Uno spettro si aggira da sempre nel territorio dell’erudizione. Aleggia come una tara su ogni impresa letteraria, dalla più sublime alla più infima; è anche la catastrofe che si annida nella cultura saggistica contemporanea, ormai rosa dalla più sottile delle anemie; e un complesso d’inferiorità per lo più dissimulato, una colpa originaria che rinvia a una sapienza perduta, a un au de-là du livresque: i pensieri non sono assimilati dai libri, spuntano dalle ossa.

Vanitas - Pieter Claesz (1630)

Vanitas – Pieter Claesz (1630)

È innegabile che l’avventura dell’erudizione sia per molti aspetti una sciagura, il balocco di un orfano del reale, il più delle volte. La prova l’abbiamo quando guardiamo negli occhi un erudito: è indubbio che in qualche modo egli sarà, in tutto e per tutto, la fragile versione secolare del monaco medioevale, i miasmi claustrali dell’ascesi dalla vita, perfino quando dovesse lui stesso criticare i maniaci dell’Intelligenza.

Nel migliore dei casi, l’avventura di colui che è solo un erudito assomiglierà a uno splendido veliero che non prenderà mai il mare, che non vedrà mai il mare aperto o le onde furiose del reale; è l’infinito guardato dalla terra ferma o l’ignoto coattato verbalmente, e dunque riportato al noto; uno stupefacente pletorico e un turbamento addomesticato. La cultura – che ci nutre e ci distrae per evitare la nostra ribellione – è un disinnesco cognitivo del reale, una commedia del teatro della conoscenza al fine di separare la vita dalla morte; e l’intelligenza critica, come paralisi del pensiero profondo, vitale, è la forma più raffinata di aggressività contro la vita che la modernità abbia mai prodotto, dopo le religioni dell’ascesi.

l Bibliotecario - Giuseppe Arcimboldo (1566)

Il Bibliotecario – Giuseppe Arcimboldo (1566)

Chamfort pensava che la ragione rende infelici gli uomini e che la maggior parte delle istituzioni sociali sembra avere per scopo quello di mantenere l’uomo a livello di mediocrità d’idee e di sentimenti, tale da renderlo più adatto a governare o ad essere governato. Leopardi scriveva, a più riprese, che la ragione è la vera carnefice del genere umano e che i migliori filosofi, i più profondi, sono massimamente anti-filosofici. Proust, nel suo Contre Sainte-Beuve, accennava all’inferiorità dell’intelligenza e della critica e scriveva:

ogni giorno attribuisco minore valore all’intelligenza, ogni giorno mi rendo sempre meglio conto che solo indipendentemente da essa lo scrittore può cogliere nuovamente qualcosa delle sue impressioni, qualcosa di lui stesso.

Lichtenberg, un illuminista, uno scienziato e un professore che non aveva nulla dell’accademico (leggendarie furono le sue tirate anti-accademiche), nutriva un profondo disprezzo per l’erudizione fine a sé stessa, libresca, e per i suoi esponenti, che fanno continuamente estratti delle proprie letture e commerciano con le idee altrui credendo di essere, con le loro glosse e i loro commenti, dei rischiaratori del mondo. Landolfi definiva la letteratura occidentale mera estetica letteraria, se paragonata alla più indocile letteratura russa, nella sua materia vivente: con l’aiuto di Dio, il cattolicesimo non prospera in terra di Russia, riferendosi con ciò, indirettamente, alla politesse del cattolicesimo occidentale auspicata al contrario da Custine.

Marcel Proust (1871/1922)

Marcel Proust (1871/1922)

Brodskij sentirà il bisogno di scrivere, in Fuga da Bisanzio, a proposito di quella sterile erudizione, così diffusa, che abusa della consuetudine

di usare il linguaggio per sezionare l’esperienza, privando così la nostra mente dei vantaggi dell’intuizione […] un concetto ben definito comporta sempre una contrazione del significato, una delimitazione che recide via tutte le frange […] le frange contano più di tutto il mondo fenomenico […] Non c’è niente di più stravagante che applicare uno strumento analitico a un fenomeno sintetico […] analizzare significa non già mettere a fuoco, ma diluirne il fuoco, sfumarlo…

Un metafisico non speculativo come Šestov, sosterrà:

La metafisica è la grande arte di eludere la pericolosa esperienza terrena […] i metafisici sono positivisti per eccellenza […] è la possibilità di passare per un eroe a un uomo che non sa nemmeno cosa sia la guerra

