E’ il 1952 quando Ernst Jünger scrive questo saggio, definito “un’ escursione perigliosa, non solo fuori dei sentieri tracciati, ma oltre gli stessi confini della meditazione”. Il filosofo tedesco ha 57 anni: nato nel 1895 ha assistito alla nascita della società di massa, ha partecipato attivamente alla prima guerra mondiale, ha visto l’alba e il tramonto di un regime e ne ha studiato i meccanismi, ha perso il figlio nel secondo conflitto mondiale, ha provato sulla pelle la crudeltà dell’era delle macchine, è stato spettatore diretto dell’abbrutimento dell’uomo del novecento, ha vissuto gli albori del consumismo. Nel 1950 si ritira per il resto della sua vita in un villaggio dell’ Alta Svevia, dedicandosi agli studi zoologici e alla scrittura ,in particolar modo all’analisi della modernità. Il titolo in tedesco suona in modo enigmatico: “Der Waldgang”, letteralmente Colui che passa al bosco. Jünger con questo titolo vuole rifarsi ad una tradizione nordico-germanica, la quale identificava nella figura del Ribelle il proscritto che sceglie di ritirarsi nella selva. Passare al bosco per lo scrittore significa abbandonare il mondo nichilista e materialistico dominato dalle macchine per ritrovare la libertà dell’Io e opporre una resistenza spirituale, ritornando ad uno stato cosmico, assoluto,primordiale. L’analisi inizia con la critica dei sistemi elettorali democratico-dittatoriali, smascherando l’inganno celato dietro le  “libere” elezioni”. La domanda di partecipazione al progetto statale posta sotto forma di elezione annienta il cittadino, terrorizzato dall’emarginazione sociale che ne potrebbe derivare.

“L’arte del comando consiste semplicemente nel porre la domanda nel modo giusto, essa si rivela altresì nella messa in scena, nella regia di cui detiene il monopolio. L’evento va presentato come un coro assordante che suscita insieme terrore e ammirazione”

La scelta di dire “No” è la scelta che distingue il Ribelle, reputato criminale dal potere e considerato pericoloso dalla massa: è la scelta del passaggio al Bosco. Utilizzando costantemente un linguaggio allegorico e allusivo, Jünger identifica questa decisione nell’intenzione dell’Uomo di scendere dal Titanic, la nave del progresso aggressivo votato alla catastrofe, sulla quale i passeggeri “fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama è piacevole, quasi non si accorgono di trovarsi in una situazione di minore libertà”, in quanto la loro volontà è sottomessa all’imminente impatto con l’iceberg, dimostrando come nel mondo moderno lo sviluppo della Tecnica è direttamente proporzionale al panico che ne deriva ( si pensi alle armi nucleari). Jünger identifica in due figure i figli delle “ devastazioni meccaniche”, delle guerre, dei massacri, dei regimi: l’Operaio e il Milite Ignoto. Il primo è il simbolo della padronanza e del predominio dell’uomo sulla Tecnica mentre il secondo rappresenta le gloriose vite sacrificate in nome della democrazia. A queste due si viene ad affiancare la figura del Ribelle:

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica”.

Il Ribelle è un modo di essere. E’ colui che per natura oppone resistenza all’automatismo del Sistema; per natura il suo Io vuole liberarsi dalla massa, sconfiggendo l’angoscia e la paura incusse dal Leviatano. Il Bosco non è un luogo fisico ma una condizione spirituale. Passare al Bosco per Jünger significa entrare in una condizione assoluta che renda l’ Uomo cosciente della sua Libertà in modo tale da vincere prima dentro di sé e poi fuori le illusioni e gli inganni del mondo, affermando il controllo supremo del singolo sulla sua coscienza e la supremazia sulla materia. Questo il passo più emblematico:

“Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l’uomo, se confrontato con l’arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria. Come l’uomo le ha costruite così le può demolire, ovvero le può inserire in un nuovo ordine di significati. I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo.”

Ma la Libertà di cui lo scrittore parla non è una libertà che si può formulare, non è una libertà nuova che si deve inventare, realizzare. Questa è la libertà falsa, mentre quella autentica è quella di cui le maggioranze hanno paura. È una categoria preesistente ai plebisciti e alle decisioni: prescinde dal mondo e dai suoi sviluppi; è sovratemporale, soprasensibile: è esistenza. Il Passaggio al Bosco è la riscoperta di se stessi in uno spazio sacro che è quello primordiale, che terrorizza l’uomo medio per la sua natura elementare, pronto a fuggire dai grandi istinti e dai profondi pensieri per nascondersi dietro il benessere del mondo metallico.

“ Il Trattato del Ribelle” è un invito alla consapevolezza dell’immensità latente nell’Uomo e all’importanza di emanciparsi dalla massa per trovare la via di se stessi, salvandoci dall’abbrutimento culturale e morale per approdare infine, esulando dai pregiudizi, dal materialismo e dall’omologazione, ad una nuova coscienza sociale,etica e umana.