La Modernità, nella sua rapida accelerazione, ha ormai manifestato, fuori da ogni ragionevole dubbio, il saldo legame tra i progressi delle scienze positive, le relative applicazioni tecniche e le conseguenti ricadute sociali, spesso talmente profonde da giungere a modificare la stessa costituzione antropologica degli esseri umani.

Il campo delle delle neuroscienze e soprattutto quel particolare settore che si rivolge allo studio della coscienza, rappresenta così una delle aree meglio in grado di prospettare ampi rivolgimenti, già a partire dai prossimi decenni; riguardando direttamente il cervello biologico dell’uomo, come l’immagine del sé, propria di ciascun individuo. Oltre a sollevare questioni etiche tuttavia, le scoperte delle neuroscienze sono giunte ad intersecare anche altri interessi della speculazione filosofica tradizionale, quali gnoseologia, fenomenologia, epistemologia, rivelando l’utilità del punto di vista filosofico nell’edificazione di un quadro teorico generale ad uso della teoria scientifica, non meno che nella capacità di percepire alcune problematiche di fondamentale importanza, destinate ad influire sul nostro futuro prossimo.

In tal senso, la riflessione del filosofo tedesco Thomas Metzinger, (Il tunnel dell’io, citato di seguito e Coscienza e fenomenologia del sé, disponibili in italiano), si è distinta per interesse e capacità di circolazione, accademica ma non solo.

Il filosofo tedesco Thomas Metzinger

Comunque si prospettino le sfide future, condizione adatta ad alleviare i nostri problemi di coscienza rimarrà ancora quella del sonno profondo. Nello stato predetto, se l’organismo biologico dell’uomo continua indubbiamente ad esistere, esso non ne rimane consapevole, dimentico di sé stesso e dell’ambiente circostante. Secondo Metzinger, l’apparire di un mondo è infatti il livello fondamentale dell’esperienza cosciente, comune all’uomo e a molti altri animali, sebbene buona parte di questi non possa rendersi conto di percepire mentre percepisce, pensare mentre pensa, provare emozioni mentre prova emozioni.          

L’apparire di un mondo (assumiamo che l’universo esterno a noi esista davvero) risulta affatto idoneo a dimostrare un contatto diretto tra il soggetto e la realtà; sogni lucidi e stati allucinatori permettono di capacitarsene in maniera intuitiva ma, e ciò si evince dalla scienza quanto da numerose dottrine filosofiche, l’impossibilità del contatto diretto con l’esterno permane anche negli stati di coscienza “ordinari”.

La vita dell’uomo non si svolge direttamente nella realtà, quanto entro il modello simulatorio elaborato dal cervello biologico. Nella natura fisica non esistono colori ma il garbuglio disordinato delle radiazioni elettromagnetiche; sulla base di alcune tra queste (assai poche) il cervello colora la nostra simulazione visiva dell’ambiente ed anche l’immaginazione può apparire colorata. L’esperienza del colore non si rende possibile grazie agli oggetti esterni, dipendendo piuttosto da un particolare correlato neuronale del cervello che non necessita della vista per attivarsi. Quando i neuroscienziati riusciranno ad individuare con precisione sufficiente i correlati neuronali, relativi alle differenti sensazioni ed emozioni, potranno anche tentare di intervenire su di essi, attivando o rallentando artificialmente l’attività dei neuroni coinvolti.

La simulazione messa in scena dall’encefalo non riguarda esclusivamente la vista, ma tutti e cinque i sensi; come il complesso della nostra esperienza che situata nel tempo e comprensiva di facoltà mnemoniche, nella immaginifica metafora di Metzinger, assume la forma del tunnel dell’io. Quantunque i nostri neuroni siano abilissimi nell’illuderci di sperimentare il mondo, anziché dentro, al di fuori di noi stessi.