E detto da chi abbandonava la teoria per la metafisica della conoscenza. Uno splendido metafisico come Ceronetti, sostiene: la grave ripugnanza per il Cervello vivente senza la vita, per il primato del cervello come motore della macchina vivente, dell’intelletto astratto, ed evoca quella Sapienza che, per salvarsi, si concentra sul ventre. Infine, un geniale poli-erudito come Manganelli, in un frammento pressoché sconosciuto al grande pubblico e perfino a molti dei suoi specialisti, mette il dito sul vulnus intellettualistico che paradossalmente lo mina, e scrive:

Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un ‘fatto’, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario ed onesto liberarsi (spogliarsi) […] I libri non esistono: ma esiste il nostro fare carne di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa.

Gli esempi potrebbero continuare, e sarebbero una legione.

Lev Šestov (1866 – 1938)

Lev Šestov (1866 – 1938)

È l’atrofia, e il paradosso, di un mondo in cui l’intelligenza si rivela incompatibile con la vita, perché in preda a un fenomeno di esacerbazione della coscienza. Il segno di un’epoca che, infine, tende a rendere anonima ogni inclinazione personale, la radicalità del pensiero privato, che viene dissimulato, e lo è sempre stato; chi lo propugna o lo vive, infatti, viene relegato nel regno dell’anomalia, per vegetare nella folta schiera della grandi lezioni inascoltate, perché poco comuni: anche se falsa e stupida, e sostenuta dal primo venuto, una generalità si vedrà aperte porte che rimarrebbero certamente chiuse all’opinione personale, anche se vissuta e sperimentata da un genio, commenta Fondane.

Una radicalità che, per essere ascoltata e praticata, richiede qualcosa da dire in proprio, da parte di qualcuno e non di chiunque. Un principio distintivo mai perdonato dai pensatori pubblici, filosofi o letterati. E qualora tale tratto distintivo venga contemplato, il ruolo della critica, che detiene un posto di responsabilità sociale, generale, è quello di leggere le eccezioni, le loro verità dal fascino irresistibile e temibile, per addomesticarle, modificarle e assimilarne una minima parte, quella passibile di essere utile; come se il compito del creatore non fosse altro che quello di dire o scrivere cose poi utilizzabili dai filosofi o, come avrebbe detto Artaud, di essere l’imbuto del pensiero di tutti; come se fosse possibile creare solo restando fedeli al destino generale, comune: quando si tende a fare tutte le cose che fanno gli altri, si diventa tutti gli altri, scrive Bukowski, con una nota sferzante, contro l’isteria di un’intimità troppo pronta ad aprirsi alla moltitudine universale, a un mondo in cui tutto conta, eccetto la creazione, poiché ogni cosa è letta attraverso un piano derivato, mai diretto. Eppure, da sempre intuiamo che ogni pensiero cui manca l’elemento della creazione personale, è un’ossessione sterile: in Valéry – che, al pari di Voltaire, ridicolizzava la profondità di Pascal – sfocerà nel culto della suffisance esthétique.

Benjamin Fondane (1898/1944)

Benjamin Fondane (1898/1944)

Riferendosi agli intellettuali, ai critici, ai letterati (poiché Alexander Blok, nei suoi Taccuini, ci ricorda la differenza abissale che esiste tra il letterato e lo scrittore), la reazione di Bukowski fu: sono contrario a essere preso per coglione da tizi a cui manca totalmente l’abilità di creare, a sottomettersi allo spazio dissacratorio del critico e del filosofo, al territorio marginale, domestico, degli specialisti, ai meri geometri in possesso degli strumenti intellettuali per maneggiare le eccezioni… di sottomettersi a tutto ciò che non si osa dire per bon ton accademico; e se si osa, è il coraggio che tocca solo la superficie, un vuoto rituale di parole, non si respira oltre l’urbano, l’evento non circola. Tutti questi letterati, opinionisti, giornalisti, ricercatori e parolai a rimorchio di un pretesto, di un grande e magistrale pretesto che non toccheranno mai, sono compulsatori del prestigio altrui, della linfa di coloro che sono stati capaci di avere un destino.

