È il 1989: nasce il World Wide Web, è commercializzato il Game-boy, a Venezia i Pink Floyd tengono un concerto gratuito davanti a Piazza San Marco, il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso riceve il Nobel per la pace. Ma è soprattutto l’anno in cui termina la funzione strategica del muro di Berlino, rappresentando la fine (simbolica) della cortina di ferro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, tra mondo “occidentale” e sfera di influenza comunista.

Qualche mese prima di questo evento storico, i The Cure pubblicano il loro ottavo album in studio, Disintegration, frutto di enormi pressioni commerciali, droghe allucinogene e drammi esistenziali. È particolarmente stimolante, da un punto di vista intellettuale, la seconda traccia, Pictures of you, entrata nella classifica dei 500 migliori brani musicali di tutti i tempi stilata dalla rivista Rolling Stone. L’incipit malinconico, dopo quasi due minuti di assolo gothic e post-punk, recita:

I’ve been looking so long at these pictures of you

That I almost believe that they’re real

I’ve been living so long with my pictures of you

That I almost believe that the pictures

Are all I can feel

Ho osservato così a lungo queste foto di te

Che quasi credo siano reali Ho vissuto così a lungo con le mie foto di te Che quasi credo che le immagini

Siano tutto ciò che posso sentire.

Pictures of you – The Cure

I motivi che ispirano queste prime parole sono disparati e spesso divergenti. Un accenno è d’obbligo, anche se qui le questioni che fanno riflettere sono altre. Una prima versione riguarderebbe un incendio scoppiato in casa Smith, a seguito del quale il leader della band sarebbe rimasto con le sole poche fotografie della moglie conservate nel portafoglio (di cui una diventa anche cover per il singolo).

Una seconda spiegazione si fa ancora più creativa: Robert Smith, qualche anno dopo la pubblicazione del disco, rivela che la traccia Pictures of you sarebbe ispirata da un saggio intitolato The Dark Power Of Ritual Pictures (“Il potere oscuro delle immagini rituali”), attribuito ad una certa Myra Poleo. Saggio ed autrice non trovano però corrispondenza nelle ricerche bibliografiche: il nome infatti è anagramma di Mary Poole, moglie del leader dei The Cure, che quindi pare inventarsi questa copertura per evidenziare come il tentativo di dimenticare il passato, evitando le mestizie derivanti dal ricordo e dalla malinconia, sia fallimentare, così come lo sforzo estremizzato di fissare i ricordi in una essenza cristallizzata eternamente (ossia, in altre parole, sospendere la diacronia temporale).

Siamo in qualche modo schiavi del ricordo, e le immagini hanno (anche per questo) una funzione “rituale”: idealizzano il legame con la memoria, rendendoci incapaci di fuggire alla visione soggettivante del trascorso. Sarebbe comunque molto più inattuabile azzerare le proprie reminiscenze, per tornare allo stadio rudimentale della memoria, tabula rasa riscrivibile in toto.

Robert Smith e Mary Poole

A prescindere dalla vicenda storica intorno a cui ruota la creazione della traccia, sono le prime strofe della stessa a far riflettere. Robert Smith condensa in poche righe spunti che ancora oggi danno da pensare, soprattutto da un punto di vista filosofico.

Ho osservato così a lungo queste foto di te / Che quasi credo siano reali.

Postulando e quasi forzando una similitudine tra i concetti di foto e quello di immagini, la prima domanda che sorge da queste strofe riguarda il loro statuto di realtà: le immagini sono reali o immaginarie? La questione pare oziosa, pleonastica e quasi tautologica, eppure fa parte del dibattito letterario e filosofico contemporaneo. A fronte del suggerimento derivante dalle prime parole di Pictures of you, pare necessario un tentativo (qui appena accennato) di risignificazione ermeneutica e filosofica del testo musicale, prescindendo dal significato originale che l’artista ha inserito in questi suoi versi.

Il termine immagine rimanda, banalmente, al concetto di immaginario. Ma non solo. Essendo una rappresentazione segnica (significante un trascorso più o meno distante), l’immagine è anche simbolo (etimologicamente unione di σύν e βάλλω, indicante il gettare assieme due parti scollegate – passato e presente nella loro reciproca progettualità ad-veniente), e richiama perciò l’ambito del simbolico.

La condizione umana, René Magritte (1933)

Immaginario, simbolico e reale sono i registri indagati dalla psicanalisi di Lacan negli anni ’70. L’immaginario, semplificando, è il modo identitario di essere nel mondo che il soggetto costruisce sulla base di rappresentazioni, frutto del rapporto con gli altri in quanto simili (è il tema della costruzione identitaria dell’Io tramite la prossimità con l’altro, ad esempio nell’amore immedesimante). L’immagine è quindi innanzitutto rappresentazione sostenente l’identità soggettiva, tramite l’altro. Il simbolico invece riguarda il linguaggio: esprimendoci ci volgiamo sempre verso qualcuno, ma in realtà siamo sempre rivolti all’Altro, ossia al sog getto destinatario-esemplare delle nostre enunciazioni più intime.

Il reale infine richiama (sfidando) l’immaginario e il simbolico, nel suo essere a metà strada tra l’ossessione per la propria rappresentazione immaginativa (il narcisismo sostenuto e accettato dagli altri – il termine rappresentazione infatti rimanda anche al concetto di recita: è lo spettacolo identitario che mettiamo in scena socialmente) e il desiderio continuo di confronto confortevole con l’Altro (che essendo esemplare sarà sempre fantasma, e dunque ci sarà solo feticismo di un rapporto altruistico).

Da questo punto di vista pare quindi esservi una differenza tra immagine e realtà, tra il ricordo rivissuto e risignificato interiormente e l’obiettività delle cangianti relazioni con gli altri. Le immagini sono dei sogni, tramite i quali cerchiamo di forzare una vicinanza con l’essenza del reale: sono dei fantasmi (ϕαντάζοµαι), ossia apparenze di una realtà trascorsa che spinge per conservare la sua immanente attualità. È l’illusione dell’immaginario, che si sradica diacronicamente dal reale ma pretende, irresistibilmente, di essere questo reale stesso. L’immagine seduce in una mentalità di perpetua rivisitazione del reale, che perde ogni consistenza e sbiadisce nella sua essenza originaria man mano che la rappresentazione invade il suo spazio.

Kuwait. a desert on fire , Sebastião Salgado (1991)

Immagine, rappresentazione, simbolo, segno: sono comunemente usati come sinonimi commutabili, in particolare nei discorsi che tendono a minimizzare le differenze appiattendo ogni contenuto specifico (la comunicazione pratica abituale non perde tempo nell’indagine sul significato preciso delle singole parole). In realtà indicano concetti eterogenei, e a ciascuno di essi appartiene una specificità irriducibile.

Eppure hanno tutti in comune un aspetto: l’essere un’ombra, l’essere portatori di apparenza, il fatto di essere una “tenda” (sipario!) dietro la quale si cela qualcosa di più originario e primordiale: l’essere del reale, perennemente schermato dalle logiche dell’immaginario (il brand ne è l’esempio ultimo).

Le riflessioni potrebbero certamente essere molto più ampie. Sono passati trent’anni dalla pubblicazione del disco dei The Cure, eppure la domanda sulla realtà delle immagini non ha perso consistenza, diventando anzi sempre più urgente.