Il tunnel dell’io

Solitamente, la simulazione cerebrale è un costrutto coerente, capace di riunire armonicamente diverse tipologie di percezione. A tale armonia, le neuroscienze e la filosofia guardano attraverso le categorie di integrazione ed unità della coscienza. Gli esseri umani vivono quindi in un mondo unico e coeso ma basti paragonare l’esempio dell’agnosia disgiuntiva, patologia che impedisce di coordinare la vista con l’udito, alla proiezione di un film, le cui tracce audio non siano state montate in maniera consona al susseguirsi delle immagini, per comprendere l’importanza dell’integrazione; e ciò senza giungere ai mondi frantumati che possono manifestarsi a seguito di lesioni cerebrali gravi.

Anche l’esperienza di un ora temporale è del resto una costruzione del modello simulatorio. Nell’universo fisico non esiste alcun ora, plausibile di interrompere la successione continua degli eventi. Eppure è in questo ora simulato che l’essere umano sperimenta il passato dei ricordi e il futuro dei progetti, mentre il cervello costruisce l’illusione della presenza di un momento singolare, nel quale si manifestano le percezioni. Nella foresta primigenia, smarrire la presenza nell’ora, poteva condurre ad uno spiacevole incontro con un predatore.

Della natura simulatoria dell’ora, come di quella del mondo, l’essere umano non può rendersi conto direttamente. La simulazione è trasparente, essa si manifesta come realtà, illudendoci di trovarci a diretto contatto con le cose di fuori, dalle quali dipende la nostra sopravvivenza; a differenza dei ricordi e dei pensieri, rispetto ai quali non ci troviamo nella medesima condizione di realismo ingenuo, poiché il cervello ne mostra chiaramente la natura immaginaria.

Simulato un mondo esterno e stabilito un ora, il tunnel della coscienza può iniziare ad “allungarsi”. Soprattutto però, quanto meno nel caso dell’essere umano, il tunnel non darà vita ad una semplice simulazione ma alla simulazione di qualcuno, sarà un: tunnel dell’io. Il funzionamento dei neuroni che si attivano per rappresentare un colore o una qualsiasi esperienza complessa, può essere osservato scientificamente da chiunque si doti degli strumenti opportuni, non così l’esperienza soggettiva in prima persona di osservare quel colore e di vivere quell’esperienza; essa rientra in un dominio assolutamente privato.

Chi prova dunque l’esperienza soggettiva? Secondo Metzinger, essa non appartiene a nessuno. Non esistono, dentro la nostra testa, un’anima o un homunculus, occupati ad osservare le proiezioni del cervello. L’esperienza cosciente di essere qualcuno, fa parte della simulazione cerebrale e si lega ad un modello interno del sé, utile a separare l’organismo dal mondo esterno. Sono concepibili anche stati di coscienza privi di ogni sé, ciò attestano i mistici come il caso della sindrome di Cotard; i pazienti che ne sono affetti possono affermare di non esistere ed astenersi dall’utilizzo del pronome “io”. Certo, la soggettività costituisce un problema estremamente complesso sia per le neuroscienze sia per la filosofia, anche se, quanto meno  tra i filosofi, non tutti intendono risolverlo nel senso dell’eliminativismo, qui presentato.

Alla percezione di essere qualcuno si collega il senso di possedere il proprio corpo. Una teoria scientifica ben motivata attribuisce al cervello la facoltà di creare ed aggiornare un modello corporeo interno. Esperimenti, condotti monitorando l’attività neuronale di alcuni macachi, cui era stato insegnato ad utilizzare strumenti semplici, in modo da procurarsi del cibo altrimenti irraggiungibile, hanno evidenziato modificazioni dell’attività neuronale, verosimili di condurre all’ipotesi che la capacità di utilizzo strumentale fosse collegata a quella di integrare gli strumenti nel modello corporeo. Una facoltà neanche difficile da comprendere intuitivamente, qualora si intraprenda l’esplorazione di una stanza buia, contando sull’ausilio di un bastone; le sensazioni, ottenute grazie all’oggetto, risulteranno presto integrate nel nostro modello e facilmente utilizzabili per scegliere la via.

Più affascinanti, gli studi sulle esperienze fuori dal corpo (Efc). Tematica scientifica ormai depennata dal novero delle career limiting move, (espressione invalsa negli Stati Uniti per definire gli interessi capaci di rovinare la carriera di un ricercatore), le Efc permettono di indagare proficuamente la teoria del modello corporeo.

