San Tommaso d’Aquino, nella sua Summa Theologiae, identificava la misericordia come una diretta derivazione della caritas: l’espressione terrena dell’amore di Dio. Questo “amore”, il puro amore cristiano, secondo il giurista svizzero Johann J. Bachofen sarebbe stato il fondamento del “diritto finale” che avrebbe rimpiazzato tanto il diritto matriarcale delle origini dell’umanità che quello patriarcale ad esso succeduto.

A sua volta, secondo il teorico scozzese Alasdair MacIntyre (di educazione e cultura marxista ma successivamente giunto a posizioni agostiniane dopo aver abbracciato apertamente il cattolicesimo romano), la misericordia, come afflizione e dispiacere per la sofferenza di qualcun altro, rappresenta la virtù centrale all’interno di una comunità che riconosca la dipendenza reciproca di ciascun cittadino.

Solo all’interno di questa ben precisa comunità, fondata sulla giustizia, l’uomo può essere capace di costruire (o ricostruire) forme partecipative che siano in grado di resistere alle insidie ed alle false lusinghe del “male” odierno: quel capitalismo generatore di forme strutturali di ingiustizia su diversi livelli.

Va da sé che la “misercordia” di cui tratta MacIntyre ha ben poco a che vedere con la filantropia. Questa, infatti, è meramente astratta. È una negazione completamente moderna del messaggio cristiano: una “filosofia atea” che le classi sociali abbienti hanno fatto propria per sentirsi meno colpevoli di fronte al crescente divario tra ricchi e poveri (migliore dei casi); o (peggiore dei casi) per giustificare con un velo ipocritamente umanitario quelle importazioni di schiavi che, producendo nuove forme di sradicatezza, iniettano linfa fresca e garantiscono la riproduzione ad infinitum del sistema capitalistico tramite il suo presupposto fondamentale, lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.

Mantenere inalterato il vincolo comunitario, il rapporto dell’uomo con ciò che lo circonda, con le proprie radici e la propria cultura, è infatti la prima e l’ultima forma di resistenza al liberal-capitalismo. Esso, come riportato sopra, viene considerato alla stregua di generatore di ingiustizie in quanto priva l’uomo dell’essenzialità della vita. È il fondamento stessa di quella sradicatezza che determina l’alienazione dell’uomo moderno.

Alasdair MacIntyre

Il primo “momento” di questo processo di alienazione è iniziato dalla dicotomia città/campagna (oggi esprimibile nei termini di centro/periferia del globo): da quel processo di inurbamento che per tutto il corso dell’età moderna ha portato le masse contadine ad abbandonare le campagne alla ricerca di una nuova vita nelle città.

Qui, come scrissero Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista, i “valori dell’epoca feudale vennero affogati nelle gelide acque del calcolo egoistico”. L’uomo ha oggettificato la sua vita in forma di lavoro. Si è estraniato dagli altri uomini rompendo il vincolo comunitario. E, rompendo tale vincolo, si è estraniato dalla propria stessa umanità essenziale. Il lavoratore è divenuto merce e non più uomo; e lo stesso lavoro si è alienato poiché, da quel momento in poi, non è stato più messo al servizio di un’esistenza umana.

Una simile analisi del processo di alienazione come “rottura del vincolo comunitario” (interpretata in chiave anti-colonialista) venne realizzata dal pensatore iraniano Jalal Al-e Ahmad che, in ambito islamico sciita, percorse la stessa strada di MacIntyre: da una iniziale posizione marxista alla riscoperta della religione ed al suo ruolo potenzialmente rivoluzionario.

Il pensiero di Al-e Ahmad, infatti, influenzò non poco quel processo rivoluzionario iraniano che potrebbe essere facilmente interpretato come “riappropriazione del sé autentico” contro l’occidentalizzazione forzata che il Paese mediorientale subì a partire dalla seconda metà del XX secolo.

Jalal Al-e-Ahmad

La riappropriazione del sé è la via attraverso la quale l’uomo, riconoscendo la propria alienazione ed il suo stato di straniero nel mondo che lui stesso ha creato o che gli è stato imposto, acquisisce nuovamente la propria coscienza. Attraverso tale riappropriazione ristabilisce il vincolo tra individuo e società. Questo vincolo era ciò che caratterizzava, ad esempio, il mondo greco o quello persiano dell’antichità: una società al contempo politica e religiosa in cui il divino era immanente. E questo, almeno in linea teorica, è quanto la rivoluzione iraniana, seppure in ambito islamico e con notevoli difficoltà, ha cercato di ricreare.

