Ricordo che, fin da ragazzino, una discussione accesissima e ricorrente che rischiava di far saltare le amicizie era quella sui gusti in termini di musica, letteratura, cinema ecc. Questa è musica! Ma no, anche quella che ascolto io è musica; a me piace, che ti importa? Sì, ho capito, ti piace, ma non è musica: è un miscuglio di suoni alla moda per fare soldi e tu ci caschi. Ma chi sei tu per decidere cos’è musica e cosa non lo è? Se a me piacciono certe canzoni e a te ne piacciono altre non c’è problema: abbiamo gusti diversi. Beh, un problema a ben vedere ci sarebbe, e i filosofi direbbero che si tratta di un problema estetico. In ogni tempo e in ogni luogo si sono realizzati manufatti (tangibili o no) aventi un duplice scopo, funzionale e estetico, e che si differenziano per il secondo. Per questo motivo sì, esistono canzoni che sono musica e altre che non lo sono, libri che sono letteratura e altri che non lo sono, quadri che sono arte e altri che non lo sono, e così via.

Addentrarsi in questo guazzabuglio concettuale è pericolosissimo. Snob! È l’insulto preferito dei mediocri che vantano un’estetica povera. O oggi, ancor di più, radical-chic! (Ma questo è un altro mondo, lasciamolo perdere) Ebbene no, non è snob chi sta scrivendo e non ci tiene a esserlo. Tuttavia, essendo il sottoscritto un lettore assiduo e avendo discusso più volte di letture con amici e conoscenti, mi sono ritrovato più volte a dover sostenere che Céline, Dostoevskij e Houellebecq non sono paragonabili a Ken Follet, Camilleri e Chiara Gamberale. La risposta è sempre la stessa: tutti sono libri – volumi di pagine riempite di inchiostro – e a fare la differenza sono i gusti del lettore. Proviamo una volta, molto modestamente e pur non avendo le patenti filosofiche adeguate, a definire cosa li differenzia.

Dicevamo dei manufatti che hanno il duplice scopo funzionale e estetico. Cos’hanno in comune un’automobile, una camicia, una casa e una penna? Sono tutti oggetti che soddisfano bisogni dell’essere umano: spostarsi, coprirsi, ripararsi e scrivere. Perché allora c’è chi compra Mercedes, Brooks Brothers, ville e Mont Blanc invece che Fiat, Zara, monolocali e Bic? (Avvertenza: l’autore non riceve contributi dalle aziende citate e se ne dispiace) Perché evidentemente c’è una differenza tra questi prodotti, pur risolvendo la medesima necessità. Soluzione semplice: il prezzo. Ma non solo, si tratta di prodotti ascrivibili a categorie estetiche completamente diverse. Ciascuno di questi oggetti serve a identificare l’essere umano nella società. Nessun uomo desidera essere uguale agli altri e si dispiacerebbe se gli altri non vedessero differenze tra egli e tutti gli altri individui. Questo proprio perché ciascuno tiene alla propria individualità e si situa nel mondo in maniera tale da risultare riconoscibile per quel che si sente di essere, per come desidera apparire.

I poveri di spirito direbbero che ognuno vuole circondarsi di oggetti che rispecchiano la propria personalità. Purtroppo sappiamo che non esiste un Io e che la personalità è quanto di più sfuggente possa essere nominato: molti sono morti senza aver mai capito quale fosse la propria personalità. È semmai vero il contrario: ci circondiamo di oggetti che ci danno l’impressione di essere riconoscibili e li scegliamo in funzione di quella che è la personalità che vogliamo raggiungere. Sono scelte pubbliche. Ecco come si diventa ciò che si è, per citare il criptico sottotitolo di un libro di Nietzsche. Questo è di fondo il dilemma estetico che stiamo affrontando: perché ci piacciono degli oggetti e altri no? Perché ne desideriamo alcuni e non altri? Per essere riconoscibili dal resto della società come noi vorremmo che essa ci consideri. Il prezzo, in tutto ciò, è secondario. La differenza sostanziale tra gli oggetti menzionati sopra è che sussumono determinate categorie estetiche tra loro distinte.

Piccolo esempio. Non è un caso se soldati e poliziotti indossano l’uniforme, così come agenti immobiliari e impiegati di banca, che si riconoscono benissimo. Non è sempre stato così. Il cavaliere medievale si vestiva come voleva, con l’armatura comprata in proprio e colori e stendardi del proprio casato: combatteva per l’onore, la gloria e per la fedeltà personale al sovrano (oltre che per soldi). Nel Settecento si diffusero eserciti regolari dotati di uniforme: combattevano come una macchina votata al sovrano, inquadrati in un’istituzione, e i soldati dovevano essere tutti uguali e interscambiabili, pertanto le differenze estetiche andavano annullate.

Tant’è vero che, basta guardare Full Metal Jacket, la prima cosa che si fa nelle caserme è spersonalizzare l’individuo affinché questo aderisca alle richieste di ordine, disciplina, razionalità e efficienza. Prima mossa: barba, capelli e vestiti uguali per tutti. L’apparenza conta, e non solo per essere riconosciuti dai cittadini come pubblici ufficiali. Come si appare è come ci si sente e come si vuole essere percepiti.