Le persone cui accade di sperimentare una Efc, provano la sensazione bizzarra di scivolare all’esterno della propria persona fisica, dimorando in una sorta di corpo immateriale, del quale può essere possibile controllare i movimenti, mentre si osserva l’ambiente nel quale ci si trova. Tra i neuroscienziati, godono credito significativo le teorie che si propongono di spiegare l’esperienza extracorporea come un modello del sé, elaborato da cervelli trovantisi in condizioni di stress, non più in grado di utilizzare bene le informazioni, trasmesse dagli organi di senso; con le sole risorse interne essi simulerebbero un modello corporeo diverso da quello solito, ricostruendo sulla base della memoria anche l’ambiente circostante, molto spesso realistico e che, quasi una volta su due, comprende anche il corpo fisico del quale il cervello ricorda, con maggiore o minore precisione, l’effettiva collocazione nello spazio.

A seguito della prima Efc, ottenuta grazie alla stimolazione elettrica nel Laboratory of Presurgical Epilepsy Evalutation di Losanna (2002), le neuroscienze hanno individuato diverse aree cerebrali coinvolte nel fenomeno; una di esse può attivarsi, anche quando semplicemente immaginiamo di osservare il nostro corpo da una prospettiva aerea compatibile con quelle che si assumono durante le Efc.

Luigi Schiavonetti, Soul leaving body, 1808

Le esperienze fuori dal corpo si sono dimostrate utili a comprendere cosa significhi sentirsi qualcuno. L’autocoscienza minimale necessita di un’immagine del corpo, collocata nello spazio, nel tempo, e che l’immagine sia trasparente.

L’essere umano dispone tuttavia di una forma di coscienza più elevata, potendo osservare il mondo da una prospettiva in prima persona. Così, perché la soggettività si manifesti: il soggetto deve trovarsi in condizione di dirigere volontariamente le proprie percezioni e la propria attenzione nella direzione di uno o più oggetti, tra i moltissimi presenti nel mondo. L’agentività attenzionale esclude dal tunnel quel che al momento non interessa o vice versa si sofferma su determinati oggetti e pensieri selezionati. Secondario, è invece il controllo del corpo; pur coscienti, durante le proprie Efc, molte persone non possono controllare i movimenti dello strano modello del sé, nel quale si ritrovano e tanto meno del corpo fisico.

La consapevolezza soggettiva, nel senso di avere una prospettiva essendo diretti al mondo, è l’immagine corporea (nello spazio e nel tempo) più l’esperienza del controllo attenzionale. L’interiorità appare quando prestiamo attenzione al nostro corpo in sé.. la coscienza è lo spazio dell’agentività attenzionale.

L’agentività è una proprietà molto interessante che si traduce nella sensazione di agire secondo i propri scopi e secondo la propria volontà; non sempre ciò è possibile. Chi sperimenta la sindrome della mano aliena che ipotizziamo affligga l’arto sinistro, potrebbe trovarsi nella spiacevole necessità di utilizzare la mano destra per arrestare il tentativo di strangolamento, messo in opera dall’estremità opposta. Eppure, al contrario di quanto potrebbe sembrare, la mano aliena non dispone di una volontà propria, mentre è più probabile che i suoi movimenti avvengano in relazione ad una tra le determinazioni di scopo non coscienti, elaborate dal cervello. Ciò si accorderebbe con le teorie neuroscientifiche descriventi la simulazione cerebrale del mondo, non soltanto in termini visivi e sensoriali, ma anche motori; gli oggetti manifestantisi all’interno del tunnel, sarebbero immediatamente intesi, oltre che nella figura, anche nelle possibilità di interazione, come plausibili di essere spinti, mossi, afferrati, mangiati. Giustamente, Metzinger ipotizza che la presenza sul nostro tavolo di un piatto di biscotti, riuscirebbe a distrarci dalla lettura o quasi ad indurre un lieve episodio di sindrome della mano aliena e, in modo più ardito, un legame evolutivo tra la nostra capacità di pensiero e le continue simulazioni inconsce relative all’interazione ambientale.

