Chiunque abbia mai seguito, anche di sfuggita, un notiziario o abbia letto un qualsiasi quotidiano, si sarà certamente accorto di come il tema principale della maggior parte degli avvenimenti riportati sia il non rispetto della legge in qualsiasi forma o grado di gravità. Si potrebbe quasi affermare che i telegiornali non esisterebbero se tutti rispettassero le regole imposte dalla comunità. Evidentemente ciò non accade.

In una società come la nostra, che ci impone di non prestare attenzione a quanto va oltre l’esteriorità, si è affermata la convinzione di non dover scavare oltre la superficie per trovare la risposta ai problemi. Non è necessario indagare fino a giungere alla radice per estirpare le erbacce, è sufficiente che non si notino, che non saltino all’occhio di chi osserva il cortile ben curato. Seguendo i dettami di questa ideologia, si sono proposte soluzioni tanto numerose quanto inefficaci. Per fronteggiare i furti, ad esempio, si è ricorsi all’ideazione e all’istallazione di allarmi i cui benefici paiono inesistenti. Non ci si è mai proposti di spiegare alle persone perché non rubare e rispettare l’altro. Si potrebbe replicare che normalmente sono date tali nozioni, fin dai primi anni di vita si insegna ai bambini a comportarsi nel migliore dei modi e, se l’apprendimento non è immediato, si ricorre a punizioni di vario genere.

Eugène Delacroix - La barca di Dante

Eugène Delacroix – La barca di Dante

È innegabile che ciò avvenga. Ma proprio perché il tutto si verifica secondo il procedimento appena descritto, è totalmente inutile e talvolta controproducente. Spesso, se non sempre, si impone al bambino, o a chi per esso, di far propri certi atteggiamenti senza fornire una spiegazione sul perché quest’ultimi siano migliori rispetto ad altri che magari egli stava attuando. L’assenza di motivazioni diventa un freno che impedisce al ragazzino di capire quello che gli si chiede e conseguentemente di metterlo in pratica. Non spiegandosi perché sia corretto comportarsi come richiesto, non ritiene neanche necessario dover applicare l’insegnamento poiché non ne vede l’utilità. Tale ragionamento è piuttosto condivisibile, ed è comprensibile da tutti, indottrinatori per primi. Ne deriva che il bimbo, mancando di ulteriori informazioni che potrebbero aiutarlo, continua a comportarsi come faceva prima senza rilevare evidenti contraddizioni nel suo modo di operare. In questo momento scatta la punizione. Il piccolo non comprende la causa di essa, come prima non coglieva l’errore in ciò che faceva, non per mancanza di ascolto o intelligenza, ma per assenza di comunicazione da parte dell’insegnante, del genitore o di qualsiasi altra persona non sia disponibile al dialogo. Trovandosi nella necessità di scoprire un fattore scatenante per il rimprovero, egli è portato a pensare di aver sbagliato nel ragionamento, sebbene questo fosse magari giusto. Diretta conseguenza è la perdita di fiducia nelle proprie capacità (intellettive in questa situazione) e quindi anche di una svalutazione della sua persona. Se però il bambino riconosce di aver svolto un ragionamento corretto, l’unico motivo che avrà per sottostare alla volontà dell’adulto sarà la paura creata dalla possibilità della punizione. Timore che è un tratto comunque presente anche nel caso in cui arrivi a credere di aver sbagliato.

Un processo analogo si sviluppa anche nella circostanza in cui i soggetti in questione non siano un ragazzino e un insegnate, ma delle qualsiasi altre persone o istituzioni, per esempio un criminale e lo Stato.

Coloro che tentano di costringere una persona ad obbedire senza fornire alcuna spiegazione spesso non ritengono di essere tenuti a farlo. In un primo momento l’educatore evita il dialogo perché è convinto che l’allievo sia troppo giovane per comprendere le sue ragioni. Poi, quand’anche l’allievo fosse pronto a capire le ragioni dell’interlocutore, questo fuggirebbe il confronto probabilmente perché consapevole che non riuscirebbe a fornire risposte soddisfacenti alle obiezioni: è talmente disabituato a dover spiegare il motivo dei suoi richiami che ormai non lo conosce più neanche lui. Per questo l’educatore o il giurista evitano il confronto con l’alunno o il colpevole. È l’unico modo per non dover ammettere la propria ignoranza, per continuare a non notare la falla nel sistema e non dover indagare nuovamente per scoprire le conoscenze assenti. È più comodo fare finta che tutto funzioni ancora e sperare che la punizione supplisca alle loro mancanze, lasciare che la pena diventi consuetudine e le motivazioni che la sostengono si tramutino in dogmi incontestabili.

Antonio Canova - Allegoria della Giustizia

Antonio Canova – Allegoria della Giustizia

Il triste epilogo della questione è che gli uomini si sottomettono ai dettami della società, ossia alla legge, non perché abbiano interiorizzato l’importanza che sottende a tali regole, ma per paura delle conseguenze. Riguardo a queste problematiche, si sente dire parecchie volte che poco importa se manca la comprensione della norma, l’importante è che venga osservata, anche se il garante del rispetto è la paura. Questo è assurdo. Basta guardarsi intorno per capire che appena si supera il timore della pena, freno talvolta molto fragile, non vi è più niente che impedisca la trasgressione. Allora i notiziari cominciano a parlarci dei delinquenti. Il Regime del Terrore non funziona e del resto non lo ha mai fatto.

Se invece si spiegassero le valide motivazioni per cui una certa decisione va accettata e applicata, la conoscenza creerebbe un muro invalicabile, infinitamente più resistente dello steccato costruito con il legno della minaccia e della paura. Si capirebbe che andare contro la legge altro non è che andare contro se stessi, poiché essa ci determina fin nel profondo.

