La figura di Oswald Spengler, per chi ha un poco di dimestichezza con i manuali di storia della filosofia, rappresenta un momento di secondaria importanza all’interno di un movimento filosofico che ha in Max Weber il suo principale esponente. Risulta particolarmente indicativo, al riguardo, il giudizio sprezzante di una considerevole parte della critica storica nei confronti del pensatore tedesco. Il nome di Spengler, infatti, è legato ad una sorta di pregiudizio secondo il quale il filosofo di Blankenburg è comunemente presentato, a volte, come rozzo conservatore pessimista, altre, ancora peggio, come dilettante colto e ingegnoso. Eppure intorno alle tesi avanzate da Spengler, durante gli anni Venti, si alimentano alcuni interessantissimi dibattiti.

Spengler teorizza il declino dell’Occidente, facendo leva sui cambiamenti che investono e travolgono la Germania all’indomani del Trattato di Versailles. Nel crollo di una nazione, che fino a quel momento aveva funto da punto di riferimento della cultura europea, egli vede l’inevitabile epilogo dell’intero mondo occidentale. Questo perché qualsiasi civiltà, giunta al culmine del proprio processo di civilizzazione, è destinata a conoscere un lento e inesorabile declino, come logica conseguenza di una sorta di dialettica storico-naturale che si allontana nettamente dai vari insegnamenti hegeliani e marxiano/marxisti e si fonda sul principio del “decadimento”, piuttosto che su quello del progresso o della rivelazione.

Egli individua nell’inarrestabile avanzata di materialismo e nichilismo, e nella conseguente e progressiva dissoluzione del sistema di valori, che hanno determinato la grandezza della civiltà europea, le cause prime di tale “tramonto”. Per il pensatore tedesco qualsivoglia civiltà poggia su un complesso di valori che si configura essenzialmente come struttura portante. Tale complesso è al tempo stesso assoluto e relativo: assoluto perché all’interno di una civiltà tutto è disciplinato da un unico complesso di valori, che si rivela, però, relativo a quella esclusiva civiltà, essendo ogni civiltà dotata di un proprio sistema di valori. Quello che si delinea, così, è un cieco e spietato gioco della natura che fa della storia il proprio teatro, il proprio campo di battaglia, dentro il quale il sorgere di una civiltà coincide con il tramonto di un’altra. La storia e lo sviluppo della società occidentale, poi, sono indissolubilmente legati alla tecnica, che insieme all’industrialismo, costituisce il pericolo maggiore per la sopravvivenza della nostra civiltà. Infatti, è proprio in virtù delle inevitabili e alienanti dinamiche dell’“industrialismo” che il nucleo fondate della società inizia a incrinarsi, determinando l’inizio della fine. La disamina di Spengler, così, sembra anticipare significativamente la riflessione sulla tecnica di Heidegger, benché venga respinta, irrisa ed etichettata come “retrograda” da una parte della critica del tempo. Tuttavia, se si opta per una lettura scevra di pregiudizi e facili “condanne”, alcune considerazioni su quegli anni, così importanti e decisivi per l’Europa e il mondo intero, risultano piuttosto interessanti e, in qualche modo, lungimiranti, rendendo giustizia all’autore. 

La vera catastrofe è però provocata dalle colpe della massa, quando essa si crede danneggiata dalla avidità di denaro di alcuni, mentre l’ambizione degli altri, adulando la sua vanità, la porta alla presunzione. Nell’ira essa si solleverà, darà ascolto in tutte le discussioni soltanto alle sue passioni, non presterà più obbedienza a coloro che dirigono lo Stato, anzi non farà questioni di competenza nemmeno per l’eguaglianza dei diritti, ma prenderà per sé e per intero il diritto della decisione. Quando si giungerà a questo, lo Stato si ornerà con i più bei nomi, di libertà e sovranità del popolo stesso, ma in realtà esso sarà caduto nella forma peggiore di governo, cioè l’oclocrazia, la dittatura della plebe. (Spengler, Il tramonto dell’Occidente, 1971) 

