Ci siamo lasciati con alcuni riferimenti: metonimia e metafora, equivalenti di spostamento e condensazione della psicanalisi, rappresentano le modalità di attualizzazione rispettivamente del discorso religioso e di quello filosofico. Dunque, l’apologo lascia spazio alla parabola e la filosofia cede alla religione il compito di occuparsi dell’irrappresentabile dell’uomo, la voce lascia allo scritto il compito di comunicare e la penna abdica alla tastiera la scrittura. Stiamo ben trincerati dietro il nostro device a guardare un bel film. C’è un’immagine che trovo molto adeguata: il cilindro; perché Deleuze, nel suo corso su Leibniz, fra l’86 e l’87, credo però nel novembre ‘86, dice che il punto di vista di Dio è cilindrico, poiché racchiude tutti i punti di vista umani, che sono conici (si immagini il nostro punto di vista come un puntino che guarda qualcosa e avremo il vertice che guarda la base del cono). Se il cerchio della base è la nostra prospettiva e il puntino del vertice è il nostro punto di vista, il punto di vista di Dio è dell’ampiezza della base stessa.

Gilles Deleuze

Gilles Deleuze

L’idea che Dio si possa schematizzare come un cilindro è eccitante: trasformarlo in un puro nome, un nome geometrico, senza altro attributo che non sia già contenuto nella parola “cilindro”. Un tentativo di semplificazione d’attraente estremismo. Eppure dietro c’è una complessità. Allora penso che questa idea di Dio, estatica e schematica, sia una più che lecita metafora: la condensazione in un lampo dei chiaroscuri della pluralità. Ma una metafora teologica, di quella teologia che si chiama teologia negativa e che escludendo l’attribuibilità di predicati a Dio, dice solo ciò che Dio non è. Il cilindro esclude ogni attributo che non sia espresso nel concetto di “cilindro”, come Dio esclude ogni attributo che non sia già in “Dio”: valgono praticamente solo come parola, valgono per la loro differenza reciproca, questo fa di Dio “Dio” e non un “cilindro” – ego sum qui sum. Per il resto sono identici, predicano allo stesso modo.

È dunque equo, se la metafora della filosofia s’impadronisce di parole della teologia, che la metonimia della religione s’appropri di parole della filosofia, parole come “ragione” o “sistema” o “politica” e tenti il compromesso con la “fede” a vantaggio, ovviamente, di quest’ultima. Potremmo dire che vicino alla metafora della teologia negativa potrebbe starci una metonimia della filosofia positiva? C’è una vocazione messianica, applicativa, attualizzante, totalizzante, infestante della religione? Certo che c’è, e si estrinseca come integralismo religioso.

Dio Padre - Giovanni Domenico Tiepolo

Dio Padre – Giovanni Domenico Tiepolo

Cos’è un’integralismo religioso? È una filosofia, un sistema, in cui si afferma qualcosa, in cui questa affermazione si serve di sillogismi, in cui l’azione è da compiersi perché giusta in quanto l’ha detto Dio. L’integralista afferma, pone un sistema, religioso certamente, ma armato con le armi della filosofia, tanto che produce diritto e muove guerra. Non si accontenta della fede, ma la vuole anche trasmettere, con ogni mezzo. Infatti, quand’è accusato di qualcosa sposta la colpa sull’infedele, il suo linguaggio è costruito appositamente secondo questa impostazione, e quando è stabilizzato mira a spostarsi sempre più in là: è un agire geometrico, torniamo a dire.

Questo si riconnette a quanto dicevo della verità: il rapporto con Dio è il rapporto con la Verità, ossia l’abitudine a pensare che la verità sia talvolta unica e non discutibile. La secolarizzazione ci ha disabituati a prendere in considerazione l’ipotesi che a volte non ci si possa affidare solo alla propria opinione, non ci aiuta a relativizzare l’ambito del relativo. E questo ha delle ricadute, come per esempio cercare una qualche verità nella sua approssimazione, ossia nella verità giudiziaria o scientifica. Siamo abituati all’idea che una verità pura non ci sia e che al massimo ci si deve accontentare di un verdetto. Ora, se questo è accettabile, perché ci rende tolleranti e aperti verso chi dice di avere una verità diversa dalla nostra, ha però l’effetto negativo di svalutare la nostra stessa verità, quella a cui ci aggrappiamo, qualunque essa sia. Perciò, se è bene che il bombardamento del relativismo interessi chi sostiene la superiorità di una razza sull’altra, è male che colpisca anche chi sostiene la libertà di culto, indistintamente. Questa approssimazione della verità ci rende approssimati anche per quanto riguarda noi stessi, la nostra vita, le cose in cui crediamo.

