Spesso si sente parlare di mondo “classico”, più volte, infatti, con enfasi si grida al mito della classicità, della Grecia antica additata ad esempio di civiltà tollerante verso le diversità (ne siamo così sicuri?) e, immancabilmente, come patria della democrazia.

D’altra parte è altrettanto vero che pensatori e filosofi come Immanuel Kant, Jean-Jacques Rousseau e Voltaire hanno contribuito enormemente affinché di quella classicità e della sua natura più profonda, della sua essenza, non restasse che la scorza esteriore, spesso sapientemente utilizzata per fini che esorbitavano da scopi che si preoccupassero effettivamente di comprendere e analizzare il frutto più duraturo che ci ha consegnato l’epoca classica, per bocca dei suoi più illustri protagonisti.

Immanuel Kant

Sino all’epoca medievale, e forse ancor dopo, se v’era un filosofo che meritasse la lettera “F” in maiuscolo, ebbene questi era senza ombra di dubbio Aristotele. Lo Stagirita fu stretto discepolo di Platone, maestro di Alessandro Magno e fondatore di una nuova scuola: il Liceo. Egli, oltre la filosofia, che esplorò nel profondo e a cui consacrò tutta la vita, fu cultore di diversi saperi quali: l’astronomia, la fisica, la biologia. Uno dei contributi più straordinari che ci lasciò e su cui vale la pena soffermarvisi è quello relativo all’Etica. Il Filosofo trattò di filosofia morale in tre opere in particolare: l’Etica Nicomachea, l’Etica Eudemia e la Grande Etica.

La prima di queste tre opere, che prende il nome dal figlio di Aristotele, Nicomaco, è la più celebre, destinata ancor oggi ad essere considerata una delle più straordinarie e affascinanti trattazioni che siano mai state scritte, dalla lungimiranza sorprendente e dal realismo cristallino che contrassegna ogni pagina dei dieci libri che la compongono.

È bene, oltre che utile, ricordare che gli antichi greci non avevano un religione, o comunque un approccio al sacro fondato su di un testo scritto, su di una Rivelazione divina. Il concetto di Legge così come era intesa dal popolo ebraico, era ai greci sconosciuta. Ogni polis aveva un corpo di leggi, al cui interno erano disciplinati aspetti legati alla vita politica e cittadina e anche ciò che concerneva il culto pubblico. Era, pertanto, sconosciuto alla Grecia antica il concetto di Etica come siamo abituati ad intenderla oggi, ossia come morale religiosa. Questo aspetto rende ancor oggi l’Etica di Aristotele non solamente attuale ma anche molto attraente, molto umana.

Perché questo aggettivo: umana? Certamente per la suggestione del messaggio che l’opera dello Stagirita ci dona. Il fine dell’uomo è la felicità, ci dice, ed essa è conseguibile agendo secondo virtù (aretè). La virtù è la capacità di svolgere le proprie funzioni nel miglior modo possibile. Al che Aristotele distingue due tipi di virtù: quelle dianoetiche e quelle etiche. Le prime sono le più importanti, legate alla ragione o intellettuali, mentre le seconde sono quelle relative al carattere. Tra le virtù dianoetiche, il primato spetta alla sapienza (sophia); tra le virtù etiche spicca la giustizia (dike), a cui il Filosofo dedica tutto il Libro V dell’Etica Nicomachea.

Platone e Aristotele, particolare della formella del Campanile di Giotto di Luca della Robbia, 1437-1439, Firenze

Aristotele presenta quest’ultima in una maniera tutt’altro che fredda e inoperosa come spesso accade nella trattazioni più tecniche, ma sotto l’egida dell’estro poetico:

La giustizia è la virtù più efficace, e né la stella della sera, né quella del mattino sono cosi meravigliose.

La giustizia – spiega lo Stagirita – è la virtù più perfetta perché è strutturalmente e intimamente connessa all’altro da me. Essa postulando l’altro, ha una profonda e peculiare natura relazionale. Lo spirito di giustizia nasce quando riconosco l’altro come individuo e in lui la spettanza di un debito che mi induce ad un sacrificio personale.