Quando l’elezione di uno tra gli scopi viene integrata correttamente con il movimento corrispondente, (la cui percezione fisica è in parte elaborata prima che effettivamente ci si muova), la mano aliena non compare e l’uomo ritiene di essere agente, di avere compiuto un’azione.

A conferma della relazione tra agentività e movimento, i neuroscienziati già dispongono di alcune tecniche di stimolazione elettrica dell’encefalo capaci di suscitare il desiderio irresistibile di afferrare gli oggetti vicini. La ricerca neuroscientifica inclina pertanto con decisione, verso ciò che in termini  filosofici si definiva quale negazione del libero arbitrio;

dati il vostro corpo, i vostri stati cerebrali e l’ambiente circostante, non potreste agire diversamente da come effettivamente agite, come se le vostre azioni fossero preordinate.

Discendente dalla ricerca scientifica o dalla speculazione filosofica, qualora una concezione dell’umano operare, radicalmente determinista, dovesse trasformarsi in categoria culturale condivisa, le fondamenta giuridiche della civiltà ne risulterebbero scosse; punire i criminali inizierebbe ad apparire discutibile. Oppure, al contrario, la diagnosi di una forma particolarmente grave di disturbo antisociale della personalità (dangerous severe personality disorder o Dspd) potrebbe trasformarsi in condizione sufficiente, perché nuove legislazioni ordinino severi provvedimenti contro soggetti che non hanno ancora  commesso alcunché. Secondo certi scienziati, gli individui affetti da Dspd non avrebbero possibilità di astenersi dal crimine violento. Già nel 2000, i deputati inglesi rifiutarono di approvare misure volte a permettere limitazioni preventive della libertà, come proposto dal governo di Tony Blair (Reforming the Mental Health Act).                 

Tony Blair

Superata la primissima infanzia, uno stato nel quale è possibile sperimentare l’assenza di agentività attenzionale o, più spesso e nella maniera più radicale, della stessa sensazione di essere agenti, è lo stato di sonno Rem. Assai affascinante con il suo tenue senso del sé, è il tunnel del sogno. Nei sogni il cervello rappresenta debolmente le esperienze sensoriali, mentre esalta le emozioni e la memoria a lungo termine; i ricordi di certe persone, non vedenti da prima dei due anni di età, stanno a provarlo. Il sogno “mostra fino a quanto l’esperienza cosciente sia una realtà virtuale”, perché alla particolare simulazione dello stato di sogno, è facile paragonare un altro tipo di simulazione: quella dello stato di veglia.

Fondamentale differenza, l’inibizione che impedisce un’eccessiva partecipazione del corpo alla simulazione onirica. Quando il meccanismo inibitorio fallisce è possibile che i sognatori, senza sperimentare l’agentività della veglia, si muovano, strillino, appicchino il fuoco, sparino.

I bambini molto piccoli oltre a non avere ancora sviluppato l’agentività, mancano altresì di un modello del sé pienamente individuale. Un bimbo appena caduto scoprirà nel volto della madre, quale emozione debba associare all’evento, se occorra ridere o piangere. E’ possibile che il modo e la capacità di provare alcune emozioni siano fortemente influenzati dal relativo apprendimento infantile. Ma anche in età adulta, molti stati d’animo, perché possano trovare rappresentazione in un tunnel, presuppongono il contatto tra esseri umani, i quali possono intrattenere rapporti di fiducia, amicizia ed altre innumerevoli relazioni. All’interno del tunnel dell’io anche le persone diverse dal soggetto vengono riprodotte, quali individui provvisti di emozioni e scopi propri.

Tutto ciò va collegato al sistema dei neuroni specchio. I neuroni specchio svolgono la medesima attività, quando eseguiamo un’azione (dotata di agentività) e quando osserviamo altri individui, in atto di intraprendere lo stesso comportamento; permettendoci di distinguere i semplici eventi fisici dalle azioni che il cervello di qualcuno rappresenta come propri scopi. La stessa corrispondenza neuronale consente le esperienze di empatia emotiva ma anche di riconoscere il dolore fisico altrui. I neuroscienziati si sono dunque accorti di come, quando i neuroni specchio situati in alcune aree dello striato ventrale del cervello si attivano, sia probabile che il soggetto osservato abbia riconosciuto un comportamento aggressivo altrui; facoltà empatica che similmente a quella di riconoscere il dolore fisico, è suscettibile di indebolirsi fortemente se la popolazione neuronale corrispondente viene lesionata o inibita tramite i farmaci.           