The Thought - Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1904)

The Thought – Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1904)

Di questo reca traccia il modo di dire tipicamente italiano “la giustizia è di un altro mondo”, che insegna ad accontentarsi di una giustizia terrena sapendo che però ce n’è una “Vera” (simbolicamente quella celeste). Però, il relativismo è un modo di fare il pensiero che definirei desertificante, perché è concepito per smontare i giocattoli degli altri, cioè i loro valori. Con un relativismo senza margini, totale, viene a mancare la possibilità stessa di avere una Verità attorno alla quale ogni società si costruisce: avendolo adottato contro i sistemi di pensiero solidi (Dio-Padre-Famiglia), abbiamo abbracciato il diverso e siamo ora delle società democratiche, moderne, occidentali. Ma non si può costruire un sistema sul relativismo: esso non consente che altri valori forti vengano fuori, perché anche se assolutamente condivisibili sono schiacciati dal sistema distruttivo del relativismo. E, infatti, il pensiero post-moderno e quello appena precedente vedono il posto della Verità come un vuoto intoccabile.

Cosicché c’è l’equivoco nelle nostre società che la democrazia sia qualcosa di più che uno strumento, come se un certo sistema elettorale fosse un valore in sé, a prescindere dalle condizioni di vita dei cittadini. Si appoggia e si accompagna a parole quali “libertà”, “solidarietà”, “rispetto dell’altro” e simili, che restano però vuote, il cui significato (o “portato valoriale”) ci è precluso: verità e valori hanno lo stesso cammino, si coimplicano, anche se dovessero porsi come minaccia (la verità omicida del totalitarismo/integralismo e il valore improprio attribuito alla purezza). E di questo reca traccia il modo di dire tipicamente italiano “si stava meglio quando si stava peggio!”, che insegna il rimpianto continuo di una situazione precedente, del dolore precedente che in quanto passato fa meno male del dolore attuale, perché si rimpiange un tempo in cui – altro modo di dire – “le cose avevano senso”. Ma, paradossalmente, è proprio questo l’atteggiamento più vicino a quello del credente: non si può avere fede senza avere perennemente un dubbio, la fede non è la certezza di qualcosa ma in qualcosa, che questo qualcosa sarà, non che questo qualcosa è, sennò la fede è inutile, basta la vista.

Closed Eyes - Odilon Redon (1894)

Closed Eyes – Odilon Redon (1894)

Si ha per questo lo scontro fra il sistema metonimico dell’integralista (la verità che si sposta come un contagio) e la fede metaforica del secolarizzato (il dubbio che si condensa nell’aporia ed esige il confronto): la certezza della conoscenza contro il dubbio sulla conoscenza, il contagio (da cum-tangere come “contaminare”, “toccarsi con”: infatti si è “toccati dalla fede”) e la conversazione (cum-versare, “trovarsi con”, e cum-densus, “stretti insieme”). A questo si riduce la disputa fra persone religiose e persone non religiose: gli uni vogliono contaminare con la purezza e gli altri non sono sicuri di cosa significhi “purezza”. Ma è una disputa ingarbugliata, perché i primi parlano come filosofi di regime e i secondi come fedeli senza Dio. Anche in questo sta il fascino che gli integralismi esercitano sugli “orfani” del mondo, privi di certezze e riferimento: è la secolarizzazione che li ha resi così, ma d’altro canto non si può per la scelleratezza dei singoli tramutare la libertà in integralismo a sua volta. Questo è il problema delle democrazie attuali, un nodo irrisolto e irrappresentabile, un difetto di fabbrica.

Il fedele senza Dio, il cittadino occidentale per come lo raffiguriamo un po’ grottescamente, impara a diffidare di ogni cosa che abbia lontani echi di filosofia e di sapienza, disimpara a scrivere e a capire ciò che è scritto, perde le parole e impoverisce la sua capacità di sentire. Il teologo di regime affila la lancia della religione sulla pietra della filosofia, invece, e il fedele senza Dio come orfano del mondo è impreparato, perché ha molto disimparato, confortato da una tecnologia docilmente impositiva.