Per comprendere appieno l’importanza del corpo di leggi condivise dalla comunità risulta utile iniziare con il chiarire una frase che, se letta superficialmente, costituisce la base di un’idea errata e dannosa per lo Stato: “La legge è uguale per tutti”. La maggior parte di noi non troverà nulla di sbagliato nell’affermare che ogni persona appartenente alla società debba godere degli stessi diritti e doveri: ci è sempre stato insegnato che l’uguaglianza è fondamentale per una convivenza volta a migliorare le nostre condizioni. È una lezione che abbiamo appreso dalla storia, da chi prima di noi ha cercato di apportare un miglioramento nella propria contemporaneità. Utilizziamo spesso il concetto di historia magistra vitae come giustificazione, come garante della validità di un pensiero o di una rivolta. Non ci soffermiamo neppure un momento a pensare se effettivamente le ideologie sottese a un avvenimento siano condivisibili o meno, se abbiano un fondamento valido, se i rivoluzionari che le sostenevano fossero o meno consapevoli di ciò per cui stavano lottando. Solitamente imputiamo il fallimento di un’ideologia al contesto storico o a una classe sociale più potente e avversa al cambiamento, mai a una fallace teorizzazione (e conseguentemente esecuzione) del pensiero stesso. Riguardo a questo specifico caso, impariamo a esaltare l’egalitè della Rivoluzione francese e l’uguaglianza sociale che auspicava Marx, ad esempio.

Nel 1789, il popolo francese si ribellò contro la monarchia, accusando il re di aver privato i sudditi di qualsiasi libertà e di aver creato disparità economiche, sociali e giuridiche tali da impedire alla popolazione di poter vivere dignitosamente. La soluzione che attuarono fu quella che ritennero essere la migliore: l’eliminazione senza freni di tutto ciò che sembrava opporsi ai princìpi che supponevano di conoscere. Una volta uccisi il re e i nobili, i rivoltosi salirono al potere. Essi agirono nascondendosi dietro l’egida di ideali male interpretati, tra cui anche quello di uguaglianza. Si accorsero troppo tardi di non possedere né le capacità né i mezzi per governare in modo migliore. Tornarono quindi ad affidarsi alla sola forma di governo che conoscevano e in tal modo Napoleone riuscì a salire al trono. Malgrado i lampanti fallimenti a cui si giunse a Parigi, qualche decennio più tardi Marx ripropose, nel Manifesto del Partito comunista, la stessa erronea teoria di uguaglianza e addirittura lo stesso modus operandi utilizzato in Francia.

Eugène Delacroix - La libertà guida il popolo

Eugène Delacroix – La libertà guida il popolo

Benché l’ideale di uguaglianza proposto nei contesti sopra riportati sia sempre risultato fallimentare, ancora oggi ci si affida a esso e lo si appoggia fermamente. Ciò accade perché la maggior parte di noi crede ancora nella concezione di assoluta parità nei confronti della legge. Non abbiamo la volontà di riflettere sulle tematiche che influenzano la nostra realtà; siamo, e desideriamo rimanere, ciechi di fronte ad essa e perciò consideriamo valide tutte le informazioni che ci trasmette la storia, come si è ricordato in precedenza. Così riteniamo che la legge sia uguale per tutti e che ognuno sia chiamato ad avere gli stessi oneri.

In verità, la pretesa di uniformare le persone fornendo a tutti le stesse opportunità è dannosa. Potrà sembrare il pensiero di un folle, ma se prestiamo attenzione alla realtà, sarà facile accorgersi di come esso sia effettivamente applicato in tutti gli ambiti della nostra vita. Consideriamo, per esempio, un’ambulanza che debba raggiungere in fretta alcune persone ferite in un incidente. L’autista ha il permesso di superare i limiti di velocità consentiti alle altre vetture e quest’ultime devono addirittura affiancare per facilitarne il passaggio. Evidentemente chi guida l’ambulanza ottiene dei diritti (a cui seguono dei doveri) che gli altri automobilisti non hanno, eppure a nessuno verrebbe in mente di protestare per questo. Il motivo è chiaro: si riconosce che il fine dell’ambulanza è salvare delle vite e ci si adopera per quello che è il bene della comunità e quindi anche nostro. Impedire ai soccorsi di godere dei propri vantaggi significherebbe limitare una forza che lavora a favore dei cittadini e dello Stato, e questo vorrebbe dire danneggiarli.

In moltissime altre situazioni, anzi in tutte, il principio “di disuguaglianza” è utilizzato. A ben pensarci esso è il cardine della nostra società e noi non ce ne accorgiamo, abituati come siamo a decantare l’uguaglianza.

Alla luce di queste considerazioni, continuare a credere che la legge sia uguale per tutti poiché non ammette differenziazioni equivarrebbe a dire che la legge va a discapito di tutti, il che è contraddittorio: la legge per sua stessa natura è finalizzata al vantaggio dei cittadini, non al loro danneggiamento.

È più sensato affermare che la legge è uguale per tutti in quanto stabilisce le giuste differenze che devono esserci tra i vari cittadini e organi statali, perché ognuno di loro possa contribuire al bene della comunità al meglio delle sue capacità e possibilità. L’uguaglianza deve risiedere nell’obiettivo comune, ossia nella ricerca del bene e  non nei mezzi con cui è possibile concorrere a esso.

Poste queste basi, i cittadini potrebbero capire come la legge sia completamente a loro favore e, conseguentemente, come sia assurda la volontà di non rispettarla. Allora esisterebbero i presupposti per il miglioramento delle condizioni e per l’eliminazione del crimine che tanto ci spaventa.