Per quanto forti e, per alcuni versi, perfino sgradevoli queste considerazioni possano suonare oggi, non bisogna dimenticare il contesto storico in cui il filosofo si trova ad agire; un contesto che prelude all’avvento del regime nazionalsocialista e che vede l’intero sistema politico liberale europeo agonizzare dinanzi alle pesanti eredità del primo conflitto mondiale. Il motivo dominante, allora, diviene quello della “massificazione” della cultura europea e della ineluttabile e conseguente deriva della stessa. Un motivo che rappresenta un punto fermo nella speculazione dell’autore anche dopo l’ascesa al potere di Hitler. 

La cultura è, nella sua superiorità, il nemico. Poiché non si possono capire le sue creazioni, né acquisirle interiormente, poiché non sono “per tutti”, esse devono venire distrutte. E questa è la tendenza del nichilismo: non si pensa di elevare la massa all’altezza della vera cultura; ciò è faticoso e scomodo e forse mancano determinate premesse. Al contrario: la struttura della società deve essere livellata fino al basso gradino della plebe. L’uguaglianza generale deve dominare: tutto deve essere ugualmente volgare. Lo stesso modo di procurarsi denaro e la stessa specie di divertimenti per spenderlo: panem et circenses. Non occorre di più, né si capisce di più. Superiorità, maniera, gusto, ogni tipo di dignità interiore sono delitti. Le idee etiche, religiose, nazionali, il matrimonio, la famiglia, la dignità dello Stato sono passati di moda e “reazionari”. (Spengler, Anni della decisione, 2018)

La rotta tracciata è quella dello spirito libero, le cui considerazioni risultano sgradevoli e inammissibili ai più. Ciò è chiaro anche nella scelta, da parte di Spengler, di rifiutare una cattedra di filosofia all’Università di Gottinga per dedicarsi esclusivamente alla scrittura e allo studio e, soprattutto, nella presa di posizione dei confronti del regime nazionalsocialista, che lo porta progressivamente all’isolamento. La voce di Spengler, infatti, può essere considerata una voce fuori dal coro, poco incline a prostrarsi all’hitlerismo dominante, da un lato, e a farsi trascinare dall’entusiasmo dei proclami, propri dei vari movimenti socialisti e comunisti, dall’altro. In ciò è forte l’influenza del pensiero di Nietzsche.

Alla cultura elevata appartiene infine ancora necessariamente qualcosa, ciò che fa prorompere in deliri di invidia e di odio le nature volgari: il patrimonio nel significato originario, l’antico e duraturo patrimonio, che è stato ereditato dai padri o si è accresciuto per decenni con un proprio lavoro severo e pieno di rinunce, e viene aumentato e curato per i figli ed i nipoti. La ricchezza non è solo una premessa, ma prima di tutto la conseguenza e l’espressione di superiorità, e non soltanto per la maniera con la quale venne conquistata, ma anche attraverso le capacità di plasmarla e di adoperarla come elemento di vera cultura. Lo si deve infine dire una volta per tutte apertamente, malgrado che ciò urti la volgarità di questi tempi: possedere non è un vizio, ma dote di cui pochissimi sono capaci. (Spengler, Anni della decisione, 2018) 

Chiaramente si tratta di toni energici che rispecchiano perfettamente la retorica di quegli anni, ma che, allo stesso tempo, tradiscono gli ideali dell’autore, fermamente attestato su posizioni che oggi si potrebbero facilmente etichettare come reazionarie o conservatrici, in realtà, però, figlie della fine di un’epoca, un’epoca che aveva visto nella grandezza della Germania l’apice della cultura europea. 

