In piena epoca di avanzata globalizzazione, dove tradizioni religiose geograficamente distanti si trovano forzatamente faccia a faccia, costrette a interagire e a dialogare, seppur spesso goffamente, la Chiesa cattolica deve sviluppare e svolgere il suo stesso nome, l’essere cioè cattolica, universale – la globalizzazione sembra così essere l’epoca più propizia per la Chiesa, la stagione più aderente al suo nome. E nondimeno, l’Islam sembra porre un argine a siffatta vocazione. Difatti, l’Islam è la tradizione spirituale col più alto tasso di adesioni in epoca contemporanea, sicché non è possibile ignorarne la presenza o considerarla marginale, specialmente in Occidente. Poi, le urla d’allarme legate al fenomeno del terrorismo (timori che eguagliano “musulmano” a “terrorista”) sono del tutto fuori luogo, basate più su una percezione diffusa che su dati reali – i quali, tra l’altro, sono piuttosto rassicuranti, essendo i terroristi jihadisti una esigua minoranza, ancorché strepitante e rumorosa.

Come intendere ed esercitare il dialogo con i musulmani? Quali strumenti teologici adottare, quale strategia esperienziale impiegare, quale pastorale abbracciare? Interrogativi estremamente significativi per la nostra epoca e per il futuro delle nostre comunità, nonché per lo stesso destino della fede cattolica. A tentar di dare una risposta è stato Paolo Dall’Oglio, nato a Roma nel 1954, gesuita che ha rifondato negli anni Ottanta il monastero di San Mosè l’Abissino (Deir Mar Musa el-Habashi) nel deserto siriano, luogo abbandonato da tempo (l’ultimo monaco lasciò il monastero prima del 1831) e divenuto celebre proprio grazie alla comunità monastica resuscitata da padre Paolo. Il 29 luglio del 2013, tuttavia, Dall’Oglio è stato rapito in Siria da un gruppo di jihadisti vicini all’Isis, e da allora non se ne hanno più notizie.

Padre Paolo Dall'Oglio

Padre Paolo Dall’Oglio

La storia di padre Paolo è significativa. La sua vocazione (dichiarata fin dai ventitré anni d’età) è stata quella di offrire la propria vita per la salvezza dei musulmani. La comunità monastica da lui fondata, che ha assunto il nome di al-Khalil (l’amico di Dio), ha visto approvata dal Vaticano nel 2006 la propria Regola. Nel tentativo di esplicare con maggior chiarezza la propria visione profetica, padre Paolo ha scritto il libro “Innamorato dell’Islam, credente in Gesù. Dell’islamofilia”, edito da Jaca Book, un testo tanto profondo quanto unico nel suo genere, che unisce sapientemente riflessioni teologiche a episodi vissuti dallo stesso autore. Un cristiano islamofilo, profondamente innamorato della religione muhammadica. Un uomo tentato in giovinezza dalla conversione all’Islam, come racconta lui stesso: nel 1978, trovandosi momentaneamente a Bosra, nel sud della Siria, l’imam locale gli chiese cosa gli impedisse di diventare musulmano. Dopo averci riflettuto su, come narra lo stesso Dall’Oglio,

risposi che ero musulmano sin dall’infanzia, da quando mio padre dalla cima delle montagne abruzzesi apriva le sue mani, e il mio cuore, al riconoscimento stupito del Dio unico e creatore, chiedendo ai fiumi, alle valli, agli astri di lodare il Signore insieme ai suoi figli.

Nel tempo Dall’Oglio ha approfondito il suo amore per l’Islam, sviluppando quella che ha definito una duplice appartenenza islamo-cristiana:

Io sono musulmano a causa dell’amore di Gesù per i musulmani e per l’Islam. Musulmano secondo lo spirito e non secondo la lettera,

ha dichiarato, nella consapevolezza che a guidare il suo rapporto con la legge musulmana è sempre uno spirito di discernimento fondato sulla salda tradizione della Chiesa.