Questa dimensione di giustizia, così limpidamente razionale e, pertanto, umana si radica in un altro celebre passo, presente sempre nel Libro V, che costituisce la linea di demarcazione senza la quale la giustizia non può mai esser certa di trovar riparo:

Del giusto in senso politico, poi, ci sono due specie, quella naturale e quella legale: è naturale il giusto che ha dovunque la stessa validità, e non dipende dal fatto che venga o non venga riconosciuto; legale, invece, è quello che originariamente è affatto indifferente che sia in un modo piuttosto che in un altro, ma che non è indifferente una volta che sia stato stabilito.

Aristotele

L’esigenza di certezza, di validità universale che prescinda da contesti geografici o circostanze più differenti si incarna nella natura umana, nel suo essere animale razionale. Ecco perché sempre Aristotele scriverà:

La sovranità della legge è come la sovranità di Dio e della ragione, mentre la sovranità dell’uomo comporta anche quella dell’animale: perché la cupidigia e le passioni traviano anche gli uomini migliori, quando hanno il potere; e la legge invece è intelligenza senza passioni. (ARISTOTELE, Politica, III, 16, 1287 a.)

Sia in Aristotele che in Cicerone, come vedremo di seguito, l’identità tra Dio e ragione è presente e ben messa in evidenza:

Vi è una legge vera, ragione retta conforme alla natura, presente in tutti, invariabile, eterna, tale da richiamare con i suoi comandi al dovere, e da distogliere con i suoi divieti dall’agire male… A questa legge non è possibile si tolga valore né è lecito che in qualcosa si deroghi, né essa può essere abrogata; da questa legge non possiamo essere sciolti ad opera del senato o del popolo… Essa non è diversa a Roma o ad Atene, non è diversa ora o in futuro: tutti i popoli invece, in ogni tempo, saranno retti da quest’unica legge eterna e immutabile; ed unico comune maestro, e per così dire, sovrano di tutti sarà Dio; di questa legge egli solo è l’autore, l’interprete, il legislatore; e chi non gli obbedirà rinnegherà se stesso, e, rifiutando la sua natura di uomo, per ciò medesimo incorrerà nelle massime pene, anche se potrà essere sfuggito ad altre punizioni. (CICERONE, De repubblica, III, 22, 33)

Cicerone

L’aspirazione del mondo classico a ricercare una verità si tocca con mano. L’esigenza umana di giustizia incontrerà uno sbocco di capitale importanza per l’occidente quando ad esso si presenterà il concetto di persona, inteso come “prossimo”, dono della nascente predicazione cristiana. Benedetto XVI, nel discorso pronunziato a Berlino il 22 settembre 2011, ha ricordato come da sempre il cristianesimo abbia preso posizione

contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione.

Il Pontefice ricorda, infatti, che il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione, al contrario di altre grandi religioni. Il rimando alla relazione tra natura e ragione, al Logos, al quale rimandavano come abbiamo potuto vedere anche Aristotele, Cicerone o lo stesso Seneca, presuppone che le stesse siano state create e ordinate dalla stessa Ragione di Dio. Si spiega allora perfettamente cosa intende dire san Paolo, nella Lettera ai Romani, quando afferma:

Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi […] sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza […] (Rm 2,14s)

Non potremmo trovare testimonianza e conferma più evidente di ciò che dice l’Apostolo, proprio in presenza di opere come quella di Aristotele e negli scritti di Cicerone e di Seneca. D’altra parte abbiamo anche detto che tra le virtù più importanti, le dianoetiche, il primato spetta alla sapienza (sophia). Sapienza riguardo alle cause ultime delle cose, desiderio di conoscenza che esige di trovare una risposta soddisfacente e, soprattutto, valida sempre e a prescindere dalle circostanze di tempo e di luogo.

Allegoria della Sapienza, di Benedetto Luti

La verità non resta un’astrazione sullo sfondo del mondo, non è teorica, essa è funzionale al Bene ci sussurra Aristotele. La verità non è solamente un’aspirazione religiosa, essa è un’esigenza umana. Nella disputa con Eutifrone, il quale difende la religione mitica degli dei, Socrate in una innocua ed apparente domanda riversa lo spirito del mondo greco e della classicità più autentica, quella che fa paura al mondo di oggi e che dimostra che pur senza aver conosciuto la “Legge” l’essere umano non sa rinunciare all’etica, al bene, alla Verità. Riprendersi Aristotele e con lui tutta la classicità significa questo, riprendersi ciò che l’illuminismo e la modernità hanno bandito, relegando la più viva ed intima esigenza dell’essere umano sotto gli strali dell’irrazionalità, del bigottismo e del sentimentalismo.

Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero? (6 b – c)