I veri uomini di Stato sono sempre più rari. La maggioranza di ciò che nella storia di questi secoli è stato fatto e che non è invece avvenuto è il prodotto di fortunati semicompetenti e dilettanti. Nondimeno essi poterono contare sui popoli il cui istinto li faceva bene o male durare. Oggi solamente a causa della allegra universale ignoranza, questo istinto è diventato così debole e la critica verbale è divenuta così pesante, che esiste il crescente pericolo che un uomo di Stato effettivo e conoscitore della cosa pubblica venga istintivamente disapprovato, od anche solo sopportato di malagrazia, o venga ostacolato dalla resistenza di tutti i saccenti nel fare ciò che deve essere fatto. La prima ipotesi la poté sperimentare Federico il Grande, l’ultima fu all’incirca il destino di Bismarck. (Spengler, Anni della decisione, 2018) 

E proprio il termine destino riveste particolare importanza nel sistema spengleriano: se, di fatto, difficilmente si può parlare di dialettica – nel senso comune del termine – in relazione alla sua visione della storia, il ciclo vitale di una civiltà, però, è esclusiva materia del destino, in una sorta di processo che per il mondo occidentale raggiunge il culmine attraverso la cosiddetta Zivilisation, ossia quel punto caratterizzato dal dominio della scienza, della tecnica e dal culto del denaro, che precede la morte della nostra cultura. La storia, quindi, non presenta alcun disegno razionale e il ruolo dell’individuo, dinanzi alle spietate dinamiche storiche, appare irrilevante, confinato alla mera accettazione della «necessità storica». È questa la lezione più amara dell’autore, che si configura come la più autorevole delle risposte alle pretese di “immortalità” dei vari dittatori del suo tempo. 

Noi non abbiamo la possibilità di realizzare questo o quello ma la libertà di fare ciò che è necessario o nulla; ed un compito che la necessità della storia ha posto verrà realizzato con il singolo o contro di esso. (Spengler, Il tramonto dell’Occidente, 1971) 

Alla luce di queste riflessioni, anche la questione della libertà, nell’era del declino, viene trattata con i consueti toni forti e sprezzanti, in un’ottica che se da un verso riprende un dualismo di hobbesiana memoria (libertà/necessità), dall’altro sembra anticipare significativamente i tempi, prospettando una tale questione come falsa questione, essendo stato il termine libertà svuotato del suo reale significato per meglio rispondere alle istanze di una cultura sempre più materialistica. 

Qui la parola libertà riceve il senso sanguinoso dei tempi di decadenza. Tale libertà è intesa fuori da ogni vincolo di cultura, da ogni genere di moralità e di forma, da tutti quegli uomini, i quali pretendono soltanto nel loro cupo furore, un più alto tenore di vita. Una povertà sopportata in maniera dignitosa ed umile, silenzioso compimento del dovere, sacrificio in funzione di un compito o di una convinzione, grandezza nel sopportare il destino, fedeltà, onore, responsabilità, dedizione, tutto ciò è continuo rimprovero per gli “umiliati ed offesi”. Poiché, sia detto ancora una volta, il contrario di distinto non è povero, ma volgare. (Spengler, Anni della decisione, 2018) 

Spengler trascorre gli ultimi anni della sua vita a Monaco, sempre più isolato. Muore nel 1936 e poco prima di tale data, in una lettera a un amico, scrive «probabilmente il Reich Germanico tra dieci anni non esisterà più». Certamente si tratta di un pensatore fuori dagli schemi, fortemente influenzato dal pensiero di Eraclito, Goethe e Nietzsche e arroccato su posizioni decisamente conservatrici, il cui lascito difficilmente può essere ben definito, collocato e compreso. Una parte della critica storica, infatti, non esita ad attribuirgli una sorta di responsabilità morale dell’avvento del regime nazista in Germania; un’altra parte, invece, relega le riflessioni di Spengler nel filone dell’”irrazionalismo politico”, soprattutto a motivo dell’attaccamento dell’autore a quel “prussianesimo” che aveva sì fatto grande la Germania, ma che non trovava più ragione di esistere in un’Europa che stava profondamente cambiando. Sempre più convito del “tramonto” della civiltà occidentale, a fronte dell’inarrestabile avanzare del nichilismo, scrive: 

Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà. (Spengler, Il tramonto dell’Occidente, 1971)   

Queste poche righe, forse, rappresentano l’insegnamento più importante di uno dei pensatori più controversi di un travagliato periodo storico