Sfogliare le pagine delle novità editoriali o delle classifiche dei libri più venduti, per i frequentatori compulsivi di librerie, è una piccolo, settimanale, personale dramma. Da coloro che pretendono di essere baluardo di resistenza al dilagare di ignoranza e intolleranza non si ricevono che figurazioni desertiche in cui di oasi fatte di pensiero e libertà non v’è che il miraggio. Se sia colpa degli editori o dei lettori poco importa. Nelle cattedrali di paglia costruite su pagine, libri, autori, trovare spilli pungenti è impresa che richiede due considerazioni.

La prima, come insegna il Cioran dei Sillogismi dell’amarezza, è che il pubblico si getta perlopiù sugli autori cosiddetti “umani”, quelli da cui non ha nulla da temere, rimasti a metà strada, che non mettono in crisi con l’atrocità del dubbio credenze e certezze. La seconda, di André Gide, è che con i buoni sentimenti si fa cattiva letteratura. Si finisce travolti dall’orgia del banale. Nella superficie arida dell’editoria si trovano tuttavia le occasioni per ribaltare il tavolo. È quanto ha fatto GOG Edizioni pubblicando nella sua collana di classici le Notas (2019, pp. 425) del reazionario Nicolás Gómez Dávila, con un saggio introduttivo del compianto Franco Volpi.

Introdurre il caos nell’ordine è la parola d’ordine che Adorno, in tempi ordinati, consegnò all’arte. Obiettivo dei reazionari è introdurre ordine nei tempi caotici che viviamo. Re dei paradossi, Dávila lo fa nella forma più disordinata, l’aforisma, il fendente di spada che in poche righe colpisce l’obiettivo. Il filosofo colombiano sgrana il rosario delle proprie riflessioni, inanellando aforismi che non sono mai soluzioni ideologiche, ma sempre occasioni di pensiero. Compito dell’aforista è stare in equilibrio tra letteratura e filosofia, e Dávila è maestro in quest’arte: come il saggista distilla il senso dell’essere dalle parole, come il poeta distilla parole dal senso dell’essere.

Il senso profondo del pensiero reazionario abita nella convinzione che l’uomo, con i suoi vizi, le sue violenze, le sue miserie, sia un problema. I maestri del pensiero reazionario, da de Maistre a de Bonald, grattano l’uomo e trovano il male. Lo spagnolo Donoso Cortés, tanto amato da Carl Schmitt, si spinge fino a dire che «il rettile che il mio piede schiaccia sarebbe meno spregevole di un uomo». Il senso profondo dell’essere reazionario di Nicolás Gómez Dávila, invece, è nella considerazione che tale problema, l’uomo, non ha alcuna soluzione umana. «La nostra vita» scrive Dávila «è un esperimento destinato al disastro». Non c’è salvezza all’interno dei prodotti della cultura umana: non ve n’è nell’arte, né nella filosofia, né nella letteratura. Vuota di salvezza è pure la religione, che le Notas innalzano a «insieme di problemi, non insieme di soluzioni», archiviando il pregiudizio ateistico del religioso come uomo che insegue facili credenze. In cosa dovrebbe aiutarci la religione, che ci strappa dalla dimensione terrena investendoci dell’«esperienza dell’insufficienza del mondo»? Non c’è salvezza, infine, nemmeno nella politica. Reazionario è innanzitutto chi rifiuta le tre ideologie della modernità – liberalismo, socialismo, fascismo – e le loro facili soluzioni a questioni complesse.

È contro ogni statalismo che Dávila si scaglia con maggiore violenza. Che lo Stato sia un mostro (e la politica sia «l’arte di debilitarlo») non è una sciocchezza borghese. L’individuo non trova la propria realizzazione in compagnia di uno Stato forte, perché «nella misura in cui lo Stato cresce, l’individuo si sminuisce». E se pronunciamo statalismo, diciamo soprattutto socialismo, la «filosofia della colpevolezza altrui», «la teoria di chi non osa accusare se stesso», secondo le parole di Dávila. Il reazionario non potrebbe che respingere chi predica la liberazione dell’uomo dalle proprie catene; sa che senza catene (sovrastrutturali, va da sé) l’uomo rimane una scimmia. I fatti dello spirito contano più della distribuzione del capitale o dei mezzi di produzione: «cosa ci importa chi debba essere il padrone della fabbrica, se la fabbrica deve continuare ad esistere?».

Non meno velenose sono le frecce scagliate contro democrazia, nazionalismo e liberalismo. Chi cerca di rivalutare Dávila con il beauty case del taglio selettivo, cercando di sedare il suo vigore antimoderno e di ammansire il suo spirito antiliberale per dare del filosofo un’immagine più facilmente spendibile nel circuito bigotto della cultura italiana, non ha capito lo spirito del colombiano o è in malafede. Come si può credere in un Dávila liberale, di fronte all’affermazione che «è certamente più importante la relazione fra l’uomo e il mondo che la relazione fra l’uomo e il diritto di proprietà»? Davvero si crede di poter democratizzare chi ritiene che l’errore del pensiero democratico sia «attribuire a ciascun individuo la totalità degli attributi propri del concetto di uomo»? Chi, più di Dávila, è capace con due aforismi di affondare il pugnale al cuore dei problemi? Per il colombiano la democrazia è il regno della mediocrità; più alto è il numero di minuscole volontà che sbraitano, più ampia è la partecipazione degli uomini al governo dello Stato, più ineluttabilmente si genera «una tirannia assoluta e una assoluta mediocrità».