Salvo rari casi, uno dei limiti più gravi di una buona parte dei critici è questo: se avessero qualcosa da dire in proprio, non perderebbero tempo a scrivere solo o soprattutto sulle opere degli altri, a essere dei compositori e non dei creatori. Léon Bloy sosteneva: il critico è colui che ostinatamente cerca un letto in un domicilio altrui – battuta ormai arcinota, ma mai metabolizzata davvero dalla critica; mentre Susan Sontag ammetteva candidamente:

Il mio ‘io’ è gracile, cauto, troppo sano di mente. I buoni scrittori sono egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono, ma la loro sanità mentale è parassitica e vive della fatuità creativa altrui,

perché troppo spesso sono cattivi attori dall’io drammaturgico sterile, un plagio letterario che si fa temperamento, che si crogiola nelle astrazioni e nelle tassonomie. Cioran, a sua volta, azzeccava il bersaglio affermando: quando uno non ha niente da dire, diventa critico letterario – e quando ha ancora meno da dire, diventa critico dei critici. Alcuni critici, ostinati, si rifugeranno nella frase di Oscar Wilde: la critica è più creativa della creazione, nella pretesa e nella speranza di essere più Erode di Erode.

Aleksandr Aleksandrovič Blok (1880/1921)

Aleksandr Aleksandrovič Blok (1880/1921)

Nelle eccezioni troviamo non di rado un denominatore comune: il rifiuto di aderire al catechismo della ragione. Di questa legione di pensatori anomali per la compagine sociale, a cui lui stesso appartiene, Ceronetti scrive: sono una tenda nel deserto, della nostra epoca, e di ogni epoca. La loro violenza anti-filosofica è uno spettacolo scandaloso, per la ragione, e la loro opera è ridotta a stigma del proscritto che rovescia la vita in comune; mentre il critico, l’apoteosi del noi: fa parte di quella famiglia di pensatori per cui ogni spontaneità è disordine, ogni libertà capriccio, ogni natura un atto di provocazione nei confronti dell’Intelligenza, afferma Fondane. Così Šestov, ne La filosofia della tragedia, scriverà:

[…] gli idealisti non lo ammetteranno mai, giacché hanno bisogno delle ‘opere’ di Gogol’, e non di Gogol’ in sé (al quale sono poco interessati), della sua grande sfortuna, della sua grande infelicità, della sua grande bruttezza.

Da sempre, infatti, siamo educati a non indugiare sulla personalità, sul temperamento, sull’uomo vivente, tutti elementi troppo equivoci e sfuggenti, difficili da nominare e definire per la ragione; a vegetare nell’elogio del plagio, questa sconfessione dell’unicità: ma, come nota Fondane, l’allevamento in serie esclude la produzione dei grandi caratteri… l’esercizio dell’artificiale impedisce l’emergere dell’eterno. Oggi è il deciso penchant per il principio estetico dell’intertestualità, un’idea molto diffusa nel nostro tempo, perfino dominante, che ha origini illustri e diffuse nel Novecento: per esempio, in W. Benjamin e le sue tesi contro l’idea di genio, ispirazione, creatività e mistero (che, secondo le stesse parole di un Benjamin ancora in preda a un pregiudizio illuministico, nella storia hanno sempre condotto a un’elaborazione fascista delle opere dell’ingegno umano), nell’era della riproducibilità tecnica dell’arte, dell’artificiale; in Faulkner, che, anche lui, non era minimamente interessato a tali nozioni, ma innanzitutto alla scrittura come mero esercizio di artigianato, che per lui costituiva il 90% del processo creativo.

Vanitas - Adam Bernaert (1665)

Vanitas – Adam Bernaert (1665)

Per arrivare, infine, oggi, a una calligrafia intellettuale che subordina l’eccezione, la creatività individuale a orchestrazione di materiali e suggestioni già esistenti, a un ruolo di mero talento compositivo, per mettere sotto accusa ogni creazione spontanea e per giustificare, privilegiare il primato del procedimento e del mestiere a scapito del dono […] un’invenzione sprovvista di fatalità, di ineluttabilità, di destino” – è l’ottundimento del profondo:

Il testo tende a essere sempre meno emanazione inconfondibile di un unico soggetto, sempre più intertestuale, ogni opera è sempre meno opera individuale e sempre più opera collettiva, sempre meno reale e sempre più virtuale, e il testo è – in ogni sua parte – citazione, anche là dove non si citi consapevolmente […] il simbolo generazionale del copia-e-incolla, modello di una new wave di creativi indifferenti al diritto d’autore, sempre più sotterrato nell’era della Rete aperta, anarchica, anonima (nell’interessante libro di L. Mascheroni, Elogio del plagio).

E conclude:

è anche l’estinzione della nozione tardo romantica dell’idea di originalità e di autenticità dell’opera letteraria, concetti che trovano sempre meno ospitalità nella nostra epoca post-contemporanea che fa della citazione, la commistione e il riuso dei testi altrui una delle risorse più diffuse della creatività.