Monastero Deir Mar Musa

Monastero Deir Mar Musa

La sua opera nel mondo culturale, religioso e, più letteralmente, geografico dell’Islam ha come obiettivo quello di riconoscere l’opera dello Spirito di Dio nell’esperienza religiosa musulmana, senza però cadere in quel diffuso sincretismo da supermercato spirituale così pericoloso per i reali significati metafisici del profondo simbolismo tradizionale di ciascuna reale tradizione religiosa. Pertanto, sgombrando il campo da possibili accuse circa un indebolimento della fede cristiana bisognosa, in questo caso, di apporti esogeni – accuse che, beninteso, ha sempre presenti –, Paolo Dall’Oglio si è immerso con un entusiasmo nella lettura del Corano e nella vita quotidiana dei musulmani, vivendo da monaco cristiano-cattolico in Siria. Un cristiano, ha dunque ribattuto riferendosi implicitamente a se stesso, può essere convinto di avere avuto la grazia di avvertire la fondatezza in Dio della religione musulmana, e dunque della profezia muhammadica. Nello stesso tempo, questo cristiano rimane assolutamente convinto che Cristo è la sua salvezza e la salvezza dei musulmani stessi.

Ebbene, qual è la funzione dell’Islam nella storia della salvezza? Domanda difficile a cui anche padre Paolo sembra talvolta esitare a trovare una risposta. Senz’altro l’Islam è una sfida per il Cristianesimo, uno scandalo per la sua pretesa. Ai miei occhi, scrive Dall’Oglio, l’immenso merito dell’Islam è di avere messo in scacco il progetto politico cristiano imperiale, […] la pretesa del Cristianesimo di costituire la società perfetta, finale, escatologica. Inoltre, e in più diretta relazione con la realtà contemporanea, ha dichiarato il gesuita,

oggi il mondo occidentale si trova disincantato e deluso e attende di essere affascinato di nuovo. L’Islam, di fronte al mondo moderno occidentale, costituisce un richiamo a questa dimensione sacra.

Per concludere, e sempre secondo le parole del gesuita,

l’Islam ha creato un muro di fronte al totalitarismo integralista dell’Europa cristiana e costituisce anche una critica del secolarismo laico occidentale.

L’Islam rappresenterebbe pertanto questo duplice scandalo avente l’unica funzione di riaffermare il Sacro in Occidente. Il disincantamento del mondo di weberiana memoria avrebbe l’Islam come contraltare. La presenza dei musulmani in Europa e in America sarebbe, quindi, provvidenziale. A tal proposito, leggiamo le parole realmente profetiche di padre Paolo:

Vi è analogia fra il rifiuto dell’Ebraismo di accettare Gesù come il Messia, un rifiuto al quale san Paolo riconosce un ruolo nel misterioso disegno della Provvidenza, e il rifiuto del Cristianesimo da parte dell’Islam. Questo muro irriducibile fra Islam e Cristianesimo protegge la Comunità musulmana da una prematura assimilazione [nella Chiesa] che spegnerebbe il suo carisma, e protegge la Chiesa dalla tendenza imperialistica. La separazione, così, garantisce entrambi dalla tentazione di possedere il mondo e impone un dialogo fra umili.

Paolo Dall’Oglio propone altresì una visione che suona tanto come un suggerimento per noi europei, specialmente in questo periodo storico scosso da imponenti flussi migratori e dalla presenza di nuove generazioni di immigrati che professano la religione islamica. Il suggerimento di padre Paolo è radicato nella sua intensa esperienza in Siria: la convivenza tra diverse comunità religiose nella regione mediorientale è certamente dettata dalla necessità di condividere uno stesso territorio; eppure nello stesso tempo in Medio Oriente la chiusura identitaria, che potrebbe sembrare intuitivamente la risposta più immediata, non trova facili sponde, essendo, al contrario, minoritaria e scoraggiata. Questo, spiega il gesuita, è dettato dalla impossibilità di vivere fianco a fianco con persone che consideriamo soggette a Satana, il che si tramuta in quello che lui chiama il buon vicinato, ovverosia

una benevola speranza nei confronti del proprio vicino, [il che] indica una via per un mondo futuro in cui cristiani e musulmani condivideranno uno stesso spazio di vita e di lavoro.

Detto diversamente, nel Medio Oriente

in genere coloro che si trovano in ambienti omogenei e protetti (quartieri, regioni, villaggi cristiani) sono più facilmente inclini ad affermazioni tradizionali di rifiuto in blocco della rivelazione musulmana. Mentre coloro che hanno avuto la possibilità di sperimentare il buon vicinato sin dall’infanzia tendono piuttosto a cercare giustificazioni teologiche alla fondatezza dell’appartenenza islamica del vicino, anche al livello della radice, di Muhammad.

