Ogni volta che un censore televisivo condanna il malcostume delle nuove generazioni, lanciando affettati anatemi dall’alto del proprio pulpito di evasore fiscale, usa quella parola, tremenda.
Non si scaglia contro le droghe, o contro il più attuale cyberbullismo, e neppure si straccia le vesti urlando: “o tempora, o mores”, come qualsiasi inutile dinosauro che si rispetti. No. Il conduttore del varietà pomeridiano sfoggia la sua espressione più seriosa e parla di legalità. Come se il martellamento mediatico non fosse già sufficientemente drammatico, questo è altresì un tema ricorrente presso i licei, laddove giovani menti vengono pressoché quotidianamente funestate da seminari moralizzanti sulla legalità.

Sostanzialmente, la parola legalità sembra aver sostituito il più classico lemma giustizia il quale, invece, assume un significato sempre più negativo, specialmente mediante il ricorso indiscriminato alla variante giustizialismo. E’ forse una questione di moda lessicale? Non proprio, dato che i due termini non sono affatto sinonimi.

Giotto - Giustizia (1306)

Giotto – Giustizia (1306)

La giustizia è altra cosa, poiché, anzitutto, non è definita a priori ma impone uno sforzo riflessivo. Per capire se una data condotta è legale, basta confrontarla con le prescrizioni legislative; per capire se è giusta, è invece necessario sottoporre ad analitico vaglio, ed a profonda critica, i princìpi etici ed i valori morali comunemente accettati, ed eventualmente elaborarne di nuovi. Insomma, educare alla giustizia significa educare alla ricerca attiva, mentre educare alla legalità significa costruire un automa, che il legislatore può plasmare a piacere. Una considerazione banale, sebbene icastica, consente di evidenziare la profonda differenza che separa i due concetti: un giovane intriso del principio legalista, nella Germania nazionalsocialista, avrebbe denunciato gli ebrei alle autorità, mentre colui che orienta il proprio agire in base al criterio di giustizia, nel medesimo contesto, avrebbe offerto ricovero ai perseguitati. La legalità di per sé stessa, svincolata dalla giustizia, è mera schiavitù masochistica nei confronti di un’autorità che di fatto si legittima in sé stessa.

Affermare che la legalità sia un valore in sé significa disconoscere il diritto, e non comprenderne l’origine. Eppure il concetto è chiarissimo, poiché basterebbe osservare l’etimologia della corrispondente parola latina. Ius, ossia diritto in latino, contiene la radice sanscrita joi, condivisa con il lemma iogum (giogo). Il giogo è uno strumento che serve ad incanalare la forza bruta dei buoi, senza il quale tirerebbero l’aratro ciascuno per un verso scelto a piacere, non riuscendo a spostarlo di un millimetro. Con il giogo, invece, la loro forza bruta diventa produttiva, e sposta l’aratro. Il giogo, quindi, serve a sublimare la violenza dell’animale da soma, trasformandola in forza lavoro. Il diritto ha la medesima funzione: sublima la violenza sociale e la razionalizza, in maniera tale da costituire l’ordine senza il quale la società non progredisce. D’altro canto, la più recente speculazione filosofica sulla nascita del diritto è approdata alla medesima conclusione. Superata la fallace concezione giusnaturalista, Jacques Derrida, per ultimo, ha rilevato che l’autorità della legge, sebbene sia ammantata di un’aura mistica, trae la propria origine dall’imposizione violenta, alla collettività, di un sistema valoriale. Tale imposizione si giustifica in sé, poiché all’alba della società non vi fu alcun potere legittimo, bensì la mera necessità di un ordine sociale. L’imposizione del diritto, come efficacemente sostenuto da Natalino Irti, si giustifica esclusivamente in ragione della necessità di un diritto.

Jacques Derrida (1930-2004)

Jacques Derrida (1930-2004)

Si badi bene: è necessario un diritto, un ordine sociale, non questo diritto e questo ordine sociale. Esclusa l’origine divina del corpus giuridico; esclusa l’esistenza di un diritto naturale che l’opera umana si limiterebbe a recepire, si deve riconoscere che il diritto sgorga dalla volontà umana, e più precisamente dalla volontà dell’élite – o sedicente tale – che occupa la stanza dei bottoni. La legittimazione di questa élite è stata artificiosamente costruita attraverso un elaborato sistema di specchi, poiché all’origine di tutto nulla sussiste, se non un’arbitraria imposizione. E’ necessaria una legge, non questa legge. Legalità un corno, giustizia piuttosto. Adesione incondizionata all’attuale sistema valoriale un corno, piuttosto ragionamento critico e nuove elaborazioni. D’altronde, è necessaria una considerevole ottusità per non avvedersi di quanto siano relativi i valori posti a fondamento dell’attuale diritto oggettivo.

Per quale motivo si punisce così aspramente il furto, il quale, mal che vada, priva un individuo del frutto del proprio lavoro, mentre si lasciano impunite le speculazioni finanziarie su vasta scala, in grado di ridurre drasticamente il valore di una moneta nazionale ed il correlativo valore dei risparmi dei cittadini (vedasi il mercoledì nero del 1992)? Talvolta, una legittima e, secondo alcuni, lodabile speculazione è in grado di gettare in una nera crisi economica l’occidente intero. Secondo il nostro sistema giuridico, il furto non è giustificabile poiché si tratta di un’aggressione predatoria, mentre la speculazione è libertà di iniziativa economica. Ebbene, la libertà di iniziativa economica, in questo caso, non è un paravento, che nasconde una scelta arbitraria volta a tutelare gli interessi dell’alta borghesia al potere? E’ più predatoria un’aggressione al patrimonio individuale o un’aggressione massiccia al patrimonio della collettività nazionale?

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George Soros, speculatore statunitense tra i principali responsabili del “mercoledì nero” del 1992. A distanza di venticinque anni si difende sostenendo che “l’attacco speculativo contro la lira fu una legittima operazione finanziaria basata sulle dichiarazioni della Bundesbank”.

La scoperta arbitrarietà dei principi che reggono il diritto e la produzione legislativa dovrebbe portarci alla speculazione, all’elaborazione di un nuovo compendio valoriale che sia maggiormente funzionale. Dovrebbe portare al progresso.

Invece il pensiero critico viene castrato con l’educazione alla legalità, mediante una più o meno cosciente obliterazione del concetto di giustizia. Certo, la violazione della legge, e quindi l’illegalità, è antisociale e disfunzionale all’ordine sociale. Bisogna tuttavia tenere presente che l’ordine sociale non è mera imposizione, ma una condizione necessaria in quanto funzionale al progresso. Quando la ricerca si avvita su se stessa, quando il modello culturale che costituisce la linfa della società ha esaurito il suo ruolo, quando l’ordine sociale soffoca il progresso, deve mutare, o si traduce in un mero strumento oppressivo volto al mantenimento dello status quo.