congiura contro la sua intelligenza, la sua coscienza e la sua libertà. E per concludere con Pico:

A un cenno dell’uomo sono pronti a servire la terra, gli elementi, i bruti; per lui si affaticano i cieli; a lui procurano salvezza e beatitudine le menti angeliche […]. Né ci si deve meravigliare se tutte le creature amano l’uomo, poiché in lui tutte riconoscono qualcosa di sé, anzi tutto il proprio essere.