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Si comincia sempre con una confessione. Agli esordi dei miei studi mi imbattei per puro caso in una figura verso la quale nutro ancora oggi un timore a dir poco reverenziale. La incontrai perché un libro si trovava, a mio parere, nel posto sbagliato. Il libro in questione trattava di cassetti, gusci, armadi, nidi, angoli. Mi domandai cosa ci potesse fare un testo tanto bislacco nella sezione filosofica di una biblioteca, peraltro accanto all’Immaginario di Sartre, alla Filosofia delle forme simboliche di Cassirer e a volumi di teoria letteraria. Dal lato letterario è vero: il libro era pieno di citazioni di poeti e romanzieri francesi in Italia pressoché sconosciuti – Henri Bosco, Pierre Albert-Birot, Jules Supervielle – mischiati senza senso del sacro a Rilke, Valéry e Bergson, ma questo non risolveva affatto il problema.

Su Gaston Bachelard d’altra parte Michel Foucault spese in un’intervista parole molto belle, affermando che tra i filosofi francesi Bachelard era come un giocatore di scacchi che riusciva a mangiare i pezzi più preziosi a forza di muovere i pedoni; che riusciva, insomma, ad agire contro la sua cultura facendo strumento della propria cultura, leggendo pressoché tutto, confrontando Cartesio con un filosofo minore del XVIII secolo e i grandi poeti con autori che aveva scoperto per caso passeggiando tra i bouquinistes. Scoprii allora, realizzando la mia pessima attitudine come bibliotecario, il libro che ancora oggi non ho mai smesso di tenere vicino al cuscino o quando prendo la penna in mano.

Ce lo immaginiamo ancora oggi, il grande epistemologo de Il nuovo spirito scientifico, il razionalista severo, che negli anni Trenta incominciò a parlare di rêverie e fece “scuola dell’immaginazione”, passando dalla fisica al mondo notturno delle immagini poetiche, dalla matematica ad un universo fantastico in cui “allevare e far brulicare microbi, per rianimare la vita”, il fenomenologo dell’acqua e dei sogni, con il suo sguardo gentile, la sua lunga barba da alchimista dei tempi di Paracelso, chino nel suo disordinato studio a leggere alla luce della fiamma delle candele che amava tanto. Ebbene, qual è lo scopo di un libro come La poetica dello spazio? Nientedimeno che quello di scoprire i luoghi in cui nasce la poesia. E la poesia può nascere nei luoghi più diversi per la coscienza sognatrice, per l’uomo dedito al “sogno diurno” della rêverie. Anche nelle case. La casa anzi è un luogo privilegiato, fecondissimo per le nostre rêverie, tanto complesso quanto pieno d’incanto. Dalla cantina alla soffitta, allora, Bachelard realizza un’acutissima analisi fenomenologica della casa e dei suoi luoghi.

La casa, dice Bachelard, è il nostro angolo di mondo, il nostro primo universo. Anzi, ogni spazio veramente abitato reca l’essenza della nozione di casa e tutti i ripari e i rifugi hanno la cifra dello stesso sogno. La casa non è solamente vissuta, vissuta da un io psicologico che di stanza in stanza ne scovi i valori positivi, sistematici, utili: la casa è davvero la casa della rêverie, dell’immaginazione, del ricordo, attraversata e abitata da infanzie e memorie che sono persino ancestrali o, se vogliamo, archetipiche. La casa diventa un fascio di immagini, tutte accomunate dall’idea di stabilità. Ma come districarsi all’interno di questo cosmo? E come tollerare tutto ciò che la casa comporta – le idee di dimora, di alloggio, di rifugio, di ricordo? Lo spazio qui è tutto. «Era grande la camera? La soffitta era ingombra? Quell’angolo era caldo?».

Essa è un essere verticale, che procede dalla cantina alla soffitta, ma è anche un essere concentrato, centrale. La dicotomia cantina-soffitta è talmente profonda da diventare non solo la struttura portante dell’architettura della casa, ma anche di quella delle sue immagini. Il tetto, da una parte, con la sua ragione d’essere, riparo dalla neve e dal caldo, con il solido comignolo e le sue tegole. Talvolta una tegola viene spezzata, il comignolo viene scosso da un lampo, ma la casa non si spezza né trema. Si salgono le scale verso la torre o verso la mansarda e gli scalini ci portano verso il cielo, in una tensione diurna, verticale – ascetica, se vogliamo. La torre sorveglia il deserto e la città, il percorso che porta verso la camera è familiare – che piacere per il bambino «nel salire le scale quattro a quattro!» – e la camera è isolata nella sua altezza, conserva e domina lo spazio. Il motto fanciullesco che segna con grande senso poetico la cifra di quest’immensità intima dice così: «il fiore è sempre nella mandorla», un’immagine tenera, condensata, per cui il fiore rimane rannicchiato nel suo seme.