Anche in età adulta, ogni essere umano (e non solo) possiede un modello del sé comunicante con quello dei suoi simili. Per quanto si affanni a postulare l’isolamento degli individui e l’inesistenza della società, la pretesa dell’individualismo liberale non si accorda ai neuroni specchio, come ad un “contratto sociale”, fondato nella biologia e precedente la specie. Le scimmie, come molte altre creature, si relazionano tra loro grazie ai neuroni specchio.

Diagramma completo di una cellula neuronale

Riguardo ai rivolgimenti sociali prospettati dalle neuroscienze, per quanto sia probabile che i nuovi media finiscano per modificare la maniera nella quale l’essere umano conosce, coinvolgendo i neuroni specchio, la capacità empatica rassicura.

Non altrettanto si può dire, innanzi alla fondata possibilità di raccogliere la sfida lanciata da Alan Turing (1912-1954). Chiarito (ed in futuro sarà sempre più chiaro) come la coscienza richieda le strutture trasparenti di un ora, dell’apparire di un mondo, e di un’immagine del sé, l’impresa della coscienza artificiale ricadrà sempre meglio entro la portata della tecnica. Metzinger diffida dall’intraprendere il progetto, in ragione delle grandi sofferenze alle quali i tunnel dell’io artificiali potrebbero andare incontro, specialmente nelle versioni iniziali.

E se gli eventuali “computer coscienti” già si lasciano precedere dai primi difensori etici: il tema della sofferenza animale è noto da tempo. Individuato il correlato neuronale minimo della coscienza umana, le neuroscienze potrebbero aiutarci a comprendere anche quali creature abitino un tunnel dell’io simile al nostro, rendendo più difficile fare loro del male. Oppure, l’esempio degli scarafaggi radiocomandati, il cui movimento può essere controllato, previo l’impianto di un microchip, annuncia piuttosto nuove vie per compiere esperimenti discutibili, utili alle neuroscienze, dai quali magari risparmieremo i mammiferi ma non gli scarafaggi ?

L’idea di sé che l’uomo moderno proietta verso il futuro, non lascia presagire un’epoca di grande benevolenza verso l’altro, animale o no;

L’immagine emergente di Homo Sapiens è quella di una specie i cui membri hanno a lungo creduto di possedere un’anima immortale, ma si stanno lentamente rendendo conto di essere macchine dell’io prive di un sé.. La morte, per noi, non è solo un fatto oggettivo, ma anche un abisso soggettivo, una ferita aperta nel nostro modello fenomenico del sé.. Forse è questa caratteristica dei nostri modelli del sé che ci rende intrinsecamente religiosi.

La religione, secondo la concezione evoluzionista di Metzinger, potrebbe avere svolto una funzione di adattamento, utile a mantenere la stabilità psicologico-emotiva. Così se pure in futuro si darà ancora la possibilità, di accettare il materialismo illuminista o le alternative metafisiche delle tradizioni filosofiche e religiose: una radicalizzazione dei processi secolarizzanti e laicizzanti, sotto l’impulso culturale delle scoperte neuroscientifiche, si delinea come un’eventualità non improbabile; con ricadute sociali difficilmente prevedibili, dal modo (più egoista ?) di rapportarsi con il prossimo, all’accentuazione del divario tra gli abitanti dell’occidente secolarizzato e quelli di altre aree del mondo, economicamente più deboli e meno avviluppati nella Modernità.

