Se l’uomo di Ungaretti era un uomo attaccato nel vuoto su di un filo di ragno; l’uomo del pensiero totalitario moderno è forte, sicuro, dinamico, dominante, un uomo non umano.

Ma perchè dimenticare, occultare, se non sopprimere la natura umana? Perchè essere altro da sè nel frustrante ed irrealizzabile tentativo di simulare modelli falsi e generali? Innanzitutto perchè distaccarsi dalla dimensione umana, aspirando e sperando di divenire l’uomo dell’immaginario comune procura sicurezza, in quanto si avverte di essere accettati dalla generalità. Inoltre vi è l’ingannevole convinzione che tale processo di disumanizzazione possa alleggerire l’animo umano, poichè induce a dimenticare la propria mortalità, immaginando di aver intrapreso la via per l’onnipotenza. Infine perchè l’uomo privato della propria umanità è un essere non pensante, con meno complicazioni e di ciò si cura la nostra società. Tutte sciocchezze illusorie. In realtà rinnegare la prima condizione dell’umanità, ossia la fragilità, genera solo una visione distorta e mai realizzabile dell’uomo, che non può provocare altro se non malessere. Ed è questo il terreno arido in cui fiorisce il potere. Un terreno in cui non è il potere con forza che spoglia l’uomo delle proprie fragilità, ma in cui è questo stesso che se disfa perchè ha fede nella promessa di uomo meno uomo.

Per comprendere cosa si intende per fragilità è necessario ripensarla, sconvolgere il significato, di debolezza, se non di malattia, che è stato imposto dalla cultura moderna dominante, per riscoprirne l’autentico senso. La fragilità, intesa come timidezza, tristezza, inquietudine, mitezza, sensibilità, è intessuta nella carne e nell’anima dell’uomo. Questa è la culla dell’umanità, che permette non solo di riconscere l’uomo nella sua autentica essenza profonda, limitata ed insicura, senza mistificazioni e falsi miti, ma che consente di cogliere il bisogno dell’altro, poichè è proprio in quest’ultimo che la fragilità trova la forza. Norberto Bobbio dedica un intero saggio alla mitezza, virtù debole perchè propria degli umilati della società che non avranno alcun potere, ma al tempo stesso virtù potente per una società migliore, essendo un farmaco alla degradazione della politica.Simon Weil coglie la fragilità della carne, ricordando la facilità con cui questa può essere lacerata o trafitta ed individua nella fragilità dell’anima e della nostra persona sociale, il centro stesso del nostro essere. Eugenio Borgna, attraverso un breve saggio “La fragilità che è in noi”, ricorda che così come la sofferenza passa , ma non passa mai l’avere sofferto, così la fragilità “è un’esperienza umana che, quando nasce, non mai si spegne in vita e che imprime alle cose che vengono fatte, alle parole che vengono dette, il sigillo della delicatezza e dell’accoglienza, della comprensione e dell’ascolto, dell’intuizione dell’indicibile che si nasconde nel dicibile”.

Pensare dunque alla fragilità come frammento prezioso dell’animo è un dovere etico attraverso il quale ritornare ad essere umani.