L’alienazione, dunque, come affermava anche Martin Heidegger, altro non è che l’assenza di patria dell’uomo. E la riappropriazione del sé, di conseguenza, non può che essere un ritorno alle radici. La rivoluzione stessa è in primo luogo un “ritorno” alle origini. Quindi, non sorprende che proprio Marx abbia spesso fatto riferimento al cosiddetto “comunismo delle caverne”.

Ora, in quale rapporto il marxismo può essere ricondotto al cristianesimo ed in quale misura, vista la sostanziale crisi di entrambi, i due possono “collaborare” per creare, in ambito “occidentale”, spazi di condivisione comunitaria che ostacolino l’affermazione totalizzante del liberal-capitalismo? Alasdair MacIntyre, cerca di dare una risposta a questo quesito in Marxismo e cristianesimo: testo recentemente pubblicato in Italia da NovaEuropa Edizioni con due interessanti contributi di Giovanni Bombelli e Gianluca Cavallo.

È bene ricordare in primo luogo che, secondo quanto emerge dai Vangeli, ciò a cui il Cristo era realmente interessato erano due cose: il Regno di Dio e la giustizia. Il cristianesimo, sin dalle sue origini, ha sempre avuto una particolare connotazione sociale. Giovanni Battista, predecessore del Cristo, invitava infatti alla condivisione dei beni e a non estorcere mai del denaro.

Dio, dunque, chiede all’uomo nei suoi rapporti col prossimo una sola cosa: la giustizia. E tale giustizia non può essere garantita da un sistema ingiusto: ovvero, da quel capitalismo liberale che per garantirsi la vita ha dovuto costruirsi una propria visione della giustizia che nega quella cristiana.

Questa visione della giustizia è fondata sul mero utilitarismo/individualismo che, di fatto, rappresenta il grande ostacolo alla costruzione di una comunità partecipata. Il liberalismo borghese ha sconfitto il cristianesimo perché l’ha portato sul suo terreno di battaglia preferito: quello dello scontro tra visioni del mondo. E, come sostenne giustamente il già citato Heidegger, l’errore fondamentale del cristianesimo fu proprio quello di trasformarsi in una “visione del mondo” abbandonando quella essenza onnicomprensiva che ha contraddistinto le dimensioni imperiali medievali e quasi auto-relegandosi alla sola sfera privata.

Riforma ed etica protestante, come ben sottolineato anche da Max Weber, ebbero un ruolo di rilievo nella formazione dello spirito capitalista; o (tesi marxista) fu il cristianesimo stesso ad adeguarsi alle esigenze dello spirito mercantilista/utilitarista dell’Europa del Nord. È difficile attestare quale tesi sia quella corretta. Tuttavia, è certo che per quanto concerne il cattolicesimo fu quest’ultimo ad adeguarsi al capitalismo e non viceversa.

Dopo il Concilio Vaticano II, infatti, vi fu un progressivo sdoganamento in ambito cattolico del capitalismo che raggiunse il suo culmine con l’enciclica Centesimus Annus di Giovanni Paolo II. Un Pontefice che agì in modo più che ambiguo per combattere il comunismo reale e che venne “redarguito” dall’Imam Khomeyni per aver preso posizione sulla crisi degli ostaggi all’ambasciata statunitense di Teheran. Infatti, in una celebre lettera indirizzata all’allora Papa, Khomeyni si dispiaceva del fatto che questo si fosse interessato delle sorti di alcune spie nordamericane e che non si fosse mai interessato al destino del popolo iraniano oppresso per decenni.

Nel medesimo scritto, Khomeyni, profondo conoscitore dei testi sacri del cristianesimo, esortava i cristiani a seguire l’esempio del Cristo ed il suo messaggio rivoluzionario: ovvero, di quel Cristo che invitava a vendere il mantello per comprare una spada.

E chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una (Luca 22,36).

Sembra quasi un paradosso che un musulmano dovesse ricordare ai cristiani il carattere rivoluzionario del messaggio religioso del Cristo. Khomeyni, tuttavia, a differenza dei cristiani attuali abituati ad ignorare il nesso teologico tra teoria e prassi, era ben consapevole della doppia funzione della religione: consacrare il mondo ad un’autorità superiore; dissetare la sete spirituale dell’uomo dando forza agli oppressi contro gli oppressori.

