«Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto». È con un castigo che si apre la storia dell’uomo secondo Genesi 3:23. Colpevole di aver disobbedito all’unica norma che Dio aveva imposto – «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gen. 2:17) – riceve dal suo Creatore la più severa delle punizioni: il bando, l’esilio dall’Eden, con la promessa di una vita di fatiche. C’è nell’episodio biblico tutta la tensione tra legge e violazione, colpa e punizione, secondo un sistema a cui siamo avvezzi sia nelle figurazioni religiose e mitiche, sia nell’esperienza quotidiana.

Ogni azione è da noi soppesata sulla bilancia della giustizia; non temiamo soltanto che i nostri atti siano al di là delle norme scritte che la comunità si è data, ma ne consideriamo innanzitutto i risvolti morali. Tanta prudenza e tanto scrupolo sono un miracolo per un essere che, per ciò che sembra, nasce ignaro di ogni moralità, come ignari erano Adamo ed Eva, tentati appunto dalla conoscenza che il frutto proibito avrebbe loro procurato. Sorge quindi un dubbio blasfemo: non è forse ingiusta la punizione divina verso due creature incapaci di distinguere bene e male? A quale scopo infliggere loro il tremendo castigo? Per un formale rispetto dell’oggettiva infrazione, o per un fine più nobile?

La cacciata dei progenitori dall’Eden, Masaccio (1424-25)

Di punizioni noi siamo allo stesso tempo artefici e vittime, e innumerevoli volte cambiamo comportamento per infliggere un castigo (quando ci mostriamo offesi o arrabbiati, per esempio) o dopo averlo subito. Momento fondamentale del nostro modo di concepire la punizione è – va da sé – l’età in cui siamo educati. A questo e ad altri problemi dell’educazione aveva dedicato un corso il sociologo tedesco Georg Simmel (1858-1918) nel semestre invernale tra il 1915 e il 1916, in una piccola sala dell’Istituto botanico di Strasburgo, mentre la guerra strappava i giovani allo studio e le aule universitarie fungevano da lazzaretto. In una delle sue lezioni, ora ripubblicate col titolo L’educazione come vita. Per una nuova pedagogia della scuola (a cura di A. Peluso, Mimesis, 2019), Simmel poneva come principio generale della punizione la necessità di combattere il negativo non di per sé, bensì con lo scopo di costruire e far emergere valori positivi.

Il castigo è un’arte che va applicata con metodo. Benché essa abbia successo laddove agisca su un piano più profondo, quello della coscienza, è fondamentale che l’errore sia portato nell’ambito del proibito, del tabù, in modo che l’azione sia recepita come illecita. A giudizio di Simmel, un simile divieto, tabuizzato e non esaminato dalla ragione, «toccherà per i più giovani contenuti la cui proibizione in seguito può essere fondata anche razionalmente». Anche nell’età adulta, nella quale l’uomo raggiunge un grado completo di responsabilità, siamo sottoposti a norme e divieti non immediatamente giustificati in modo razionale: si pensi al diritto, che si impone senza auto-giustificarsi o perlomeno non pone le proprie fondamenta su una razionalità discorsiva.

L’educazione come vita, Mimesis edizioni

D’altra parte non sempre la punizione ha l’effetto desiderato, soprattutto nel bambino, il quale, secondo Simmel, non coglie nella sua gravità “das Gerechtigkeitsmoment”, il momento della giustizia, concependo il rapporto tra colpa e castigo più in modo «empirico, oscillante e casuale» che secondo una norma generale. Talvolta è il ragazzo stesso a richiedere la punizione. Essa lo libera dai sensi di colpa, restituendogli una condizione di serenità, e in ciò si annida un problema. Se il castigo è intenso e relegato a un breve momento, la bilancia della coscienza ritorna sullo zero, come se nulla fosse accaduto. Insomma, tanto circoscritta è la pena, tanto leggera apparirà l’infrazione a cui è rivolta. Una singola punizione forte rischia di non avere l’effetto desiderato, mentre una duratura può amareggiare l’animo del punito.

