Quello che l’insegnamento delle grandi materie umanistiche – la letteratura e la filosofia in primis – sta vivendo nella scuola italiana ormai da lungo tempo è un’incrinatura. La misuriamo facilmente, interrogando gli insegnanti sullo stato di salute della docenza da una parte e, dall’altra, ciò che le linee che recenti (e meno recenti) ministeri impongono all’istruzione sotto forma di riforme e di ideologia. Quello che noto, da insegnante, è come quest’incrinatura stia in alcuni casi assumendo sempre di più la forma di una renaissance di vecchie istanze che vengono proposte, anche nostalgicamente, per colmare i grandi vuoti del presente: ricominciare dalle origini, insomma, per costruire il futuro secondo il principio di una storia monumentale di nicciana memoria. L’esempio più lampante riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori: è un esempio che, di fatto, ci aiuta a chiarire tutto il resto, perché niente come la filosofia vive quella che ci piace chiamare una lunga notte della didattica in Italia. 

 

La storia parla chiaro. Fino al 2010, anno in cui sono state pubblicate le Indicazioni nazionali che contengono i nuovi criteri per l’insegnamento filosofico a scuola, una sola è stata, malgrado tutto, la linea seguita, ovvero quella del 1944. Nel 1944 venne istituita la Sottocommissione Alleata dell’Educazione con a capo Carleton W. Washburne, un pedagogo americano allievo del celebre filosofo John Dewey. Washburne non fece altro che reistituire le regole della riforma fascista De Vecchi, del 1936, espungendo solo un punto, la lettura obbligatoria della Dottrina del fascismo di Mussolini. Cosa diceva la riforma De Vecchi? Essa si inseriva in un processo di parricidio, liberazione e logoramento di quella che era stata l’istanza dominante degli anni Venti, ovvero la riforma Gentile: stabiliva contro ogni rigurgito di neoidealismo e di umanesimo gentiliano la necessità di affrontare all’interno di una scuola, ormai fascistizzata in toto, tutta la storia della filosofia occidentale a livello manualistico. Tutta la questione d’altra parte si gioca e si è giocata qui: come insegnare la filosofia a scuola? La linea italianissima che ha prevalso nella penisola, e che continua a ottenere il maggior numero di consensi, è quella storica o storicistica: la filosofia non dev’essere insegnata, come spesso si faceva prima di Gentile, sistematicamente, ovvero per discipline – metafisica, etica, logica… –, bensì seguendo la cronologia degli autori, uno per uno, nella disposizione che ci potrebbe offrire un buon (o cattivo!) manuale.

Comprendiamo che i temi sono molti. Cosa autorizza a percorrere una strada del genere? Perché l’impianto storicistico dovrebbe essere migliore di un impianto sistematico? E cosa autorizza un manuale a sostituire indiscriminatamente i testi dei grandi filosofi? Quali sono, poi, i grandi filosofi? Chi decide il canone? Cosa ci assicura che, seguendo questa linea, l’insegnamento filosofico sia il più efficace possibile? E cosa insegna alla fine la filosofia? Si può insegnare la filosofia? È così che la questione della didattica diventa, di fatto, una questione filosofica tout court. Per comprendere come insegnare la filosofia bisogna decidere che cosa sia la filosofia.

John Dewey

Ebbene Giovanni Gentile rappresenta in questa lunga storia, di cui abbiamo accennato solo una minima parte, un punto nodale quando oggi discutiamo di questioni di didattica filosofica. Non capita così di rado che alcuni insegnanti, oggi, in un moto infervorato ed esausto di autentica e nostalgica Gentile-Renaissance, taglino la questione come un nodo gordiano dicendo a gran voce: ridateci Gentile, per l’amor di Dio!. Perché di fatto la travagliata storia della didattica filosofica in Italia da Gentile in poi non ha riguardato altro che tentativi di proporre un gentilianesimo bianco, un Gentile annacquato o mutilato. Sentite come suonano lontani i temi di Gentile confrontandoli con il presente: per Gentile l’insegnamento umanistico costituiva nientedimeno che il vertice dell’istruzione e, la filosofia, il vertice del vertice, la crème de la crème, per formare giovani che diventassero la crème de la crème della società.

Classicismo, formazione umanistica e formazione della classe dirigente. Perché? Perché la cultura umanistica è l’unica che conduce alla vera coscienza della nostra civiltà, dei doveri sociali e della propria personalità. Quello di Gentile è stato un profondo umanesimo. Al di là di ogni insegnamento tecnico, la filosofia, chiave di volta della crescita individuale, se trasmessa da un maestro accorto e libero era il grado massimo di un’istruzione che si voleva radicalmente umanistica. Con un punto importante: la filosofia non deve essere insegnata in maniera elementare, ovvero facendo ricorso all’idea ottocentesca che, a partire almeno dalla legge Coppino del 1867, imponeva di studiarla tramite elementi di filosofia (manualisticamente), bensì con in mano i testi degli autori. La filosofia non si può fare fuori dai testi dei filosofi. Quest’idea, come si nota in piena opposizione a ciò che De Vecchi e poi Washburne diranno negli anni Trenta e Quaranta, è stata il motivo di assalto della riforma. 

