Il 1831 indica la data di morte di uno tra i maggiori esponenti (se non il maggiore) della cosiddetta “filosofia idealista” tedesca, il mostro sacro del pensiero sistematico dell’Ottocento, il più autorevole personaggio nel panorama accademico germanico dell’epoca, Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Ma questa data non segna soltanto un mero dato biografico nell’attività speculativa del filosofo ma, soprattutto, un dato peculiare per quanto riguarda il successivo destino dei suoi interi contributi intellettuali e per la deriva del suo sistema filosofico in generale. In sintesi, la morte di Hegel – così come accade storicamente, con ciclica e puntuale costanza, ad ogni eroe del pensiero che si rispetti-, scatenò una dialettica guerra interpretativa tra i suoi allievi e sostenitori più vicini, conducendo gli stessi ad una necessaria e radicale scissione interna negli orientamenti e la costituzione di due poli di approccio al pensiero del maestro contrapposti tra loro: la destra e la sinistra hegeliana (secondo una terminologia dualistica coniata dal filosofo e teologo David Strauss).

Il pensiero di Hegel si presentava come un’affascinante ed, anche, demolitrice rivisitazione delle teorie filosofiche che lo avevano preceduto ed, in particolare, della filosofia plotiniana dell’ “UNO”, inteso come nucleo ontologico unitario d’origine, dal quale, mediante un processo di depauperamento ed allontanamento progressivo, il reale, gradualmente (passando per le successive sostanze “ipostatiche” dell’intelletto e dell’anima), culminerebbe nella oscura materia finale, e nella costituzione conclusiva del mondo degli oggetti molteplici e finiti. Hegel, in qualche modo, riprende, con originalità, questa impostazione del reale concepibile nelle logiche di un passaggio da uno stato di unità d’origine ad una condizione empirica di molteplicità finita nel mondo della realtà oggettuale, ma superando le distanze tra questa unità infinita e questa molteplicità del finito, rendendo questo mondo del finito materiale, della realtà fisica e molteplice, un’opposizione all’infinito unitario (lo spirito assoluto hegeliano) ma facente parte, in modo simbiotico, di questa opposta realtà ontologica. Infatti, la filosofia di Hegel é detta anche filosofia della negazione e dell’opposizione, dove questa negazione che é connaturata alla struttura di questa realtà (espressa, nella storia, da uno scontro e passaggio dialettico continuo tra epoche e società umane), viene riassunta in una logica di passaggi tripartiti dialettici, di tesi (presentazione di una determinata posizione o condizione di vita), antitesi (negazione della tesi precedente) e di sintesi (affermazione di una nuova tesi in ragione alla negazione di quella precedente).

