Vi sono due modi dell’essere-al-mondo per l’uomo: come individuo e come persona. Nel primo caso, egli tende al basso, agli istinti primari, alle soddisfazioni del momento, alla vita animalesca, al conformismo di gruppo; nel secondo, predilige piuttosto la via della massima resistenza, la rotta verso il continuo perfezionamento di sé, il cammino alla scoperta della propria identità celata nell’oscurità degli abissi interiori.

Un agglomerato di individui costituisce una folla – orda di atomi sradicati, desideranti non altro che il viver bene e fisicamente appagato, privi di coscienza critica e perciò facilmente manipolabili dalle sottili tecniche della psicologia di massa. Un insieme di persone compone invece una società organica, ove la differenziazione di attitudini e funzioni, sulla base delle realizzazioni spirituali di ciascuno (e non della ricchezza o del “titolo di studio” conseguito), conferisce al tutto un’armonia simile a quella riscontrabile negli organismi biologici.

Passeggio sulla Ringstrasse, Theo Zasche (1908)

La modernità – con il suo materialismo meccanicistico – rimuovendo ogni vera gerarchia, produce una tensione costante alla regressione della persona nell’individuo: lo schiacciamento egualitario, l’omologazione di massa e il razionalismo come religione dell’ultimo uomo hanno generato esseri la cui interiorità somiglia ad un foglio bianco tratteggiabile a piacimento dalle forze maligne di cui diventano facilmente preda. Da qui, un esercito di cadaveri apatici vaga senza meta né destino, fra mille nevrosi e crisi esistenziali, avvolti in una scorza sempre più solida che li tiene al riparo da ogni intromissione spirituale.

La volontà dell’individuo, poiché slegata dal cosmo, è arbitraria, staccata da ogni esigenza superiore, diretta alla realizzazione dei propri interessi egoistici; quella della persona è profonda, legata al sentimento del proprio dovere e alla necessità di riaffermare un ordine superiore.

Va da sé che nel mondo degli individui, il potere non può che essere nelle mani dei tiranni – singoli uomini ovvero “maggioranze”, il risultato non cambia! – le cui volontà, concretizzate in “leggi positive”, assumono il carattere di volubilità e iniquità, tese principalmente a soggiogare le plebi e a tener saldo il proprio dominio. La potestà dei tiranni, del resto, non conosce limiti: la natura vivente non mostra loro alcun freno e non rivela alcuna legge – tutto è possibile, senza alcuna proibizione.

Nell’universo delle persone, invece, la vita è governata da una “diritto” in prevalenza di matrice giurisprudenziale; le regole non derivano dal capriccio di un oppressore o dalle suggestioni di una “maggioranza”, ma originano dalla prudente elaborazione di un ceto di giuristi attentamente selezionato e formato, capace ancora di guardarsi dentro, scoprendo i canoni del buonsenso e rendendo giustizia sulla base di princìpi eternamente trasparenti. È il metodo che ha in gran parte caratterizzato l’Europa dall’antichità alla distruzione dell’ordinamento feudale e delle autonomie cittadine, in concomitanza con la costruzione dello stato moderno accentrato superiorem non recognoscens.

I due archetipi di uomini e di assetti politici, com’è ovvio, non sono mai presenti in senso assoluto, e i passaggi da un tipo all’altro possono essere graduali ovvero repentini e dolorosi. Ancora Jean Bodin, nella seconda metà del ’500, descriveva un modello di regime monarchico che non doveva essere “tirannico” – quando

il monarca, disprezzando le leggi di natura, abusa delle persone libere come fossero schiavi e dei beni dei sudditi come fossero i suoi.

Al di sopra del sovrano e delle leggi da questi emanate, Bodin conserva la supremazia del diritto naturale, riflesso della ragione celeste, cui nessun principe della Terra può contravvenire senza macchiarsi del peccato di lesa maestà divina. In un quadro teologico cristiano, Bodin mantiene un piede nel solco della tradizione politica europea, delineando uno Stato in cui il monarca dirige le proprie azioni in base alla giustizia naturale, che è chiara e luminosa come lo splendere del sole.

Da sinistra verso destra: re Haakon VII di Norvegia, lo zar Ferdinando I di Bulgaria, re Manuele II di Portogallo, il kaiser Guglielmo II di Germania, re Giorgio I di Grecia e re Alberto I del Belgio. Seduti da sinistra verso destra: re Alfonso XIII di Spagna, re Giorgio V del Regno Unito e re Federico VIII di Danimarca

Sovranità assoluta e indivisibile – siamo già entrati in pieno nella “modernità” – ma non illimitata o arbitraria; un regime che ammette l’esistenza di corpi intermedi – assemblee parlamentari, corti di giustizia, potere ecclesiastico, corporazioni… ma il sistema inizia già a sbilanciarsi in favore del vertice, poiché nessuna società parziale può esistere senza il consenso del sovrano e a nessuna è concesso un potere che non sia semplicemente consultivo.

