“E Dio gli disse: “Orsù, prendi tuo figlio, l’unico che hai e che tanto ami, Isacco, e va’ nel territorio di Moria, e lì offrilo in olocausto sopra un monte che io ti mostrerò” Genesi 22, 2

 

Questo è un estratto del celebre passo del Vecchio Testamento, nel quale Dio prova Abramo, chiedendogli di sacrificare il figlio per dimostrare la veridicità della sua fede. Come è noto, la mattina seguente Abramo, senza esitare, si mise in cammino con Isacco, due servi ed il suo asino, senza dire nulla alla moglie Sara. Dopo tre giorni arrivò al luogo ordinatogli da Dio: qui, soltanto con il figlio, raggiunse il monte Moriah, preparò la legna per l’olocausto, costruì l’altare per il sacrificio e vi legò Isacco. Ma, proprio quando stava per scannare suo figlio, sentì la voce dell’Angelo del Signore che lo bloccò e gli fece apparire un montone da sacrificare al posto del bambino. A seguito dell’accaduto, il luogo prese il nome di “Il Signore provvede”. Inoltre, per non avergli negato nemmeno il suo unico figlio, Dio promise ad Abramo numerosi vantaggi.

Questo episodio è stato molto discusso nel corso del tempo e varie sono state le interpretazioni.                             Il tentativo più imponente, probabilmente, è stato quello del filosofo danese Søren Kierkegaard nella sua opera, del 1843, Timore e Tremore. Il brano, che ripercorre l’episodio biblico concentrandosi soprattutto sul personaggio di Abramo, è scritto sotto lo pseudonimo di Johannes de Silentio, quasi come se l’autore volesse prendere le distanze dal contenuto del testo, non considerandosi alla sua altezza. La scelta non è tuttavia casuale. Il silenzio è, infatti, la dimensione caratteristica della fede e propria di Abramo. Egli, elogiato nel corso del brano, è il simbolo dell’autentico uomo di fede, perché fu colui “che credette”. La sua non è una sfida contro se stesso (come il poeta) o contro il mondo (come l’eroe), ma contro il divino e per questo è la più autentica, ma anche la meno “tragica”, perché esente dal conflitto tra doveri: egli non esitò a compiere la volontà divina, non si fece scrupoli verso la sua famiglia e non cercò la mediazione con Dio. La sua scelta, infatti, viene interpretata alla luce di due movimenti complementari: la “rassegnazione infinita”, in quanto decide di sacrificare la cosa più importante per lui, ovvero il suo unico figlio, e la “riacquisizione del mondo finito”, perché, anche se inserito nella dimensione della fede, non cessa mai di essere in contatto con il mondo degli uomini e di credere di riottenere Isacco dopo il sacrifico. Abramo è, per questo, definibile come l’uomo del contraddittorio, dell’impossibile e dell’assurdo. Ha fatto tutto il contrario di quello che un uomo generalmente intende per amore, coraggio e giustizia, ma ha dato un senso a questi termini e li ha incorporati.

Ciò che ci si deve domandare, arrivati a questo punto, è quale relazione intercorre tra la dimensione della fede religiosa e quella dell’etica filosofica. Jacques Derrida, filosofo decostruzionista contemporaneo, sostiene che, dopo un’opposizione iniziale, la fede (infinita, assurda) e la filosofia (finita, razionale) possono incontrarsi, in modo che la seconda ne guadagni in stabilità dalla prima e viceversa. Kierkegaard non sarebbe stato di questo avviso. Per lui nulla può preparare la fede, questa è un atto di decisione: “la fede comincia là, appunto, dove la ragione finisce”.  Ecco, allora, come la razionalità etica si pone in antitesi alla vocazione religiosa. L’autentico cavaliere di fede rinuncia all’etico, egli è “pazzo” e “testimone”. Abramo, in questo senso, è stato il più grande: “grande per la saggezza il cui segreto è follia”. In confronto all’amore assoluto verso Dio, tutto è passato in secondo piano. Così alla terza domanda dei problemata, “dal punto di vista etico si può giustificare il silenzio di Abramo con Sara, Eliezer e Isacco?”, la risposta non può che essere negativa. Riprendendo un’altra celebre opera dell’autore, è possibile affermare che tra fede e filosofia ci troviamo di fronte ad un Aut-Aut. O questo o quello.

Ma questa dualità è sempre presente? Se facciamo riferimento ad altri testi della religione cristiana la risposta potrebbe essere diversa. Un esempio, in questo senso, è rappresentato dal Discorso della Montagna, estratto dal Vangelo secondo Matteo (5, 1-12). In questo discorso, pronunciato probabilmente su una montagna al nord del mar di Galilea, è stato individuato, anche da alcuni personaggi non cristiani, l’intero insegnamento cristiano. Così Mahatma Gandhi: “l’insegnamento del Sermone della Montagna echeggiava qualcosa da me appreso nell’infanzia, qualcosa che sembrava appartenere al mio essere e che mi pareva di veder attuare nella vita d’ogni giorno, attorno a me. […] Era l’insegnamento della non-ritorsione, o della non-resistenza al male.” I dieci comandamenti sono qui ampliati, tanto da apparire non come dei dogmi di una specifica religione, quanto precetti morali universali: “non vendicatevi”, “amate i vostri nemici” e non “adiratevi con i vostri fratelli” sono solamente degli esempi. Inoltre, nelle beatitudini, la parte più conosciuta del Discorso, vi è un elenco di qualità relazionabili a tutta la sfera etica: dalla giustizia alla mitezza, dalla misericordia alla compassione.

Al contrario del Vecchio Testamento, quindi, in questo passo del Nuovo la fede sembra poter coincidere con l’etico. È curioso notare, inoltre, come entrambi gli episodi si svolgano su un monte. Questa somiglianza, probabilmente casuale, non fa che alimentare il contrasto tra due situazioni che interpretano la religiosità in un modo molto diverso. Cos’è, allora, la fede?

“La passione suprema dell’uomo è la fede”. Nell’epilogo di Timore e Tremore, questa frase viene ripetuta più volte, per poi aggiungere: “ci sono forse molti uomini in ciascuna generazione che non arrivano fino ad essa, ma nessuno che vada al di là”. Nella sua dimensione autentica ed esclusiva, ovvero di non accessibilità a tutti, la fede, con i suoi rischi ed i suoi pericoli, resterà per alcuni quella sorta di “aspirazione esistenziale” che tanto ha caratterizzato la vita di Kierkegaard. Se poi coinciderà o meno con l’etica, questo non è dato saperlo a priori. Del resto, è anzitutto il mistero a caratterizzare la dimensione del vero fedele. Credere per provare.