Insomma, Paolo Dall’Oglio parla di speranza: il buon vicinato è possibile sebbene non semplice, è una prassi che deve avere il tempo di radicarsi, fondata su un rispetto non banalmente astratto, quello dei diritti umani, bensì sacrale, avente cioè radici in cielo e sviluppantesi in una pratica di riconoscimento dell’autenticità spirituale dell’altro. Bisogna essere consapevoli che il futuro dipende da una responsabilità spirituale condivisa.

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Da un punto di vista propriamente cattolico, e in riferimento alla dottrina dei semi del Verbo (Semina Verbi), la Chiesa, sostiene fortemente il gesuita, deve avviare un serio lavoro di discernimento sulla rivelazione muhammadica, sicché tutto ciò che vi è di giusto, di sincero, di autentico nella profezia di Muhammad appartiene alla Chiesa e non le è estraneo. Con uno slancio di entusiasmo e un coraggio non comune, padre Paolo arriva ad affermare che

niente impedisce che un giorno la Chiesa possa sviluppare un discernimento sulla personalità religiosa di Muhammad e che le conclusioni, che auspico positive, di tale discernimento possano entrare a far parte della sua catechesi universale, visto che cristiani e musulmani s’incontrano universalmente.

Cristo è e deve essere sorgente viva che risveglia e ravviva continuamente la storia, e non il binario morto della storia, dopo il quale niente può più avvenire e tutto è un continuo e monotono ripetersi. In ciò non ci sono rischi di sincretismo. Tant’è che nel testo Innamorato dell’Islam, credente in Gesù c’è un passaggio decisivo per la comprensione della prospettiva cattolica in dialogo con le altre fedi. Scrive Paolo Dall’Oglio:

Questa è la fede cristiana: credere e sperimentare che l’incontro sincero con Dio, anche il più anonimo, quale è sperimentato mediante tutta la tradizione religiosa, è fondato, giustificato e attualizzato per ogni persona dal mistero di salvezza di Gesù di Nazaret, figlio di Maria. Nella mia catechesi spiego questo dicendo che una mamma buddhista che regala un sorriso di puro amore e gioia a suo figlio, con la consapevolezza religiosa di partecipare all’illuminazione del Buddha, duecento anni prima di Cristo, in qualche parte dell’Asia, riesce nel suo sorriso solo per la potenza e la grazia dell’atto in suo favore che è Gesù di Nazaret.

Padre Paolo Dall'Oglio

Padre Paolo Dall’Oglio

La morte e resurrezione di Cristo è la condizione di santificazione di ogni anima anche al di fuori della Chiesa visibile, in ogni tempo. Il superamento della rigidità identitaria avviene nelle zone di confine, laddove si pratica attivamente il buon vicinato. Là si creano mondi concettuali e linguistici condivisi e non paralleli. Là la Chiesa cristiana e la Umma musulmana sono annodate e si parlano. Là il Mistero fa venire a galla nuove idee, nuove pratiche, nuove filosofie, nuove evoluzioni geniali e generose – la Verità è sempre e ovunque nuova. Per tutti questi motivi, Paolo Dall’Oglio, dinnanzi all’angoscia oggi tanto viva in Occidente, quella cioè che vede una Europa “minacciata” dall’islamizzazione, risponde: La prima tappa è riscoprire le nostre radici in Oriente. Penso qui all’Oriente cristiano. Come nota finale, il gesuita rimarca la necessità incombente di cambiare la nostra prospettiva sull’Islam, pena una catastrofe globale:

Nessuno può pensare che un mondo musulmano teologicamente disprezzato, umiliato dal potere atomico dei suoi nemici, sfruttato nelle sue risorse, strumentalizzato con disegni strategici perversi, impoverito della sua gioventù migliore, consegnato a strutture di conservazione tribale arcaica e a pericolose derive rivoluzionarie, giudicato in blocco come radice di ogni terrorismo, potrà offrire il meglio di sé alla società globalizzata. Avremo l’Islam che avremo saputo sperare!