Il Platone della Politèia avrebbe sottoscritto tali parole. Al di là di ogni afflato democratico, dicevamo, ma anche oltre ogni sciovinismo. Quanto più un popolo si rifugia nel nazionalismo, tanto più mette in mostra la propria artificialità. Gli aforismi delle Notas tradiscono un Dávila antiromantico, contro l’idea che si possa dedurre l’essenza di un popolo dai suoi caratteri (pensiamo agli italiani poeti, santi e navigatori), come se esistesse una “anima nazionale” e le sue proprietà spirituali migliori fossero la ricetta per la “grande nazione”. Non c’è niente di più fittizio di «un popolo che cerca la definizione del suo essere» prima ancora di agire, «incapace di operare per il timore di falsificarsi, quando la falsificazione è quello stesso timore» – chi vorrà, riconoscerà in queste parole la recente riproposizione in salsa teologica del nazionalismo ottocentesco italiano, che vuole uniti popoli profondamente diversi per lingua e modo di stare al mondo.

Nicolás Gómez Dávila

All’opposto di ogni illusione della contemporaneità, Dávila non ritiene possibile la coesistenza della libertà e dell’uguaglianza, né gli importa il grado di libertà vigente in seno alla società. Di fatto, la condizione dell’uomo dei nostri giorni impone un sistema in cui per essere liberi gli uomini devono difendere la propria libertà «con l’esercizio dei loro più meschini ed egoisti diritti», come accade nelle società organizzate secondo i dettami del liberalismo.

Se non c’è salvezza nella politica, la necessità della rivoluzione scade. La storia è un cimitero di aristocrazie, di fianco al cimitero delle buone intenzioni. Il filosofo di Bogotà sa, forte del proprio realismo tucidideo, che «l’entusiasmo necessario per ribellarsi non basta per consolidare un governo». I Robespierre che ciclicamente esortano alla ribellione perdono la fede nei propri popoli nel battito di ciglia che va dalla Bastiglia alla ghigliottina. «La Rivoluzione francese è il miglior argomento a favore dell’Ancien Régime». Ogni moderna ideologia è settica, intossicata dal demone della frivolezza. Conosciamo soltanto beni deperibili, vittime di un «insaziabile prurito del nuovo» e genuflessi al primato della materia, dell’effimero e del quotidiano. Lo spirito del giornalismo ne è un esempio: il pensiero smette di avere a che fare con le forme, con le questioni classiche che si ripresentano all’uomo in ogni epoca della sua storia, e insegue giorno per giorno i fantasmi a scadenza che popolano una vita dedita alla contingenza.

Cosa accomuna allora i reazionari, coloro che con sprezzo sovrano rifiutano il dominio dell’effimero? Il loro essere fuori luogo nello spazio e nel tempo in cui si trovano. Ciò vale anche per gli utopisti, ma se questi sognano l’avvenire messianico, i reazionari lavorano per il ritorno edenico. Ritorno di cosa? Di ciò che è stato? Il passato è sempre idealizzato, è la storia, frutto di tagli selettivi. Il reazionario sogna il ritorno di un tempo che non è mai stato; ritorno, appunto, perché tale tempo è l’unico che può vantare la propria legittimità sull’esistente. «La storia contemporanea, questa vera preistoria», dice Dávila. E ancora: «Il passato dei reazionari è sicuramente idealizzato; però, alla fine, in quel passato di fantasia sarebbe stato delizioso vivere». Ciò che lo spaventa, al contrario, è «il futuro idealizzato dei nostri profeti progressisti».

Nella distopia che il colombiano chiama progressista noi identifichiamo le prime avvisaglie del presente. L’ossessione per l’empatia, propagandata a gran voce in ogni sede letteraria, filosofica, artistica, politica, annichilisce senza possibilità di appello l’uso della ragione, lo strumento di quell’intelligenza che non è mai – come vogliono le vestali del benpensare – comprensione aprioristica dell’altro, empatia che annulla le differenze. L’intelligenza, ricorda il nostro, «non si manifesta con un gesto di accoglienza e di affetto», anzi è «perfida e traditrice, sospettosa e diffidente, comincia sempre col respingere e ribattere, sempre rifiuta e sempre protesta». Chi conduce le proprie battaglie social, moderno crociato digitale, a colpi di #restiamoumani e #facciamorete, slogan che nell’autoelevazione a rappresentanti dell’umanità contengono la disumanizzazione di ogni pensiero diverso, confonde i sentimenti con le idee, credendo di aver detto qualcosa di nuovo, saggio e meditato, quando invece ha espresso niente più che simpatia o antipatia.

L’intellettuale engagé, il regista militante, lo scrittore chiaccherone, i giovani apostoli della cultura, queste insopportabili figure che ben conosciamo e che, gonfie di ego, ammorbano con i loro veti e le loro banalità pagine di giornali e fiere del libro, sono i massimi rappresentanti di uno stile che rifugge l’inflessibile dovere della ricerca della propria perfezione. Quando ci preoccupiamo di problemi di scala maggiore, che richiedono appelli alla società, alla civiltà, al destino dell’umanità tutta, non facciamo che rifugiarci «nella puerile vanità di sentirci i responsabili del mondo», declinando l’invito a migliorare prima di tutto noi stessi. Ecco, per abbattere l’ossessione dei buoni sentimenti basta la lezione intelligente delle Notas di Nicolás Gómez Dávila:

L’umanitarismo è l’umanesimo degli imbecilli.