E poi giù, la cantina. Qui Bachelard fa intervenire le parole dell’autore francese Henri Bosco, purtroppo sconosciuto in Italia, da un romanzo dal titolo L’antiquario. Il romanzo è di fatto un intreccio che affronta da più versanti il tema della “sotterraneità”. Ciò che è sotterraneo è ciò che solitamente nasconde segreti, sotterfugi, intrighi, tenebre, imbrogli, come imbrogliata fino all’estremo è la tana dell’omonimo racconto kafkiano e come ramificata è la cantina di Bosco. Siamo alle radici della casa: il protagonista è costretto a rifugiarsi in una cantina e, come dice Bachelard, «l’interesse del racconto reale passa al racconto cosmico», ovvero gli avvenimenti si arrestano e una rêverie fa capolino. Il protagonista fa un incontro ai limite dell’inquietante con una pozza d’acqua nera, calma, vecchia di millenni e rabbrividisce di una paura non più creaturale, ma cosmica. Dove fare un incontro del genere se non in un luogo remoto, sotterraneo, fondo, un luogo freddo e umido, di riposo, abitato da ragni e animali viscidi, acquitrinoso, poco solidale, a contatto diretto con la terra e le sue profondità, luogo di depositi antichi quanto il mondo? Sentite le parole tremende di Bosco:

Proprio ai miei piedi l’acqua esce dalle tenebre. L’acqua!… un immenso bacino!… E che acqua!… Un’acqua nera, addormentata, così perfettamente calma che la sua superficie non era turbata da nessuna increspatura, da nessuna bolla d’aria […] là da millenni […] un solo specchio insensibile […] pietra nera, prigioniera del mondo minerale […] materia sconosciuta e carica di fosforescenze di cui alla superficie affioravano solo fuggevoli lampeggiamenti. Segni di potenze oscure a riposo nel profondo, tali colorazioni elettriche manifestavano la vita latente e il temibile potere dell’elemento ancora assopito. Rabbrividivo.

Il protagonista troverà una scala, supererà le gole, giungerà in una torre.

Gaston Bachelard

Salire o scendere le scale, d’altra parte, è un gesto mai innocente. Le scale, infatti, sono tutte differenti tra di loro. Alcune le si scendono sempre e la loro discesa «passa nei ricordi»; altre, quelle che si salgono o si scendono e che portano alla camera sono vie, come già detto, conosciute, fatte di passi già fatti, quattro a quattro; infine la scala della soffitta, sempre consumata e sempre esile, verso una solitudine silenziosa e, se vogliamo, celeste. «Non è possibile» dice Bachelard «rimanere uomini ad un solo piano»: saremmo difatti uomini, seguendo Joe Bousquet, che hanno «la cantina nella soffitta».

Curiosa la stoccata che Bachelard fa alle case parigine, case spesso a una sola dimensione, oniricamente incomplete proprio perché mancanti di una (se non tutte) le strutture in questione e quindi povere di occasioni rêverie poetiche. Ma i cosiddetti “buchi” (“vivo proprio in un buco”) sono paragonabili senza ombra di dubbio anche ai grandi complessi delle metropoli, i grattacieli senza radici né vetta dove le case si accumulano sì in verticalità, ma al cui interno la vita è essenzialmente piana, orizzontale. Cosa fa il fenomenologo in simili circostanze? Si rifugia nel sogno delle acque, a cui peraltro Bachelard dedicò un bellissimo libro:

quando l’insonnia, male dei filosofi, viene accresciuta dal nervosismo dovuto ai rumori della città, quando, a piazza Maubert, nel cuore della notte, le automobili rombano e il procedere fragoroso degli autocarri mi fa maledire il mio destino di cittadino, riesco ad acquietarmi vivendo le metafore dell’oceano.

La città allora diventa un mare e Parigi fa sentire, nel pieno della notte, il mormorio incessante dei flutti e delle maree.

Gaston Bachelard

Cosa dire infine delle rustiche case d’infanzia, le case più semplici di tutte? La camera è illuminata dalla lampada – «l’occhio della casa» –, la lampada del padre, del prete o del contadino. La rêverie che si attraversa è una rêverie di solitudine antidiluviana, primitiva, genuina. Un altro autore francese richiamato da Bachelard, Henri Bachelin, ha tratteggiato bene queste case fino al loro estremo, la capanna, «la pianta umana più semplice», senza ramificazione alcuna. Si evocano quindi le casupole degli eremiti, luci lontane che spuntano nella notte di un deserto, simbolo di uomini che vegliano. Diceva Rimbaud in Emmuré: «Una lampada accesa dietro la finestra / veglia al cuore segreto della notte». Altri poeti, come Clancier, descrissero le luci delle case come costellazioni inchiodate sulla terra. «Con la capanna» dice invece Bachelard «con la luce che veglia all’orizzonte lontano, abbiamo indicato, nella sua forma più semplificata, la condensazione di intimità del rifugio». È un peccato che Bachelard non si sia spinto oltre parlando di quei tappeti che talvolta fanno da casa ai nomadi, ritagli sulla terra quasi a delimitare astrattamente un territorio mobile, un luogo in perpetuo movimento…

Un altro capitolo si apre quando uno straniero bussa alla porta della casa. È il segno che della casa non si può parlare solo in termini di pura immanenza: vi è un universo con il quale questa si deve confrontare, una dialettica del dentro e del fuori che obbliga il filosofo insonne ad animare la fiamma della sua candela perché si rimetta a lavoro. «Accorrete, cavalieri che traversate i mari» dice il poeta Supervielle «io non ho che un tetto del cielo, voi avrete posto».