Ça va sans dire, l’idolatria della citazione, o l’abuso della citazione, è una debolezza alla portata di coloro che posseggono un pensiero proprio – esempio estremo di abuso e grandezza: i Passages di Walter Benjamin. Per gli altri, la maggioranza, è solo lo specchio di un’assenza, di un vuoto non dico di genio ma almeno di vero talento. Linfa stagnante.

Vanitas - Jan Lievens (1630)

Vanitas – Jan Lievens (1630)

Sostenere che scrivere sia innanzitutto uno sforzo immane di logica, di un labor limae, il frutto di una cultura e una conoscenza presa in prestito, convenzionale, ha una sola conseguenza: il rovinoso primato della logica sull’intuizione, con il progressivo e conseguente impoverimento della capacità di produrre immagini… è l’estinzione dell’emblema, dell’alchimia, dove tutto è prosaico, profano, ludismo che dissacra e scippa profondità – superficie, capriccio urbano, simulazione allo stato puro, il lavoro senza pericolo di una musa delicata e sterile; è la vittoria di una strategia speculativa, astratta, più affascinata dall’esistenza nella scrittura, che dalla scrittura nell’esistenza. È affermare che le più potenti espressioni della creazione sono soprattutto il prodotto della fatica e dello studio cosciente, e privilegiare il momento del lavoro su quello dell’ispirazione, il frutto di una semplice allegoria mondana, per ridursi a una tradizione ben nota: a Mallarmé, Valéry, Faulkner etc. E vegetare in una metafisica d’artista in preda alle maglie di un mero nesso sintattico-logico, nel territorio dei grammatici nell’anima, tra coloro che abbandonano la vera vita per la letteratura. Così, cosa aspettarsi ancora dall’Intelligenza?

Al mondo la sofferenza, in sé, è inesauribile, solo le persone si estinguono; la letteratura campa da parassita su questa riserva inaudita, per trasfigurare il fetore del reale in un profumo letterario, per scioglierlo in una trama vaporosa, immateriale. A sua volta, la saggezza è sempre stata un’estensione della ragione, dell’intelligenza, per umiliare la profondità e scartarla dalla vita degli uomini – in fondo, è l’espressione dell’angoscia di uomini impersonali, dediti a quella spietata macchina sociale che riduce gli esseri umani a creature amorfe e grigie.

Walter Bendix Schoenflies Benjamin (1892/1940)

Walter Bendix Schoenflies Benjamin (1892/1940)

La sapienza, al contrario, contempla la profondità, e attinge da essa per alimentarsi. Le passioni fanno vivere l’uomo, la saggezza lo fa semplicemente durare, notava lucidamente quel chimico al vetriolo che era Chamfort. Non ricordo dove, ma ho letto che Aristotele, al pari di tutto l’Occidente per duemila anni a venire, fu influenzato da un certo Diogene d’Apollonia; era un medico, e lasciò un frammento sulla circolazione secondo cui il motore non sarebbe il cuore, le passioni, la vita, ma il cervello.

Sono gli albori della mentalità intellettuale, della nascita dell’arte come difesa contro la vita, come qualcosa di superiore a lei. Sarà il Sublime. In epoche recenti lo attestano la posa intellettuale del simbolismo e, paradossalmente, l’idealismo dialettico e storicista del romanticismo, o perfino il surrealismo, con il suo sfruttamento razionale dell’irrazionale. L’arte, così, più che mai, si rivela essere pura fiction, un latte caldo attraverso cui viene dissimulata l’educazione alla rinuncia e alla negazione della sete di vivere. Un frisson anemico, il ghetto del reale, un’inclinazione molto diffusa nelle Lettere; dal canto suo, il critico, incapace di aderire alla vita, si culla nell’illusione di potersi difendere dall’irrazionale sotto il segno del distacco, pur essendo segretamente sedotto da ciò che disprezza e teme, per vegetare in una fascinazione esente da vertigine, in nessun modo aperta all’orrore o sull’estasi, in un brivido dettato da un luogo dove non cresce più il reale e dove regna il favore di una ricchezza tutta Spirituale: la sontuosa cattedrale di una debolezza, l’avventura umana di un delicato – un semplice

gioco con l’ebrezza, non più un essere inghiottiti da essa […] imitazione dell’uomo dionisiaco […] una ripugnante mascherata […] una dissacrazione […] un parassita che toglie sostanza al sacro potere della trasformazione […] uno svuotare qualsiasi azione umana per mezzo della simulazione.