Cosa osserviamo oggi? Che le posizioni “estremistiche” di Gentile hanno subito una serie di modificazioni che, se per alcune sostanze hanno mantenuto di fatto intatti alcuni aspetti della riforma, per altri l’hanno sconquassata. Negli anni Cinquanta la situazione di fatto esplode: è un decennio di congressi, di dibattiti intensissimi, di entrate in gioco di correnti di pensiero e protagonisti molto diversi tra di loro (dal gramsciano Togliatti che rilegge l’impostazione storica dell’insegnamento sulla base di uno storicismo assoluto di stampo marxista, alle diatribe tra laici e cattolici…). Si pensi che nel solo 1956 si tengono due convegni, uno a Roma e uno a Firenze dove nell’uno, si cerca di mediare sia tra la posizione dell’insegnamento sistematico della filosofia che tra quello storico, sia si mettono in luce, forse per la prima volta rigorosamente, problemi legati alla didattica pura e alla figura del docente; nell’altro Eugenio Garin, vicino a Togliatti senza essere un togliattiano puro, si fa promotore di una posizione laica sui generis

Giovanni Gentile

Se c’è un decennio da cui oggi siamo particolarmente lontani non è quello degli anni Cinquanta, ma dagli anni Settanta, in cui si arrivò clamorosamente a proporre, in un processo di declassamento della filosofia, di sostituire la filosofia con le scienze sociali o, più banalmente, la storia, processo che fortunatamente si è rivelato un buco nell’acqua. Nel 1992 la Commissione Brocca, che porta la filosofia solo al triennio di liceo, propone di mettere in pratica un atteggiamento “storico-tematico”, di non cedere né dalla parte del puro storicismo né dalla parte del puro sistematicismo: non si può evitare insomma di ricorrere alla cronologizzazione del pensiero (storia della filosofia, autore per autore), ma non si può far sì che questo elemento vada a discapito di una trattazione per concetti, per problemi di quella che è la materia più concettuale e problematica che ci sia. Elemento imprescindibile: la filosofia si fa sui testi gli autori, come voleva Gentile. È a parere di molti – anche di scrive – già un passo in avanti rispetto alle recenti Indicazioni del 2010 che, per quanto attente siano sull’idea di trasmissione del sapere filosofico, come «modalità specifica [e imprescindibile] della ragione umana», non obbligano di fatto al testo ma permettono a molti insegnanti di fare del manuale un vero e proprio Vangelo, e che inoltre non si sottraggono affatto all’idea obsoleta che l’unico modo per insegnare la filosofia sia l’approccio storico. 

Chi insegna oggi si trova di fronte a più impasse, insomma. Da una parte deve tenere conto della storia che qui abbiamo riassunto molto approssimativamente e prendere una posizione non solo in vista di una prassi, ma anche teorica (di fatto, filosofica); dall’altra deve scontrarsi contro un sistema-insegnamento le cui maglie sono ambigue (chi decide quali sono gli autori imprescindibili? chi decide come vadano trasmessi?). Così ciascuno in molti casi fa per sé e, magari, fa male. Il problema è che l’università italiana non forma affatto su questi temi, ma solo sui contenuti e sul nozionismo: chi insegna di fatto non ha mai imparato ad insegnare (si spera che almeno abbia imparato qualcosa di filosofia!).

Contro i modernizzatori della scuola però una cosa va detta: non ripetiamo la storia. Negli anni Settanta, che hanno imposto di cancellare per sempre l’insegnamento filosofico dalle scuole, abbiamo corso un rischio troppo grande e chi considera l’insegnamento italiano un insegnamento obsoleto, museale, antiquario, polveroso, attaccato rigidamente a modalità che prevedano solo che la filosofia sia insegnata come storia della filosofia e null’altro, consideri che la formazione filosofico-umanistica di uno studente all’ultimo anno di liceo classico-scientifico italiano, quando è rigorosa (e prevede magari anche l’apprendimento delle lingue classiche oltre che quello della storia della filosofia), è superiore alla media delle università europee – sì, l’ho detto.

Quella italiana è l’ultima roccaforte per far sì che la storia della filosofia non sia relegata a un dimenticatoio o un annullamento. Storicismo, enciclopedismo, sì, ma possiamo farne totalmente a meno? Non sarebbe la prima volta che sento dire da uno studente magistrale di filosofia europeo (non farò il nome della nazione) che Platone sia nato ai tempi di Carlo Magno. A costoro, modernizzatori, denigratori, scientisti, ci sentiamo veramente di dirlo: ridateci Gentile. Se poi arrivano a dire che la filosofia sia ormai completamente inutile se non dannosa, alziamo le braccia. Sul danno e l’utilità della filosofia parleremo però un’altra volta.