Nel caso della punizione scolastica, scrive Simmel, il migliore atteggiamento dell’insegnante verso l’alunno «risulta ancora essere il suo divenire generalmente più serio e riservato», sottraendo al rapporto con lo studente l’atteggiamento tranquillo e informale che si aveva prima della colpa. Tale principio vale tanto per il castigo quanto per l’elogio, che porta migliori risultati se si manifesta più nei fatti (attraverso comportamenti, sguardi, gesti cordiali) che nelle parole di lode. A differenza che nella gestione della giustizia da parte dello Stato, dove ogni colpa va punita, l’insegnante «di fronte a certe manifestazioni deplorevoli agirà meglio ignorandole», sicché gli studenti perdano interesse verso i cattivi comportamenti.

Uno è l’errore che il castigo non deve compiere: distruggere la fiducia che il punito ha di sé. La punizione deve illuminare i suoi comportamenti con la luce della norma, perché egli veda dove ha sbagliato; non deve mai portarlo a credere che lui sia intimamente e totalmente corrotto, cioè non deve consegnarlo al regno dell’illegalità e dell’immoralità. Nulla è più dannoso di una punizione accompagnata da un rimprovero sbagliato, da un atteggiamento irridente, dalla svalutazione dell’individualità del punito. Scrive Simmel:

Dire bruscamente in faccia al bambino: «tu menti!» ha un effetto distruttivo che suscita comprensibilmente ostinazione e testardaggine come ultimo istinto di autoconservazione

Non l’umiliazione pubblica, ma il moto di coscienza è lo scopo della punizione. Pertanto, questa non deve presentarsi nella stessa forma della colpa. Se la colpa, per esempio la pigrizia con cui si svolge un compito o l’arroganza con cui ci si rivolge al docente, riguarda una specifica azione ed è dunque periferica, particolare, peculiare, il castigo deve invece essere generale e indifferenziato, perché chi pecca non è la pigrizia, non è l’arroganza, ma la persona, sempre e solo la persona nella sua completezza e responsabilità. Per tale ragione, a precisa colpa non deve corrispondere precisa punizione. Ogni meccanicità nel castigo è una condanna che non include possibilità di redenzione. Meccanica è la norma, e non deve diventarlo la sua infrazione.

Il mito di Sisifo, condannato a spingere per l’eternità un masso sulla cima di un monte

Così, per Simmel, la punizione smette di essere umiliazione pubblica, mera meccanicità tribunalizia, per puntare invece alla coscienza, all’autoregolazione, alla conoscenza della legge (Gesetz) che sta indifferentemente sopra chi infligge e chi riceve la punizione. Il castigo, se imposto nei termini che abbiamo illustrato, provoca nell’animo una attività giudicatrice del nostro passato, un moto che conosciamo col nome di pentimento, a cui il fenomenologo Max Scheler (1874-1928) ha dedicato un’analisi imprescindibile ne “L’eterno nell’uomo” (a cura di P. Premoli De Marchi, Bompiani, 2009), opera del 1921 – per il lettore italiano è disponibile un comodo estratto dal titolo “Il pentimento” (Castelvecchi, 2014).

Obiettivo di Scheler è rovesciare il paradigma della filosofia moderna, che ha confinato il pentimento ad atto negativo. Esso sarebbe antieconomico, in quanto spesa di energie per il riesame di azioni passate, e deprecabile, perché crea disarmonie nella nostra anima. Atto futilissimo per i deterministi di ogni risma, secondo cui ciò che è stato è stato e non sarebbe potuto essere altrimenti («chi si pente di un fatto è due volte misero, ossia impotente», afferma Spinoza nell’Ethica); atto auto-illusorio per chi, in maniera psicologistica, vede nel pentimento il tentativo di annullare i propri errori, che infastidiscono come un peso sulla coscienza (così per Nietzsche, che nel suo immoralismo non concepisce l’esistenza della “colpa”); atto vendicativo verso se stessi, infine, per coloro che lo leggono come auto-punizione, ritorsione verso l’io che ha commesso l’errore. Volontà di punizione autoimposta e interiorizzata, come quando diciamo che siamo talmente pentiti che vorremmo strapparci i capelli o prenderci a schiaffi. O ancora come male postumo, malattia spirituale, auto-ingiuria, voyeurismo verso i propri peccati passati.