Alan Turing

L’impegno nella ristrutturazione artificiale dei tunnel dell’io già presenti in natura, prospetta conseguenze a termine più breve. Farmaci, stimolazione elettrica, campi magnetici, si annoverano fin da adesso tra gli strumenti della tecnica, per mezzo dei quali è possibile generare un punto morto entro il campo visivo umano o la sensazione disturbante di avere qualcuno dietro le spalle. Definito il correlato neuronale minimo di ognuno degli stati di coscienza, sarà possibile indurlo artificialmente in un soggetto, sensazioni, sentimenti, volontà, agentività, estasi mistica. Nuove macchine della verità molto affidabili indicheranno il correlato neuronale della menzogna. C’è da temere che l’epoca nella quale ogni cosa è diventata merce, non appena la tecnica gliene abbia dischiuse le porte, non esiti a fare mercato anche della mente umana. Sorgeranno i nuovi centri di ingegneria edonistica transpersonale e di progettazione di tunnel metafisici, quali nonluoghi, al fianco dei supermercati.

Le droghe sono invece divenute merce da molto tempo, tristemente. E proprio le sostanze idonee ad influire sui processi mentali o ad aprire nuovi spazi fenomenici (al modo dell’Lsd), annunciano di valersi per prime delle conoscenze rivoluzionarie, cui la ricerca sta pervenendo. L’assunzione “impropria” di rinforzi cognitivi come Ritalin o Modafinil, è diffusa anche tra gli accademici, desiderosi di migliorare le proprie capacità di attenzione, concentrazione e memoria. Con il progresso delle neuroscienze, le industrie farmaceutiche otterranno la possibilità di mettere sul mercato un numero crescente di sostanze, nuove droghe o farmaci, progettati per modificare un carattere, timido, irritabile, egoista. Il rifiuto di ingoiare la pillola, potrebbe diventare socialmente riprovevole o penalizzante al mercato del lavoro.  

La previsione poco rassicurante di Metzinger, assieme al suo auspicio tendenzialmente liberale, nega la possibilità di adottare con successo una politica repressiva riguardo alla diffusione delle nuove sostanze, legali o illegali; sostituire le legislazioni proibizioniste con forme di controllo culturale e sociale, rappresenterebbe la scelta migliore per proteggere la società da ciò che di negativo, l’apertura farmacologica dei nuovi stati di coscienza potrebbe causare.

E nemmeno i prodotti della farmaceutica agiranno sui tunnel dell’io da soli. La costante immersione nell’universo mediatico, della televisione e di internet, con la relativa esposizione a contenuti e strategie pubblicitarie, avvalentesi anch’essi della conoscenza neuroscientifica, ha provocato importanti conseguenze. La capacità di agentività attenzionale (prestare attenzione), soprattutto tra le generazioni più giovani, va declinando. Metzinger ritiene che una pratica di meditazione, insegnata nelle scuole, potrebbe rafforzare la facoltà di sostenere e guidare consapevolmente il proprio focus attenzionale, perfino nello stato di immersione mediatica; proposito assennato, ma che non evita l’insorgere di una questione di fiducia riguardo a strategie difensive puramente individuali, qualora non si desideri porre un limite alla tecnica, in questo caso pubblicitaria.  

Il farmaco Ritalin

Davvero, la ricerca delle neuroscienze, ansiosa di trasformarsi in tecnologia, di sprofondare nella società sregolata del liberalismo e di vendersi al mercato, da risalto alla formula apotropaica di Massimo Fini: “

«Perdona loro perché non sanno quello che si fanno» ha detto Qualcuno. Ma poiché, in realtà, non sanno quello che ci fanno, non li perdoneremo affatto. E, al momento opportuno, taglieremo loro la gola” (Massimo Fini, Il più grave pericolo per la civiltà non è l’Isis ma la scienza).

Difficilmente il coltello o l’esorcismo avranno la possibilità di allontanare il male, o richiamare i mercanti alle giuste misure.

Lo stesso Metzinger, disperato l’arenarsi del progetto illuminista, annuncia grandi difficoltà ad affrontare con successo la sfida sociale delle neuroscienze. Preoccupazione impossibile da non condividere; financo qualora non si ritenga di osservare, proprio nell’affievolirsi dei lumi, il presupposto necessario, entro il contesto di una rimessa in discussione totale della Modernità, al fine di affrontare con saggezza, i problemi di neuro..coscienza.