La complessità organica della filosofia hegeliana, lasciava liberamente spazio a molteplici interpretazioni del pensiero globale e la sua impostazione dialettica della realtà (intesa come una molteplicità finita facente parte di un’unità infinita, vivente all’interno di un continuo scontro di negazione tra parti) poteva suscitare l’ammirazione sia delle espressioni più conservatrici della società tedesca del tempo (che intravedevano nel grande blocco hegeliano un modello ideale che giustificasse teoreticamente l’autorità dello stato prussiano dell’epoca e della religione cristiana in generale) che delle espressioni più rivoluzionarie, atee e meno clericali dell’epoca (che colsero, invece, nel sistema e meccanismo di processi di passaggio continuo tra le parti, un perfetto ed autentico modello che giustificasse gli scontri tra le epoche ed i sistemi della storia ed, in sintesi, la rivoluzione ed il cambiamento). La prima posizione (quella della destra hegeliana) era rappresentata dai seguaci dello Hegel più vicini ad una filosofia tradizionale e della religione, ai figli di un “antico” modo di pensare, i quali dedussero, dalla filosofia dello spirito del maestro, una legittimazione dei dogmi fondamentali del cristianesimo, quali Dio, l’anima e, alla luce della dialettica trinitaria, la tripartizione mistica tra “padre, figlio e spirito santo”; mentre, la seconda (quella della sinistra hegeliana), era incarnata dai cosiddetti “giovani hegeliani” (giovani oltre che in un senso culturale-ideologico, soprattutto, in un senso anagrafico) -politicamente vicini a chi contestava i modelli autoritari delle monarchie europee (in primis quella di Prussia) e della religione Cristiana-, tra i quali, successivamente, iniziò ad emergere un giovane e brillante intellettuale (destinato a sconvolgere l’intero apparato filosofico e sociale del tempo, e ad ispirare, quasi interamente, il dibattito intellettuale a lui posteriore) di Treviri, laureatosi da poco in filosofia, all’università di Jena (centro accademico nel quale insegnò, dal 1801 al 1807, Hegel), con una tesi sulle differenze tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro, un certo Karl Marx. Questo giovane ed irriverente pensatore tedesco (figlio di un colto rabbino ed avvocato ebreo), entra ben presto in rapporto strettissimo con l’élite emergente dei “giovani hegeliani”, che, sul finire degli anni ‘30 dell’Ottocento, stavano iniziando a costituire sempre maggior rilievo ed influenza. Già nel 1837, ancora diciannovenne, il giovanissimo studente Karl Marx, entra a far parte di un circolo berlinese della sinistra hegeliana, iniziando a formare il suo spirito totalmente anticlericale, il suo materialismo filosofico e critico nei riguardi dei sistemi spiritualistici e dogmatici, e la sua singolare volontà rivoluzionaria. É dunque a partire da questo giovanile contatto con i “giovani hegeliani” che Marx inizierà a studiare ed approfondire il pensiero di Hegel (del quale, in un primo momento, si dirà anche sostenitore), nel quale non si possono non notare i molteplici influssi e le frequenti ispirazioni che ebbe sul pensiero marxiano più maturo.

La dialettica materialistica della natura e della storia, elaborata dal filosofo di Treviri, con le sue logiche della contraddizione e i suoi scontri interni tra classi sociali ed il passaggio di epoche (filosofia che ha ispirato, successivamente, Lenin e si é posta a fondamento del primo sistema sovietico), é un’autentica ripresa di quello scontro logico-dialettico fatto di opposizione e negazione già teorizzato da Hegel. Tuttavia, quello tra Marx ed Hegel si dice sia uno tra i più perfetti parricidi teorici della storia, nel senso che Marx, in seguito alla sopra citata influenza dei “Giovani hegeliani”, fondò la propria filosofia del movimento della natura e della storia, e della dialettica continua, basilarmente, a partire dai concetti elaborati nel pensiero hegeliano, ma, al tempo stesso, con la sua filosofia della materia e del tutto riconducibile ad evoluzione e dinamismo della materia -qui si coglie anche la giovanile adesione di Marx alla filosofia epicurea e di Democrito, in parte-, in sostanza, priva il reale di quella spiritualità astratta che era stata la forma autentica dell’impianto sistematico di Hegel, sottraendo, così, autorità a quell’intellettualistico “spirito hegeliano” e conferendo potere sul reale, invece, alla mutevole e cangiante materia concreta. Marx stesso affermava che la filosofia dovesse fuoriuscire dall’ambito intellettualistico nel quale, per secoli, spesso, aveva trovato comodo rifugio, non ancorandosi ad una teorica e cervellotica analisi e legittimazione del reale, ma divenendo pensiero razionale critico e pensiero rivoluzionario. La filosofia di Karl Marx, così, apre le strade ad un’inevitabile critica costruttiva al modello hegeliano (conservandone, tuttavia, l’ossatura anatomica primaria), ad un’appassionata analisi del reale nella sua concretezza, nella sua storicità e contraddizione interna, ad una de-mistificazione totale degli apparati borghesi, monarchici, dogmatico-religiosi del tempo, illuminando il mondo di un’aurea rivoluzionaria sfociante nella presa in esame di aspetti dell’esistere umano mai analizzati fino a quel tempo, e destinati, in tempi successivi, a divenire i nuclei gravitazionali di riferimento di buona parte del dibattito filosofico contemporaneo. Quello tra Marx ed Hegel, in sintesi (come scrive Roberto Finelli), risulta essere uno tra i più autentici, ben riusciti, ma positivi e costruttivi parricidi della storia del pensiero filosofico.