Lo stesso discorso di sopra può essere applicato alle esperienze estetiche. Conduciamo di nuovo il giochino: cosa accomuna il cibo, il sesso e l’arte, intesi come attività? Tutti soddisfano bisogni – nutrizione, riproduzione e immaginazione creativa – ma possono farlo molto diversamente, ossia procurando diversi gradi di piacere. Anche il piacere è una categoria estetica e nessuno affermerebbe che il piacere che si trae da un buon piatto sia lo stesso che si trae da un tozzo di pane raffermo, pur placando entrambi la fame. Però, in questo caso, ciò che distingue gli uomini è il palato, il gusto, e non è detto che lo stesso piatto possa essere apprezzato ugualmente da diverse persone: c’è chi ha un palato raffinato e chi non lo ha.

Come anche per il sesso: pur essendo l’orgasmo pressappoco uguale per tutti, sappiamo benissimo che ci sono scopate favolose e altre che lo sono nostro malgrado molto meno. Le esperienze estetiche non servono a rendersi riconoscibili, come invece gli oggetti, tant’è vero che il più delle volte si consumano in privato. Ma anche gli oggetti possono diventare esperienze estetiche quando questi procurano piacere a chi li usa. È per questo che indossare una camicia di sartoria rende un oggettivo piacere non equiparabile a quello di una camicia da grande magazzino: il piacere può essere di tipo snobistico (guardate che bella camicia che ho) o di tipo intimistico (quanto mi sento soddisfatto avvolto da questo bel capo).

A eccezione del sesso, tutto ciò che abbiamo elencato si situa in un mercato: il mercato dei manufatti creativi frutto della sublimazione di oggetti volti alla soddisfazione di bisogni. Questo mercato può essere rappresentato come una piramide: più si sale verso il vertice, più la qualità è alta, aumenta il prezzo e si riduce il bacino di consumatori. Un ristorante stellato ha meno clienti di una bettola, serve pietanze migliori e costa molto di più. Considerazione banale ma non troppo. I consumatori sono caratterizzati da palato e disponibilità finanziaria e se ne hanno di quattro tipi: chi ha sia danaro che gusto, chi uno dei due ma non l’altro, chi nessuno dei due. Non è però assicurato che chi può permetterselo acquisti oggetti di pregio, perché carente di gusto, come chi ha gusto può essere impossibilitato dalle ristrettezze economiche. E per le esperienze estetiche? Non cambia nulla, se non per il fatto che non c’è prezzo. E qui finalmente – i lettori mi perdoneranno la lunga e necessaria attesa – arriviamo ai libri, alla musica e all’arte in genere. Non c’è prezzo ma il mercato ha la stessa forma! Beethoven e Ghali possono essere ascoltati ugualmente gratis su Spotify; Proust e Fabio Volo hanno lo stesso prezzo di copertina (o li si prende gratis in biblioteca); i film hanno tutti lo stesso prezzo.

Cosa allora ci può aiutare a definire i diversi gradi di pregio in questi che sono sia manufatti che esperienze estetiche? I motivi per cui un’opera è realizzata e i motivi di fruizione. Un libro può essere scritto per comunicare l’intima necessità di dire il mondo con parole proprie e definitive o scritto per mestiere, per campare, diventare o rimanere famosi, per fare soldi. Può essere letto perché se ne sente un bisogno viscerale, perché non si potrebbe vivere altrimenti, o essere letto per intrattenimento, per passare il tempo in compagnia di una bella storia. Sembra banale, ma si fa una fatica bestiale a comunicarlo ai più. Con ciò non si vuole dire che ci sono opere che vanno pubblicate e altre no: tutti i prodotti creativi, finché hanno un pubblico, meritano cittadinanza, e non c’è motivo alcuno di fare gli snob e scandalizzarsi per tutto il materiale scadente in circolazione. Purché ci si metta d’accordo sulla semplice differenza che abbiamo appena descritto.

Così come nessuno affermerebbe che un maglione di cachemire fatto a mano e uno in poliestere sono uguali, tanto sempre di maglioni si tratta, allo stesso modo sia chiaro che ci sono canzoni che non sono musica perché dozzinali, seriali, senza scopo né stile, e altre che lo sono. Non essendoci il discrimine della qualità materiale (che si percepisce coi sensi) e del prezzo, molti risultano impermeabili a questa banale considerazione. Eppure è il caso di dirlo una volta per tutte: non basta imbrattare di inchiostro delle pagine per fare letteratura; non basta mettere degli attori davanti a una telecamera per fare cinema.

Tutta l’arte è un modo di dire il mondo attraverso la creatività dell’intelletto. In questo l’uomo si fa dio, nell’atto della creazione di quanto prima non era. Creazione e riproduzione non sono la stessa cosa: l’artista crea il mondo, l’artigiano lo riproduce. Seguendo Karl Kraus,

Arte è ciò che diventa mondo, non ciò che è mondo.

Per questo Van Gogh è un artista e chi orna vasi di porcellana no, pur adoperando gli stessi strumenti. Lo stesso si può dire degli scrittori: c’è chi dice il mondo e chi lo adorna, chi scavalca gli orizzonti di discorso e pronuncia parole definitive e chi racconta storie, magari belle e piacevoli, ma che non vanno al di là del linguaggio. I primi fanno letteratura, i secondi no. È semplice, spero sia possibile farlo capire a tutti quelli che si ostinano nella convinzione che sia solo questione di gusti: si parla di arte, non di gelati.