Sin dalle sue prime apparizioni presso l’accademia media platonica e la scuola scettica, il precetto dell’epoché – ἐποχή si rivelò soluzione particolarmente funzionale a prevenire l’errore di sentenze affrettate, specie in materia morale. Trattenere il giudizio (così vuole l’etimologia epi ed echèin, lett. tenere su) non era solamente un tentativo salvifico contro la ragnatela dei relativismi e delle antinomie, ma un’alta forma di temperanza che distingueva il saggio dall’uomo volgare. Se è vero che alla conoscenza è fisiologicamente benefico il dialogo infatti, nessuna sapienza sorge dove manca il silenzio, vero humus della riflessione. In questo senso la filosofia può certamente dirsi nemica della chiacchiera, nella misura in cui questa si declina come sopravvalutazione, o approvazione indifferenziata, di tutti i (propri) pensieri.

Allegoria del silenzio - Paris Nogari (1582)

Allegoria del silenzio – Paris Nogari (1582)

Come uomini della nostra epoca, dimostriamo un dannato bisogno di opinare su tutto, anche su ciò che non ci compete. Soprattutto su ciò che non ci compete – in molti casi – e su cui dunque possiamo esprimerci senza inibizioni e senza che cadano su di noi accuse di dogmatismo. Davanti a un simile scenario, occorre invece ricominciare a sospendere il giudizio, anche temporaneamente; scegliere di praticare l’epochè quando riconosciamo che la nostra parola sarebbe di troppo, astenendoci così dalla ridondanza esiziale che obnubila ogni prospettiva di senso. Combustibile per l’ignoranza più che il parlar poco è il parlar troppo, più che il dubbio l’assoluta certezza.

È un invito che viene dalla filosofia quello del saggio silenzio, ma che bene si applica ad ogni settore di competenza nel quale – complici i mass-media e una certa grossolana divulgazione – siamo costantemente sedotti a intrometterci, e a farci spazio con la nostra opinione. Anche nelle questioni di più difficile risoluzione, o in quelle tecnicamente più delicate, ecco allora accendersi il brusio di chi afferma, ossia di chi ha già fermato la ricerca perché ritiene di aver trovato un punto di approdo. Certi della nostra purezza intellettuale, orgogliosi del nostro diritto all’espressione e sempre pronti a difenderlo davanti a fantomatici minacciatori, ne diventiamo così i primi carcerieri, deprezzandolo per mezzo dell’abuso. Da una tale svalutazione perciò, non potrà salvarci che la mite conservazione del discorso; un silenzio etico fondamentale per il dialogo, ma anche utile e strategicamente funzionale per fermentare pensieri ancora acerbi, per garantire valore a quelli cui concederemo l’oralità.

Needleshaped Silence - øjeRum (2017)

Needleshaped Silence – øjeRum (2017)

Dalla sospensione del giudizio si svilupperà allora naturalmente la capacità di ascolto, inteso come esercizio di attenzione verso il prossimo, contro una naturale tendenza a identificare – nel discorso altrui – solo la superficie riflettente della propria narrazione. Interrompere memoria, desiderio e giudizio – insegnava Bion: tanto può consentirci di deviare verso direzioni alternative la risposta che già abbiamo in mente, di impedirci di scagliarla prima ancora che l’interlocutore abbia finito di esprimersi. Ci pronunciamo spesso infatti per egotismo intellettuale, ritenendo di avere l’acutezza e gli strumenti critici e culturali per poter comprendere più dell’altro ciò che in realtà è oscuro ai molti.

La nostra è l’epoca di un’informazione minuziosamente precisa, ma al contempo iper-condivisa e perciò altamente manipolabile; ciò sta comportando la produzione di una gigantesca quantità di notizie false e di opinioni sterili quando non dannose, entrambe prodotte consapevolmente o per volgare faciloneria. Responsabili in larga parte di queste ultime sono quelle legioni di imbecilli di cui parlava un lucidissimo Eco riferendosi ad un diritto di parola acquisito senza meriti, e perciò spaventosamente abusato. L’opinione stessa, infatti, è diventata oggi una merce imprescindibile: tutti ne hanno una pronta per l’uso, e non averla equivale a confessare una diagnosi di debolezza o stupidità. Ciò che maggiormente scoraggia, però, è l’istituzionalizzazione di tale meccanismo, realizzatosi attraverso un singolare pendio scivoloso che ha trasformato il diritto di parola in dovere di opinione, e le democrazie in vere dossocrazie.

Conference At Night - Edward Hopper (1949)

Conference At Night – Edward Hopper (1949)

In un simile contesto è allora l’uomo dubbioso, esitante a elevarsi al di sopra della tempesta: colui che tace, che attende, che misura il discorso. In questo modo diventa possibile risvegliare il nucleo più civile e dissidente del so di non sapere socratico: astenendosi dal pronunciarsi su ciò che non conosciamo, per non distrarre la verità né il pensiero dal suo lungo e paziente percorso. Un movimento compiuto a passi insieme collettivi e individuali; non una temibile impasse, ma la conditio sine qua non per dare avvio a qualunque ricerca. Il banale riconoscere che di politica, economia o persino del senso della vita potremmo saperne meno del nostro interlocutore, e che anche in funzione di ciò dobbiamo predisporci ad udirne il parere. Orientarsi con le orecchie e l’ascolto, prima che con la lingua e la sentenza, significa riservarsi il tempo per maturare un’opinione più perfetta, riconoscere che non tutti i discorsi hanno lo stesso valore, e che solo facendoli propri s’impara a vagliarli. Allora il silenzio si scoprirà argine alla malcelata supposizione che ogni persona, solo in quanto tale, sia una roccaforte d’idee perfette per mondi inesistenti, sia giudice perfetto di moralità impossibili.