Scheler si allontana dalle tali letture del pentimento. Per il filosofo, il pentimento è anzitutto autoguarigione:

Pentirsi significa, nel ripiegarsi su un periodo passato della nostra vita, imprimere a questo periodo un nuovo senso e un nuovo valore

Georg Simmel

Non è vero, dunque, che il pentimento è autoassoluzione contro gli errori del passato immutabile. Nulla è realmente immutabile, perché «esiste un’unità di significato, di valore e di attività». È proprio in essa che la colpa fa valere il peso di un’azione passata sul nostro stato attuale. Attraverso il pentimento risignifichiamo l’azione come sbaglio; non eliminiamo l’azione, ormai compiuta e irreversibile, ma ne eliminiamo il motivo, vale a dire il motore che ci ha spinto a quell’azione, e ci rivolgiamo a una crescita migliore, proprio come lo sradicamento dell’erba infestante permette alle piante di rinascere con più vigore. Una colpa pesa di più sulla nostra vita se il pentimento non ha cercato di estirparla:

Non la colpa di cui ci si è pentiti, ma quella di cui non ci pentiamo ha sul futuro un potere così determinante e avvincente

Soltanto il pentimento, nell’atto di eliminare con fatica il male passato, ci rende pienamente evidente il male stesso dell’azione, provocando il riconoscimento e la dolorosa ammissione: ho sbagliato, avrei potuto agire meglio. Qui l’uomo mette in dubbio se stesso, ammazza una parte di sé perché il suo «centro vitale», per usare le parole di Scheler, possa crescere veramente libero. Conversione, ecco la parola chiave. Con-vertere, cambiare direzione, volgersi ad altro. Il pentimento autentico porta sempre a un cambiamento di mentalità, a una trasformazione della propria coscienza,

a una rinascita in cui la radice ultima dei nostri atti morali, il centro spirituale della persona […] sembra incenerirsi nelle sue ultime concrete intenzioni e ricostruirsi rinnovata

Colpa e pentimento riguardano tuttavia un piano più alto. La colpa non è una manifestazione interna all’individuo e non corrisponde interamente al cosiddetto “senso di colpa”. La colpa è una qualità, non un sentimento; possiamo non sentirci in colpa per un errore o un’azione punibile, eppure la colpa esiste ugualmente, indipendentemente dal nostro sentimento. Non esistono bravi insegnanti e ottimi giudici che punirebbero soltanto gli alunni o gli imputati coscienti dei propri errori. Che la si senta o no, la colpa c’è. Ma al sorgere del senso di colpa, il pentimento appare l’unica via per correggere la disarmonia tra l’azione e la coscienza del male compito. Chi si pente non soltanto si converte, soprattutto si confessa, cioè ammette il vero: ho una colpa. E a chi si confessa? Verso chi si è colpevoli? Il pentito non è superiore a se stesso, non può autoassolversi, e così:

Il pentimento pronuncia il suo giudizio secondo una legge sentita come “santa”, che sappiamo non esserci data da noi stessi e che tuttavia abita nel nostro cuore.

La risposta di Max Scheler sconfina nel religioso. Il legislatore, scrive il filosofo tedesco, altri non è che Dio. Ecco la cacciata dall’Eden. «All’inizio della storia del mondo c’è una colpa!», ricorda Scheler. Colpa che riceve il suo castigo e, come per Adamo ed Eva, la sua occasione di pentimento.