Vision - Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1905)

Vision – Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1905)

Una tecnologia che ha del magico: guardi un’intervista a Italo Calvino e Youtube suggerisce di guardare anche un video di Scrubs, così realizzi che quell’abbinamento che mai avresti lontanamente ipotizzato tutto sommato ti trova d’accordo. Se qualcuno attende che uomo e macchina si fondano, può smettere di farlo: l’indicizzazione, l’algoritmo delle abitudini dell’utente, nutre la macchina e la fa parlare come il nostro inconscio. Lei ci svela cosa non sappiamo ancora di apprezzare, di volere: non è il mezzo a essere preveggente, siamo noi a essere differiti, come abbiamo detto. È incredibile come si cominci a parlare di Dio e si finisca a parlare di tecnologia e scontri di civiltà: vien da chiedersi cosa avrebbero scritto Pascal e Leibniz (matematici filosofi credenti) se avessero visto l’oracolo Internet. Comunque, oltre alla filosofia è in crisi anche la religione, perché dimostra di non saper più gestire il proprio difetto di fabbrica: se Dio, che è Verità, dà senso alla realtà, questa realtà è fondamentalmente diabolica (da dia-ballo, che potete apprezzare nel suo valore etimologico di “sparigliatore”, “frammentatore”, o in senso metaforico “spargitore di zizzania”), ingannatrice, frammentaria, ed è interessante notare che è Dio stesso che concede ad Adamo il modo per frammentarla, manipolarla, slabbrarla dando il nome agli animali, nominando.

È Leibniz che introduce la contrapposizione intensionale-estensionale, che in semiotica indica la contrapposizione fra l’intensione di un concetto (che è il suo significato) e l’estensione di un concetto (ossia le sue ramificazioni di rimandi e implicazioni). Esistono infatti i due modelli classici, il dizionario che definisce le sue parole per unità basiche e l’enciclopedia che rimanda le voci fra loro, in cui possiamo dividere l’approccio alla conoscenza: da una parte la Verità di Dio, forte, da dizionario, dall’altra parte la verità di Adamo, debole, da enciclopedia. Ora, però, se Dio crea, detta ed è Legge, cioè Dizionario, c’è da chiedersi se può anche diventare enciclopedia, se può negoziare con la sua struttura forte che si chiude sulla sua basicità o se permette diramazioni, se la sua struttura cede un po’ alla debolezza, al negativo. Date le due valenze della religione (l’integralismo o la contemplazione, il terrorista islamico o il monaco buddista e in mezzo le sfumature) bisogna capire se la religione è incompatibile con ciò che non è religione oppure se è compatibile.

Gottfried Wilhelm Leibniz - Christoph Bernhard Francke (1646)

Gottfried Wilhelm Leibniz – Christoph Bernhard Francke (1646)

Il punto è in che modo la religione diventa un oggetto identitario. Per le comunità italo-americane la religione ha svolto un ruolo cruciale nella conservazione e difesa della memoria delle origini, per esempio, e anche il cinema ha preso spunto da questa commistione fra religione e identità più volte, ne ha fatto un vero e proprio cliché. Ma sappiamo anche che la funzione identitaria della religione ha anche ricadute meno simpatiche, come l’azione kamikaze.

Per arginare la tensione la filosofia dovrebbe smettere di occuparsi di Dio più o meno velatamente, tornando a occuparsi filosoficamente – e non più o meno teologicamente – degli scopi e delle forme del vivere. Del resto, la filosofia ha chiuso con Dio dai tempi della sentenza di Protagora. Essa non è una risposta superficiale o sbrigativa, ma l’esposizione perfetta del punto di vista della filosofia su Dio: il problema è troppo complesso e la vita troppo breve. Ciò non mette in discussione l’esistenza e l’indagabilità delle forme religiose, ma le colloca sul piano filosofico, ossia dove Dio non è che un concetto. Un cilindro. Solo la filosofia può permettersi di fare questo, perché è molto più antica dei tre monoteismi e li guarda forte di una maggiore esperienza.

Prayer - Kazimir Malevich (1907)

Prayer – Kazimir Malevich (1907)

Vorrei chiudere ricordando un passo dei Fratelli Karamazov che recita: «Io penso che se il diavolo non esiste, cioè se lo ha creato l’uomo, l’ha creato a propria immagine e somiglianza» dice Ivan ad Alëša nel quarto capitolo del libro quinto della seconda parte. È una frase interessante che produce un piccolo gioco di piani: se Dio ha fatto l’uomo a propria immagine e somiglianza, e l’uomo ha fatto a propria immagine e somiglianza il diavolo, allora – nell’uomo – Dio e il Diavolo coincidono. Penso che questo gioco di coincidenze non sia casuale, perché il russo sogna un Dio che somiglia a uno zar (il quale ha effettivamente un connotato divino) ed è il Dio pericoloso che autorizza i massacri religiosi. Non è l’assenza di Dio che permette ogni cosa, ma la missione convertitrice che la sua presenza invoca.