Poiché, in questo territorio più che mai, o si è coraggiosi e generosi, o avari e pavidi.

In lettura sul mare - Vittorio Corcos (1910)

In lettura sul mare – Vittorio Corcos (1910)

Eppure, la creazione letteraria non è solo questo: una strategia speculativa affascinata dalla vita dentro la scrittura (Blanchot esaltava questo aspetto), dove si adotta il punto di vista esclusivo della conoscenza sull’esistenza, per escludere il punto di vista dell’esistenza sulla conoscenza; o, peggio ancora, un vitalismo-esistenzialista, una semplice dottrina che converte la vita in un assoluto filosofico, letterario, nel senso più deteriore del termine, astratto; un mero movimento, uno dei tanti ismi o brainfart da eruditi, che oggi al massimo interessa l’antropologia filosofica, la storia delle idee, la storia della filosofia o la critica letteraria e che, in realtà, per chi sa intendere, rappresenta solo un ricamo filosofico sull’assurdo, su qualcosa di molto più profondo.

Un limbo letterario, una zona d’oltretomba a cui il battesimo della ragione viene negato: da sempre, in fondo, si disprezzano le ragioni dell’irrazionale, la verità profonda che si nasconde dietro l’odio per l’erudizione, il sapere, come se non esistessero ragioni diverse, per questo odio, dalla semplice stoltezza o isteria; e tuttavia, curiosamente, incredibilmente, per tributare il massimo onore a un letterato, un critico o un filosofo, si conferisce loro il dono del demone dell’analogia, il privilegio di un contatto con una forza che precede e sconfessa il gioco dell’erudizione e il teatro della commedia della conoscenza. Il paradosso è lì, davanti ai nostri occhi, sterile: è l’indizio del complesso costitutivo degli eruditi.

Le petit paresseux - Jean Baptiste Greuze (1755)

Le petit paresseux – Jean Baptiste Greuze (1755)

A un certo punto dobbiamo decidere quale creazione, arte o letteratura ci interessa. Alcuni di noi non hanno bisogno di essere intrattenuti. C’è qualcosa che va oltre il mero intrattenimento, oltre la fiction letteraria. Cos’altro è l’arte, oggi, se non una mera impresa estetica capace di raffrenare la nostra bestialità, un riscatto dalle bruttezze della vita, uno sfogo che placa il sentimento trasfigurandolo, una dialettica delle passioni e un loro superamento nell’arte (B. Croce)?

Il Sublime, creazione per anime belle. Qualcosa di troppo euristico e conoscitivo – due tipici prodotti del pensiero teoretico – per riflettere l’equivoco essenziale della vita, poiché, sebbene esistano delle eccezioni, in generale euristica e profondità si respingono, per natura. Qualcosa che ti dimostra come il dolore si attenua se rinunci a piegare la realtà, a essere te stesso. Una potenza che non si scatenerà mai realmente, poiché si rivela un mero intrattenimento pedagogico, catartico. Puro stoicismo o Spinoza. E com’è possibile, oggi, essere i rozzi corifei di una cultura che, spensieratamente, si professa pop? O, peggio, a essere tenuti, per dovere, al rigore intellettuale dello schematismo angusto della filologia classica o della saggistica scientifica, quando queste realtà, con tutta evidenza, oggi non producono nulla di profondo, come accadeva in Leopardi? La calligrafia intellettuale di oggi, in preda al disincanto del concetto, rinchiusa nella gabbia di una nitida geometria, è troppo presa dalla probità dell’astrazione, raramente si accompagna alla potenza, alla vita. L’erudizione, che troppo spesso nega la soggettività per vegetare nella più piatta obbiettività, è priva di profondità.

L'onda - Gustave Courbet (1870)

L’onda – Gustave Courbet (1870)

E anche la concezione proustiana che vede nell’arte qualcosa di superiore alla vita, all’esperienza della vita bruta del mondo umano – ch’egli considera peggiore dell’animale – è accettabile solo quando, con ciò, intendiamo che l’uomo, proiettato oltre la bruta materia, la biologia dell’animalità pura, il caso evolutivo, per non annegare nel piatto materialismo del senso comune della vita quotidiana, in quello che Gogol’ definiva il demone meschino della banalità umana, dispone come suprema risorsa dell’Arte.