L’individualismo pessimistico, dopo l’esordio della Riforma Protestante, entrerà prepotentemente nel dibattito politico grazie all’opera di Thomas Hobbes (1588-1679). Il decisionismo e il volontarismo, dapprima attributi divini, sono ora i caratteri della nuova concezione dello Stato. Il diritto scaturisce da una decisione che ha alle spalle il nulla etico, il disordine del bellum omniun contra omnes; essa crea come il dio della Genesi, non ha (e non può avere) una fonte pre-esistente: è la volontà di colui il quale è posto al comando dal patto di soggezione stipulato dai sudditi per fuoriuscire dal pericoloso “stato di natura”, ove vige la legge del più forte, mentre il diritto naturale di per sé non ha più alcun valore, se non attraverso il filtro della decisione sovrana.

Thomas Hobbes in un ritratto di John Michael Wright

Per l’umanità abituata a considerar normale il cogito ergo sum cartesiano – a derivare l’esistenza dal pensiero, ritenendo possibile qualsiasi aberrazione della ragione – non potrà che apparir naturale che l’istanza ultima di ogni norma giuridica sia da reperire nella volontà espressa dall’organo deputato alla produzione legislativa (un sovrano assoluto o un’assemblea). Per di più, in un contesto giuridico ove predomini il formalismo, in cui l’unico criterio per la validità degli statuti è che essi siano approvati nella forma adeguata, qualsiasi norma è ritenuta valida indipendentemente dal contenuto, purché l’iter di approvazione sia stato correttamente rispettato. Ma in assenza di un’idea di normalità condivisa, ogni regolamentazione legislativa assume i tratti dell’astrazione e dell’irrealtà, e neppure potrebbe parlarsi di “norma” in senso stretto.

Da questa prospettiva, l’idea di uno stato di diritto perde ogni ragion d’essere: nata per rappresentare un argine contro l’assolutismo di ogni tipo – per difendere la libertà del cittadino non solo contro la tirannia dei monarchi, ma anche (e soprattutto) contro i soprusi delle maggioranze – mancherà ingenuamente il suo obbiettivo, consegnandosi nelle mani di quest’ultime.

Tuttavia, le istanze di Hobbes non avevano trovato accoglimento in patria e il sistema politico, con la Glorious Revolution e il Bill of Rights, deviò verso una restaurazione dell’ordine precedente la rivolta puritana e il tentativo di costruzione di una monarchia assoluta. John Locke incarnò filosoficamente il nuovo corso: egli lasciò sussistere, in uno Stato che presenta una separazione tra il potere legislativo e quello esecutivo, una prerogativa in favore di quest’ultimo. Poiché la legislatura non può essere continuamente in sessione e le leggi non sono in grado di prevedere tutto ciò che può accadere, al potere esecutivo, incarnato dalla Corona, viene data la possibilità di prendere decisioni per il bene della nazione secondo la propria discrezione, se necessario anche eludendo la legislazione vigente. Nella monarchia costituzionale “classica”, disegnata da Locke, viene a crearsi dunque una sana e costruttiva dialettica tra le varie componenti della costituzione politica, avendo ognuna di queste una propria derivazione e un autonomo principio, nonché un luogo di rappresentanza (il palazzo reale, la Camera dei Lord, la Camera dei Comuni).

Ritratto di John Locke, Godfrey Kneller (1697)

È proprio nel mondo anglosassone che nasce la locuzione rule of law, che suggerisce il primato della legge (lo “stato di diritto” prima menzionato). In realtà, l’espressione law non sta ad indicare la legge positiva come la conosciamo oggi, con le caratteristiche già ricordate, come l’estremo formalismo, ma ha più il significato di diritto nel senso di “ordinamento”, alla maniera dello ius romano, quella porta d’ingresso per l’ordine naturale delle cose che il sistema inglese, nonostante le enormi deviazioni, pare non chiudere mai del tutto.

Eppure, cosa resta oggi di quest’idea, quando nelle democrazie moderne i parlamenti e i governi sembrano essere un solo corpo, espressione di quelle maggioranze elettorali che non conoscono ritegno per i propri eccessi? Non può che derivarne corruzione, affarismo, clientelismo, grandi ammucchiate, decadenza morale…

Seppur viviamo in un momento di grave stanchezza e indifferenza etica, appiattiti sullo status quo, incapaci di concepire grandi cambiamenti ideali e materiali, vi è da riaffermare con forza che la concezione tradizionale dello stato organico non è scomparsa del tutto, come non sono svanite le persone. Riscoprirlo è l’unica strada per il ritorno ad un’umanità normale.