Ruhollah Khomeini

Pur considerando la religione alla stregua di “oppio dei popoli”, anche Karl Marx era ben conscio del suo ruolo fondamentale. Questa, infatti, come scrive in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, rimane il “cuore di un mondo senza cuore”. Una definizione che richiama anche un tema centrale del tradizionalismo. Infatti, chiunque abbia una certa dimestichezza con questa dottrina sa perfettamente che l’uomo religioso è sempre convinto di vivere nel centro (cuore) del mondo.

La religione, dunque, veniva interpretata dallo stesso Marx anche come una forma di resistenza. Questo perché nelle società industriali a capitalismo avanzato (ed oggi questo è sotto i nostri occhi) gli strati sociali e culturali che avversano la religione sono gli stessi che avversano il marxismo.

La religione diviene reazionaria solo quando distrae l’uomo dalla realizzazione di un ordine giusto in terra. Ovvero, quando, privata della sua essenza e trasformandosi in mera opinione religiosa, diviene strumento della classe dominante liberal-borghese che strumentalizza il presunto antagonismo tra cristianesimo e marxismo.

Tale antagonismo, tuttavia, è una pura invenzione. Il marxismo, di fatto, è una mutazione secolarizzata del cristianesimo che si sviluppa a partire dalla filosofia hegeliana e dall’interpretazione che lo stesso Hegel dà della teologia cristiana. Lo stesso Manifesto è in sé un misto tra scienza e arringa profetica. Ed il marxismo propone (o ripropone) una dottrina dotata della stessa portata metafisica e morale della cristianità. Esso è una versione “demitizzata” del cristianesimo che ha ereditato le sue parole d’ordine da Hegel e Feuerbach: una sorta di “eresia che mantiene elementi ignorati e occultati della cristianità”, come afferma lo stesso MacIntyre. Ma, mentre Hegel adatta la teoria alla realtà; Marx cerca di cambiare la realtà in modo che si conformi alla teoria.

Al contempo, tanto il marxismo quanto il cristianesimo non possono esistere su di un piano esclusivamente teorico. Alla pari del confucianesimo che propone una metafisica che può essere compresa solo praticandola, il marxismo non può esistere senza prassi e la teologia cristiana senza insegnamento scade nella pura speculazione filosofica fine a se stessa.

Karl Marx

Non sorprende, dunque, che tanti teorici cattolici (come Juan Donoso Cortes o Carl Schmitt) rispettassero più il marxismo (definito alla stregua di vero e proprio sistema teologico) che lo squallido liberalismo borghese.

Ma il marxismo, privato della prassi, produce mostri: le oscenità del cosiddetto “marxismo culturale” odierno che nega la lotta di classe, dimentica i diritti sociali ed innalza la bandiera dei diritti civili, vero e proprio strumento di distrazione di massa.

Tuttavia, anche la prassi marxista merita una critica. L’errore di fondo del marxismo dopo Marx è da ricercare nel fatto di aver costruito una metafisica puramente tecnica e falsamente scientifica che ha portato gli stessi marxisti a ripetere ossessivamente le affermazioni di Marx e Feuerbach contro la religione mentre nella prassi cercavano di ricreare lo stesso fenomeno religioso che i due pensatori erano intenti a criticare. L’esempio più eloquente in questo senso è lo stalinismo che comunque ebbe il merito di riconoscere il valore della religione come fondamento della comunità,  anche se lo fece nei drammatici anni del conflitto mondiale.

In conclusione, l’errore o l’incapacità del marxismo, come ben sottolinea proprio MacIntyre, è stato quello di non aver mai fatto autocritica rispetto ai propri schemi concettuali; il non aver compreso che la lotta di classe non è mai stata superata ma ha semplicemente assunto nuove forme che non escludono affatto l’ambito geopolitico; il non aver compreso affatto le dinamiche di evoluzione del capitalismo capace di mascherarsi sotto forme politiche diverse non necessariamente liberali.

Così come Marx non lasciò che pochi e confusi accenni sul socialismo e comunismo futuri, MacIntyre lascia pochi e confusi accenni sulla possibile prospettiva comunitarista. Tuttavia, gli si deve riconoscere il merito di aver superato l’antagonismo (imposto) tra cristianesimo e marxismo.