Allora, sì, per non perdersi in una sordida oscurità, l’arte sarà più vera di questa vita quotidiana, come sostiene Proust; ma fermarsi qui, e affermare che, in assoluto, l’arte è superiore alla Vita, a quella dimensione che sfugge al nostro controllo, alla nostra civiltà, vuol dire fermarsi alla constatazione di un esteta che non eccede le forme, e commettere lo stesso errore di tutti coloro che fuggono dalla vera vita, voltando le spalle al reale, alla dimensione extra-letteraria ed extra-artistica delle creazioni, alla loro oscura origine, che non è solo un penchant letterario. È una vecchia illusione idealista, che i poeti e gli scrittori hanno condiviso per molto tempo con i filosofi.

Donna che scrive una lettera - Gerard Ter Borch (1655)

Donna che scrive una lettera – Gerard Ter Borch (1655)

Possiamo convenire di non avere obiezioni contro l’utilità della ragione, ma dobbiamo ammettere che l’Intelligenza è anche un refrain sconcertante, un alibi pazzesco per ogni critico, poeta coscienzioso e probo consumatore di saggistica – per il Pantheon dei colti. È il teatro dell’immortalità della Conoscenza che guarda in acquario l’assurdo, con arcano terrore, appena dissimulato da un vano ghigno di scherno e gli occhi socchiusi a lama di rasoio, per cullarsi nella dissacrazione a getto continuo, con il ridimensionamento umoristico, la morale dello scrupolo critico, la feroce ironia della ragione fatta metodo.

Ma è impossibile ridere di tutto, al modo dei filosofi e dei critici. Cosa ben diversa è il riso di Leopardi: tutto è follia in questo mondo fuorché il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorché il ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorché le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze. Quello dei critici, dei filosofi e i semplici letterati, è il riso della rinuncia, quello predicato da ogni forma di stoicismo; il riso di Leopardi, al contrario, è quello dell’affermazione della vita. Baudelaire, contro gli spregevoli corteggiatori delle folle, scriverà: Signori, se volete essere felici a questo mondo dobbiamo essere con coraggio […] diteci, che cosa? […] uomini di genio, riformatori, innovatori, profeti, fenomeni? […] No, signori miei […] dobbiamo essere mediocri! Ecco la Splendida idea per il nostro tempo. Un odio sconfinato […] per la poesia, per me.

Giacomo Leopardi (1798/1837)

Giacomo Leopardi (1798/1837)

Con la nascita dell’intellettuale moderno, nel Settecento, all’epoca dei philosophe, emerge anche la sua professionalizzazione, con la conseguente parcellizzazione del sapere, la cosiddetta specializzazione, contro il dilettante, che acquista, da allora, la valenza prevalentemente negativa del non-specialista. In realtà, l’alibi della specializzazione, ormai dovrebbe essere chiaro, nella maggior parte dei casi dissimula una congenita impotenza a creare. Le specializzazioni sono per le menti anguste, sosteneva Lichtenberg. Negli specialisti di qualsiasi scrittore d’eccezione, è raro trovare lo spirito di un’avventura che non sia già assorbita dal brivido domestico dei commentatori dei pensieri altrui, da un tipico prodotto delle personalità en philosophe, che, quando parlano di cose profonde, lo fanno sempre con una conoscenza da lontano, tipica del mondo libresco, priva di qualsiasi estensione.

Sono persone la cui pratica non gli diviene mai davvero inabitabile. In loro non troviamo quasi mai né consapevolezzaodio per un domicilio che si rivela soprattutto un rifugio chiuso e borghese. Sono persone che non conoscono e non hanno mai conosciuto uno spaesamento assoluto in mezzo alle parole e ai libri. Al contrario, per loro si tratta di confortanti dimore. E qualora tutto ciò scompaia, alla loro coscienza si affaccerà, nel migliore dei casi, solo la tentazione della vita. Il vero nomadismo sapienziale li inquieta, non sanno viaggiare con l’immaginazione senza il baedeker dell’erudizione in mano. Occuparsi del profondo, senza maschere dialettiche, obbliga a sconfinare oltre la forma tradizionale della critica, oltre quell’universo scientifico troppo pieno di specializzazioni letterarie per poter davvero corrispondere al dramma personale che si svolge in seno a un’autentica opera d’arte. In questo territorio, siamo oltre l’intelletto dogmatico e domestico, si è liberi di lasciarsi andare, se si dà il caso, a un’estensione creativa, a una verità e una densità concettuale pressoché sconosciuta alla critica, anche nella giovane critica di oggi.